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Comunicare la Scienza
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La comunicazione tra istituzioni e cittadini è importantissima; fondamentale quando l'argomento è la Scienza. A cura di Mauro Scanu, Senior consultant dell’agenzia Zadigroma.La comunicazione della salute
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Scienza e società hanno un'evoluzione velocissima. Serve una figura professionale che sappia stare al passo con entrambe. A cura di Pietro Greco, Direttore del Master in Comunicazione della Scienza della SISSA di Trieste.Scuole di eccellenza
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Il pubblico della Scienza.
Perché, come e a chi comunicare scienza
Gli scienziati, oggi più che mai, sono chiamati a intraprendere nuove sfide comunicative.Gli interrogativi posti dalle biotecnologie, dalle questioni energetiche, dai problemi legati alla sicurezza alimentare o da quelli delle scienze della vita, solo per citare alcuni esempi, non lasciano, infatti, spazio a dubbi: non si può immaginare alcuno scenario di sviluppo scientifico e tecnologico senza affrontare i nodi irrisolti della rete di connessioni tra il mondo della ricerca e la società nel suo complesso. Problemi che ruotano attorno al concetto di dialogo, inteso come un contesto nel quale la società - quindi anche gli scienziati - deve interrogarsi per affrontare questioni connesse agli sviluppi scientifici e tecnologici. Questioni a volte controverse.
Ormai, dunque, per gli scienziati sembra essere definitivamente finito il periodo in cui si poteva teorizzare, come suggeriva Paul Dirac, di stare alla larga dai giornalisti: oggi comunicare la scienza è diventata una assoluta necessità. La crescente pervasività della scienza e della tecnologia, del resto, impone di attribuire alla parola dialogo un significato concreto per evitare irriducibili incomprensioni con l’opinione pubblica ed eccessive politicizzazioni della scienza. Fattori che rischiano di minare pesantemente l’autonomia epistemologica della scienza stessa.
Gli scienziati, dunque, anche nel loro lavoro quotidiano, non possono non interagire con una pluralità di gruppi, informare la società e ascoltarne le istanze. Se da un lato devono comunicare meglio, dall’altro gli stessi operatori della comunicazione devono diventare più critici, più informati sulla scienza e sui suoi meccanismi.
Le ragioni della comunicazione della scienza
Negli anni, si sono susseguite e sovrapposte motivazioni diverse per giustificare la comunicazione pubblica della scienza: ragioni illuministiche quali educazione, alfabetizzazione, piena democraticità; giustificazioni strumentali come ad esempio ottenimento di risorse per la ricerca, aumento delle iscrizioni alle facoltà scientifiche, benessere nazionale ed economico e infine strettamente culturali.Ma qual è il successo della comunicazione pubblica della scienza?
Ogni paese che ha legato il suo sviluppo in modo significativo a scienza e tecnologia ha cercato di dare una risposta a questa domanda. In Francia si è promossa maggiormente la culture scientifique, finalizzata più a una familiarizzazione con la scienza piuttosto che alla comprensione dei concetti scientifici. In Germania la scienza è tutto ciò che si riferisce alla sistematica indagine della natura e della società, per cui la divisione tra scienze dure, scienze morbide, discipline umanistiche è diversamente applicata. Nelle pragmatiche società anglosassoni si è puntato, invece, su concetti quali l’alfabetizzazione scientifica o il Public Understanding of Science (Stati Uniti, Gran Bretagna). Impostazione, quest’ultima, che ha prevalso a livello internazionale, anche se modelli diversi si sono sovrapposti e tuttora coesistono tra di loro.
Scienziati al lavoro nei laboratori della SISSA.
Il Public Understanding of Science
La stragrande maggioranza delle attività esplicite di comunicazione pubblica della scienza sono state orientate a migliorare quello che gli inglesi chiamano Public Understanding of Science (PUS), che in italiano suona più o meno come la comprensione pubblica della scienza. Introdotta a partire dalla metà degli anni ’80, la nozione di PUS si è diffusa con l’obiettivo di far apprezzare, ammirare e sostenere la scienza da parte del pubblico. Il pubblico di non-esperti ha acquistato un ruolo sempre maggiore in base alle giustificazioni strumentali prima menzionate e alla paura di un distacco nei confronti della scienza, testimoniato anche dal calo di iscrizioni alle facoltà scientifiche. Il rapporto fra scienza e pubblico è stato concettualizzato secondo un modello lineare: gli scienziati sono produttori di una conoscenza genuina che va “tradotta”, semplificata per il pubblico. E il pubblico è considerato come un “target” passivo, ignorante e indifferenziato, un contenitore vuoto caratterizzato da deficit cognitivi.In quest’ottica le gerarchie sono chiare: lo scienziato è il solo a poter rivendicare il ruolo dell’esperto su temi controversi che riguardano l’impatto della scienza sulla società. L’importanza e il valore della conoscenza scientifica possono essere dunque trasmessi attraverso campagne informative/educative il cui scopo fondamentale è quello di colmare il gap. Aumentare il livello di alfabetizzazione scientifica del pubblico è diventata la parola d’ordine, perché l’ignoranza è ritenuta il maggior imputato, la causa del distacco e della paura: chi conosce il significato di genoma o di DNA, non potrà che essere a favore delle biotecnologie. Per il PUS comunicare la scienza, quindi, significa tradurre le conoscenze scientifiche e raggiungere il più ampio pubblico possibile.
Studenti e ricercatori della Scuola di Trieste.
Più scienza per tutti?
Se non si può obiettare che nell’ambito delle attività PUS sia stato prodotto un eccellente materiale educativo, sul piano dell’alfabetizzazione scientifica i dati complessivi non sono così confortanti.Iniziate prima in USA e in Gran Bretagna, per poi diffondersi in Europa e più recentemente anche in paesi emergenti come il Brasile e la Cina, sono state realizzate numerose indagini per misurare l’evoluzione del livello di alfabetizzazione scientifica in risposta alle campagne di comunicazione della scienza.
Secondo queste inchieste l’alfabetizzazione scientifica, un concetto peraltro nebuloso sulla cui validità gli studiosi continuano a dibattere, non è aumentata significativamente. Inoltre, le indagini hanno messo in luce un’altra ingenuità dell’impostazione pedagogica-educativa della comunicazione scientifica: l’idea che una maggiore alfabetizzazione scientifica corrisponda necessariamente a un maggiore apprezzamento e sostegno nei confronti della scienza e della tecnologia. Esistono infatti altre ragioni per cui un “cittadino alfabetizzato scientificamente” possa dichiararsi contrario all’installazione di una centrale nucleare, alla clonazione a scopo terapeutico o alla costruzione di inceneritori di rifiuti.
La storia, la filosofia, la sociologia della scienza e le altre discipline dei cosiddetti science studies hanno insomma dimostrato chiaramente quanto il rapporto fra scienza e pubblici diversi e il ruolo della comunicazione siano più complessi di quanto potessero immaginare i fautori del modello lineare top-down. Non è un caso che la comunicazione della scienza sia diventata ormai un campo di studi autonomo, in cui confluiscono teorie, concetti e pratiche di ricerca provenienti da aree scientifiche che vanno dall’antropologia agli studi sulla comunicazione, dall’economia alla fisica, dalla chimica alla biologia.
I critici all’impostazione del PUS e al modello deficitario hanno sottolineato, inoltre, la scarsa attenzione riservata ai luoghi concreti in cui le persone incontrano scienza e tecnologia e al contesto in cui sono chiamate a prendere decisioni su temi a esse legate. Gli individui, infatti, non rispondono alla comunicazione scientifica come dei contenitori vuoti, ma anzi elaborano l’informazione scientifica, come qualunque altro tipo d’informazione, secondo gli schemi sociali e psicologici costruiti nelle proprie esperienze personali e nella cornice culturale di appartenenza. Ad esempio l’informazione scientifica veicolata dai messaggi pubblicitari è assai maggiore di quanto si pensi.
Bisogna tuttavia dire che gran parte della ricerca rivolta alla critica dell’impostazione deficitaria non ha portato a modifiche significative alle pratiche della comunicazione scientifica e comunque il PUS degli anni ’80 ha avuto il merito di concettualizzare per la prima volta il rapporto tra scienza e pubblico facendo assumere a quest’ultimo un ruolo chiave.
Credo che si sia definitamente compreso che le barriere comunicative fra scienziati e cittadini dipendono da fattori educativi, sociali, pratici, culturali, tutti egualmente importanti. Le persone vivono e sperimentano infatti la scienza attraverso relazioni sociali e si capisce che il nodo del problema del rapporto tra scienza e società non è solo la mancanza di conoscenza, ma anche quello della fiducia nei confronti del sistema scientifico e degli scienziati.
Fiducia che si conquista attraverso il dialogo, la partecipazione, la cooperazione, parole queste che sono diventate uno slogan anche nella strategia politica comunitaria se è vero ad esempio che l’Unione Europea considera il “Dialogo fra Scienza e Società” uno dei punti imprenscindibili per la costruzione della spazio europeo della ricerca.
Questo dialogo deve ovviamente coinvolgere tutti gli attori sociali chiamati a risolvere i problemi legati allo sviluppo e all’impatto sociale della scienza. Tra questi gli scienziati, che, se vogliono conservare il loro ruolo nella società e la loro legittima autonomia, non possono che partecipare attivamente al dibattito confrontandosi nelle arene pubbliche alla pari degli altri interlocutori. In altre parole una maggiore consapevolezza pubblica dell’importanza della scienza non si raggiunge solo con la promozione e l’informazione. Il modello che prevede un semplice trasferimento di informazioni con gerarchie chiare, dall’alto vero il basso, non funziona. Un semplice aumento della quantità di informazione o una migliore distribuzione della conoscenza scientifica non sono la soluzione. Al contrario, ogni miglioramento del rapporto tra scienza e società passa attraverso una maggiore sensibilità nei confronti delle legittime preoccupazioni dei pubblici. Agli scienziati non viene chiesto tanto e solo di semplificare la scienza per i non addetti ai lavori in nome di una missione divulgatrice dal sapore illuministico. Viene pretesa una comprensione dei pubblici e dei molteplici flussi di comunicazione fra scienza e società.
I temi legati alla comunicazione pubblica della scienza, quindi, devono diventare parte integrante della formazione dei giovani ricercatori e del patrimonio degli scienziati nella convinzione che non esiste un legame deterministico fra le attività di comunicazione e il ruolo che la scienza riveste nella società e che, comunque, non c’è scienza senza comunicazione.
Se ci si chiede a chi comunicare la scienza, si ottengono tante risposte quanti sono gli interessi, le aspettative, le sensibilità, le contingenze, le culture professionali, i percorsi biografici degli attori coinvolti, proprio perché la scienza è diventata pervasiva e dominante nella vita quotidiana dei cittadini.
Agli scienziati non resta che scoprire e accettare la sfida della complessità della comunicazione.
E in questa direzione, a Trieste, si muove la SISSA: per prima infatti in Italia, la Scuola, dove si formano ricercatori altamente qualificati in fisica, matematica, biologia, neuroscienze, ha istituito un Master biennale in comunicazione della scienza, un gruppo di ricerca in questo settore, Ics (Innovazioni nella Comunicazione della Scienza) e un dottorato di ricerca in “Scienza e Società” insieme all’Università degli Studi di Milano.
(A cura di Stefano Fantoni, direttore della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati - SISSA di Trieste)
Bibliografia
- Bodmer, W. (1985) “The Public Understanding of Science”, London, Report-Council of Royal Society.
- House of Lords, "Science and Society" (London: Her Majesty’s Stationary Office, 2000).
- Miller, S. (2001) “Public understanding of science at the croassroads,” Public Understanding of Science 10: 115-120.
- Special Eurobarometer 224 / Wave 63. 1 (2005) Europeans, Science and Technology. Brussels: European Commission DG Research.
- Wynne, B. (1995) “Public Understanding of Science”, in S. Jasanoff, G. E. Markle, J. C. Petersen, and T. Pinch (eds) Handbook of Science and Technology Studies, pp. 361-88. Thousand Oaks, London, New Delhi: SAGE Publications.



