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Il restauro digitale dei Bronzi di Riace
Il "restauro digitale" è una linea di ricerca che prevede una serie di elaborazioni e manipolazioni di immagini digitali di un'opera d'arte effettuate al calcolatore. Il fine ultimo è quello di riprodurre l'aspetto visivo che l'opera d'arte in esame assumerebbe in seguito ad un intervento di restauro vero e proprio. Si tratta pertanto di una metodologia non invasiva eseguita mediante programmi di fotoritocco e di grafica 3D (e.g., Google SketchUp, 3D Studio Max, Autocad e Photoshop).
Dal punto di vista operativo, la prima operazione da effettuare è l'esecuzione di rilievi fotografici attraverso i quali si realizza il modello virtuale dell'opera d'arte. In particolare, le immagini così ottenute sono elaborate in ambiente software per ottenere l'aspetto finale desiderato del manufatto. Sebbene si tratti di un'operazione virtuale, eseguire un restauro digitale non significa agire nella più totale libertà. Bisogna attenersi agli stessi principi che si rispettano durante le operazioni di restauro reale e cioè quello della riconoscibilita, della reversibilita e del minimo intervento.
Secondo il principio della riconoscibilita, qualsiasi intervento di sostituzione o di integrazione deve essere distinguibile ad occhio nudo dal resto del manufatto: tale concetto non deve essere nè esasperato al punto di non dare all'osservatore una lettura unitaria dell'opera, nè minimizzato al punto di leggere le integrazioni come parti originali commettendo l'errore di creare un falso storico. Come avviene nella pratica del restauro è possibile simulare digitalmente degli interventi che non risulteranno visibili ad una prima lettura dell'opera ma solo in seguito ad una più attenta osservazione.
Il principio della reversibilità, invece, rende noto che qualsiasi tipologia di intervento deve essere eseguita con materiali facilmente rimovibili per non ostacolare eventuali interventi futuri.
Questo principio è fondamentalmente legato ai materiali utilizzati nella pratica del restauro; nel caso del restauro digitale ci si ferma alla reversibilitàdell'intervento stesso in quanto qualsiasi modifica digitalmente apportata, può allo stesso modo essere rimossa lasciando lo stato di conservazione dell'opera inalterato.
Infine, per quanto riguarda il principio del minimo intervento si ricorda che, al fine di rispettare l'opera d'arte, il restauro dovrebbe mantenere un carattere eccezionale e quindi dovrebbero essere privilegiate tutte le azioni di prevenzione miranti ad evitare le operazioni di restauro vere e proprie considerate troppo invasive per l'opera.
Dato il suo carattere non invasivo, il restauro digitale rispetta pienamente quest'ultimo principio.
Il restauro digitale, potenzialmente applicabile a tutti gli esempi di beni appartenenti al patrimonio storico, artistico ed archeologico, rappresenta un mezzo di visualizzazione per l'orientazione verso soluzioni di restauro idonee e compatibili con i criteri estetici e scientifici che governano la conservazione. Il restauro digitale offre comunque la possibilità di visualizzare un manufatto a restauro ultimato anche nei casi in cui non risulti possibile eseguire l'intervento reale, per mancanza di tecniche valide o di fondi economici, oppure per carenza di documentazioni che non consentono di stabilire un preciso protocollo di intervento.
Ad esempio nel caso in cui una statua si presenti con delle parti mancanti (braccia, mani, ecc.), mediante la creazione di modelli digitali 3D, è possibile proporre diversi suggerimenti per la ricostruzione delle stesse.
In altri casi, come ad esempio quello dei siti archeologici distrutti a causa di diverse vicissitudini (e.g. Locri), è impensabile che un intervento di restauro tradizionale possa riproporne l'aspetto originale mentre, sulla base di approfondite indagini storiche, mediante un intervento di tipo digitale sarebbe possibile ipotizzare l'aspetto originario dell'intero sito.
Infine, nel restauro architettonico, ci si può trovare di fronte alla condizione di dover scegliere di rimuovere o meno alcuni elementi decorativi aggiunti in epoche successive a quella di realizzazione dell'impianto. Ad esempio, l'interno di alcune Chiese presenta sulle pareti pitture e stucchi non appartenenti all'impianto originario ma bensì ad epoche successive a quella di fondazione. Lasciandosi supportare nuovamente dalle fonti storiche e fotografiche, nonchè da indagini strumentali a base scientifica, mediante il restauro digitale si potrebbe proporre la ricostruzione dello stesso ambiente privo di tali elementi.
Riepilogando, il restauro digitale rappresenta:
Dal punto di vista operativo, la prima operazione da effettuare è l'esecuzione di rilievi fotografici attraverso i quali si realizza il modello virtuale dell'opera d'arte. In particolare, le immagini così ottenute sono elaborate in ambiente software per ottenere l'aspetto finale desiderato del manufatto. Sebbene si tratti di un'operazione virtuale, eseguire un restauro digitale non significa agire nella più totale libertà. Bisogna attenersi agli stessi principi che si rispettano durante le operazioni di restauro reale e cioè quello della riconoscibilita, della reversibilita e del minimo intervento.
Secondo il principio della riconoscibilita, qualsiasi intervento di sostituzione o di integrazione deve essere distinguibile ad occhio nudo dal resto del manufatto: tale concetto non deve essere nè esasperato al punto di non dare all'osservatore una lettura unitaria dell'opera, nè minimizzato al punto di leggere le integrazioni come parti originali commettendo l'errore di creare un falso storico. Come avviene nella pratica del restauro è possibile simulare digitalmente degli interventi che non risulteranno visibili ad una prima lettura dell'opera ma solo in seguito ad una più attenta osservazione.
Il principio della reversibilità, invece, rende noto che qualsiasi tipologia di intervento deve essere eseguita con materiali facilmente rimovibili per non ostacolare eventuali interventi futuri.
Questo principio è fondamentalmente legato ai materiali utilizzati nella pratica del restauro; nel caso del restauro digitale ci si ferma alla reversibilitàdell'intervento stesso in quanto qualsiasi modifica digitalmente apportata, può allo stesso modo essere rimossa lasciando lo stato di conservazione dell'opera inalterato.
Infine, per quanto riguarda il principio del minimo intervento si ricorda che, al fine di rispettare l'opera d'arte, il restauro dovrebbe mantenere un carattere eccezionale e quindi dovrebbero essere privilegiate tutte le azioni di prevenzione miranti ad evitare le operazioni di restauro vere e proprie considerate troppo invasive per l'opera.
Dato il suo carattere non invasivo, il restauro digitale rispetta pienamente quest'ultimo principio.
Il restauro digitale, potenzialmente applicabile a tutti gli esempi di beni appartenenti al patrimonio storico, artistico ed archeologico, rappresenta un mezzo di visualizzazione per l'orientazione verso soluzioni di restauro idonee e compatibili con i criteri estetici e scientifici che governano la conservazione. Il restauro digitale offre comunque la possibilità di visualizzare un manufatto a restauro ultimato anche nei casi in cui non risulti possibile eseguire l'intervento reale, per mancanza di tecniche valide o di fondi economici, oppure per carenza di documentazioni che non consentono di stabilire un preciso protocollo di intervento.
Ad esempio nel caso in cui una statua si presenti con delle parti mancanti (braccia, mani, ecc.), mediante la creazione di modelli digitali 3D, è possibile proporre diversi suggerimenti per la ricostruzione delle stesse.
In altri casi, come ad esempio quello dei siti archeologici distrutti a causa di diverse vicissitudini (e.g. Locri), è impensabile che un intervento di restauro tradizionale possa riproporne l'aspetto originale mentre, sulla base di approfondite indagini storiche, mediante un intervento di tipo digitale sarebbe possibile ipotizzare l'aspetto originario dell'intero sito.
Infine, nel restauro architettonico, ci si può trovare di fronte alla condizione di dover scegliere di rimuovere o meno alcuni elementi decorativi aggiunti in epoche successive a quella di realizzazione dell'impianto. Ad esempio, l'interno di alcune Chiese presenta sulle pareti pitture e stucchi non appartenenti all'impianto originario ma bensì ad epoche successive a quella di fondazione. Lasciandosi supportare nuovamente dalle fonti storiche e fotografiche, nonchè da indagini strumentali a base scientifica, mediante il restauro digitale si potrebbe proporre la ricostruzione dello stesso ambiente privo di tali elementi.
Riepilogando, il restauro digitale rappresenta:
- un ausilio molto valido nella stesura di progetti di restauro, grazie anche alla possibilità di proporre differenti alternative di intervento
- un'alternativa innovativa ed efficace in quei casi in cui il ripristino non è materialmente eseguibile
- un potente mezzo di conoscenza nei casi in cui vengano rappresentati oggetti non più esistenti.
- strumento di divulgazione in quanto lavorare in ambiente informatico determina la possibilità di strutturare in maniera multimediale il materiale relativo al restauro dell'opera digitale supportato da commenti e filmati rendendo più diretta la fruizione
- un potente mezzo di conoscenza nei casi in cui permette di conoscere ciò che praticamente non è possibile realizzare.
Le due statue furono rinvenute nel 1972 nel Mar Jonio e più precisamente nei mari di Riace, in provincia di Reggio Calabria. Furono sottoposte a lunghi interventi di restauro curati, dapprima dai restauratori del Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria, poi dal Centro di Restauro della Soprintendenza Archeologica per la Toscana.
A causa della permanenza in acque marine per molto tempo la superficie delle statue è stata irreversibilmente intaccata da fenomeni di corrosione tipici di questi ambienti.
Dalle tracce ancora visibili sulle statue e dagli studi condotti in relazione ai due reperti, è emerso che in origine le statue erano munite di tre elementi che non sono mai stati ritrovati: elmo, lancia e scudo. Per tali caratteristiche si pensa che i due Bronzi rappresentassero due atleti o due guerrieri. Dal 1980 le due statue si trovano nel Museo Nazionale della Magna Grecia a Reggio Calabria in adeguate condizioni ambientali di conservazione.
La scelta è dunque ricaduta su questi reperti non solo perchè rappresentano il simbolo della statuaria greca in Calabria ma anche perchè risulta disponibile una dettagliata documentazione relativa alle analisi scientifiche ed agli interventi di restauro realizzati nel corso degli anni. L'obiettivo che si vuole perseguire è quello di ottenere l'aspetto che le statue possedevano inizialmente. Intervenire virtualmente consentirebbe di non perturbare la condizione di equilibrio nella quale le statue si trovano attualmente.
Al fine di raggiungere i suddetti scopi, si pensa di iniziare il lavoro partendo da studi dettagliati della documentazione esistente riguardo ai restauri precedenti; si proseguirà allo studio delle proprietà dei materiali con cui sono realizzate le due statue e si cercheranno esempi di opere simili che però presentino una migliore storia di conservazione. A lavori ultimati si potrebbe proporre la presentazione dei manufatti digitalmente restaurati mediante rappresentazione stereoscopica. Si tratta di una tecnica di visualizzazione capace di dare all'utente, mediante l'utilizzo di apposite lenti, la percezione di tridimensionalità e la sensazione di interazione con l'oggetto che sta osservando, proprio come se stesse visitando l'opera realmente. In questo caso la stereoscopia rappresenta lo strumento che permette l'esplorazione e l'interazione virtuale con il manufatto digitalmente restaurato. In Figura 2 viene mostrato un esempio di applicazione della suddetta tecnica ai due Bronzi di Riace: gli osservatori hanno la sensazione di "toccare" il manufatto.
(A cura di Iole Alfano, Università della Calabria, Dipartimento di Scienze della Terra)
A causa della permanenza in acque marine per molto tempo la superficie delle statue è stata irreversibilmente intaccata da fenomeni di corrosione tipici di questi ambienti.
Dalle tracce ancora visibili sulle statue e dagli studi condotti in relazione ai due reperti, è emerso che in origine le statue erano munite di tre elementi che non sono mai stati ritrovati: elmo, lancia e scudo. Per tali caratteristiche si pensa che i due Bronzi rappresentassero due atleti o due guerrieri. Dal 1980 le due statue si trovano nel Museo Nazionale della Magna Grecia a Reggio Calabria in adeguate condizioni ambientali di conservazione.
La scelta è dunque ricaduta su questi reperti non solo perchè rappresentano il simbolo della statuaria greca in Calabria ma anche perchè risulta disponibile una dettagliata documentazione relativa alle analisi scientifiche ed agli interventi di restauro realizzati nel corso degli anni. L'obiettivo che si vuole perseguire è quello di ottenere l'aspetto che le statue possedevano inizialmente. Intervenire virtualmente consentirebbe di non perturbare la condizione di equilibrio nella quale le statue si trovano attualmente.
Al fine di raggiungere i suddetti scopi, si pensa di iniziare il lavoro partendo da studi dettagliati della documentazione esistente riguardo ai restauri precedenti; si proseguirà allo studio delle proprietà dei materiali con cui sono realizzate le due statue e si cercheranno esempi di opere simili che però presentino una migliore storia di conservazione. A lavori ultimati si potrebbe proporre la presentazione dei manufatti digitalmente restaurati mediante rappresentazione stereoscopica. Si tratta di una tecnica di visualizzazione capace di dare all'utente, mediante l'utilizzo di apposite lenti, la percezione di tridimensionalità e la sensazione di interazione con l'oggetto che sta osservando, proprio come se stesse visitando l'opera realmente. In questo caso la stereoscopia rappresenta lo strumento che permette l'esplorazione e l'interazione virtuale con il manufatto digitalmente restaurato. In Figura 2 viene mostrato un esempio di applicazione della suddetta tecnica ai due Bronzi di Riace: gli osservatori hanno la sensazione di "toccare" il manufatto.
(A cura di Iole Alfano, Università della Calabria, Dipartimento di Scienze della Terra)





