Vai al contenuto| Home page|

   Ti trovi in: HOME »In Primo Piano
INIZIO_TESTO_DA_INDICIZZARE

IN PRIMO PIANO

FONTI

Comunicato stampa dell'Università di Firenze

I CENTRI DI RICERCA

Facoltà di Medicina e Chirurgia - Università di Firenze

Associazione per lo Studio delle Demenze (SINdem)

Articoli di Primo Piano collegati

CLASSIFICAZIONE


27 Aprile 2009

Alzheimer: un italiano fra i primi cento ricercatori al mondo

Il professor Sandro Sorbi
Fonte: Università degli Studi di Firenze

Amnesia, disorientamento spazio-temporale, incapacità di riconoscere oggetti o di compiere azioni comuni come fischiettare, preparare il caffè, cucinare, fare dei disegni.
Sono i sintomi più comuni della malattia di Alzheimer che oggi colpisce circa il 5% delle persone al mondo con più di 60 anni. In Italia si stimano circa 500mila ammalati.

La malattia prende il nome da Alois Alzheimer, neurologo tedesco che per la prima volta nel 1907 ne descrisse i sintomi e gli aspetti neuropatologici.
Tuttora, nonostante i grossi sforzi messi in campo, ancora non se ne conoscono le cause. La ricerca in questo campo è attiva in tutto il mondo e anche in Italia.

Un ricercatore dell'Università di Firenze, Sandro Sorbi, è l'unico italiano a comparire nella graduatoria dei primi 100 scienziati coinvolti nello studio della Malattia di Alzheimer.
L'indagine è stata pubblicata sul numero di marzo della rivista internazionale "Journal of Alzheimer disease", utilizzando le pubblicazioni dal 1984 al 2007 di circa 25.000 scienziati. Sorbi è in settantunesima posizione fra i "top 100 investigators", nono dei 19 europei indicati dalla classifica. L'indagine ha utilizzato sia il numero e il tipo di pubblicazioni scientifiche che il "citation index", il numero di citazioni di ciascuna pubblicazione fatte dagli studiosi, che esprime la rilevanza e la considerazione da parte degli esperti del settore.

Sorbi - ordinario di Neurologia presso la facoltà di Medicina e Chirurgia e presidente dell'Associazione per lo Studio delle Demenze (SINdem) -ha costituito a Firenze un gruppo di giovani ricercatori con i quali ha contribuito alla scoperta, avvenuta a metà degli anni '90, dei geni che causano la forma ereditaria della malattia di Alzheimer.

Negli ultimi anni le ricerche del gruppo fiorentino sono state orientate allo studio dei meccanismi costituzionali genetici legati alle abilità di memoria e a quello delle metodologie per la diagnosi precoce della malattia, sia con indagini genetiche e neuropsicologiche che con tecniche, quali la PET (Tomografia a Emissione di Positroni), che permettono di visualizzare l'immagine del funzionamento del cervello e grazie alle quali è stato possibile "fotografare" le prime alterazioni presenti nel cervello dei soggetti destinati ad ammalarsi, anche 15 anni prima dell'esordio dei primi sintomi.

Tali indagini hanno anche lo scopo di identificare strategie diagnostiche precoci, in particolare per il Mild Cognitive Impairement, quella forma di riduzione delle capacità di memoria che spesso progredisce in malattia di Alzheimer.
Assieme al suo gruppo di ricercatori, Sorbi - che ha partecipato alla ideazione e al coordinamento dello studio di validazione delle linee guida per la demenza della Società Italiana di Neurologia - è impegnato in importanti sperimentazioni con tecniche innovative per curare la malattia di Alzheimer.



Il professor Sorbi ha cortesemente risposto a una nostra intervista.

Quando ha iniziato a interessarsi a questo ambito della ricerca in campo neurologico?
Mi sono laureato nel 1978 con una tesi dal titolo "Approccio biochimico allo studio della demenza nell'uomo: aspetti metodologici e risultati sperimentali". Da allora, lo studio delle demenze e in particolare della malattia di Alzheimer è sempre stato il mio principale, anche se non esclusivo, settore di ricerca.

Molto è stato fatto e molto c’è ancora da fare. Di cosa si sta occupando attualmente e quali saranno i prossimi passi delle sue ricerche?
Io e il mio gruppo siamo impegnati in studi sulle variazioni precoci che avvengono nella malattia di Alzheimer, anche anni prima che esordiscano i primi sintomi clinici. Questi studi uniscono lo studio di aspetti genetici (sia come causativi che favorenti la suscettibilità alla malattia) che l’osservazione dei cambiamenti che avvengono in vivo nel sistema nervoso centrale, grazie alle nuove metodiche di immagini cerebrali e alla ottima collaborazione con l’amico medico nucleare Prof. Alberto Pupi.

Oltre ai fattori genetici, può lo stile di vita influire positivamente o negativamente sull’insorgere della malattia? Ed eventualmente ritardarne la comparsa?
E’ molto possibile che lo stile di vita influenzi, non tanto il rischio di contrarre la malattia di Alzheimer, o altre demenze, quanto l’età in cui i sintomi clinici compaiono. Per esempio la scolarità riduce il rischio, ad una determinata età, di avere la malattia, anche se quando poi la malattia esordisce clinicamente, sembra che il carico di lesioni sia maggiore nei soggetti con alta scolarità. E’ degna di nota l’osservazione che la protezione della scolarità è quasi linearmente correlata agli anni di studio, nel senso che 15 anni di scolarità sono più protettivi - o più ritardanti - di 10 anni di scolarità. Questi due dati - la protezione anni di scuola dipendente e il maggior carico lesione quando il soggetto si ammala – suggeriscono che la scolarità aumenta la riserva cognitiva ovverosia quell’insieme di abilità cognitive e struttura neuronale che il soggetto utilizza per compensare il progredire della malattia, ritardando quindi l’insorgenza dei sintomi stessi.
E’ stato anche mostrato che in gemelli discordanti per la demenza e per la malattia di Alzheimer il gemello meno scolarizzato o che aveva svolto un lavoro cognitivamente meno impegnativo, ha un rischio maggiore di ammalarsi.
Vi sono buoni dati che indicano anche il controllo dei fattori di rischio vascolare (ipertensione, colesterolo, glicemia) eserciti un effetto protettivo –ritardante nei confronti delle demenze in genere e anche della malattia di Alzheimer, forse proteggendo la riserva strutturale e cognitiva del paziente. Non è chiaro se e come vi possa essere un effetto protettivo diretto.
Infine, anche l’attività fisica, continuativa e non agonistica, sembra svolgere un ruolo nel ritardare la comparsa dei sintomi della malattia.

Grazie alla tecnica PET (Positron Emission Tomography) è possibile diagnosticare la malattia già 15 anni prima del suo manifestarsi. Cosa si fa a quel punto?
Utilizzando la PET in soggetti appartenenti a famiglie con mutazioni causative della malattia di Alzheimer, trasmesse per via autosomica dominante, è stato possibile confermare la presenza del processo patologico anche 15 anni prima della presunta età di insorgenza della malattia (ovverosia dell’età tipica di insorgenza nella famiglia di origine). Non vi sono studi, ovviamente, di tale precisione nelle forme sporadiche, le più comuni, della malattia, anche se quei soggetti che hanno minimi disturbi cognitivi, ovverosia che presentano un cosiddetto Disturbo Soggettivo di Memoria o Minimal Cognitive Impairement, e che successivamente, alcuni anni dopo, svilupperanno una demenza, è possibile già identificare un importante carico di depositi di amiloide beta (con la PET PIB o FDNNP) che indica che anche in tali soggetti il processo patologico è iniziato da numerosi anni.
Questo è uno dei problemi più importanti: se quando noi facciamo la diagnosi clinica la malattia è già in fase molto avanzata, saremo mai in grado di curare questi pazienti? E’ come se il nefrologo aspettasse l’insufficienza renale cronica prima di trattare il paziente.
Dobbiamo trovare il modo di evidenziare la malattia prima che si sviluppi la demenza.

Come si interviene oggi nella cura dell’Alzheimer?
Attualmente sono disponibili farmaci che vengono definiti sintomatici ma che hanno anche un’azione neuro protettiva se pur modesta. Comunque, questi farmaci hanno permesso di modificare l’evoluzione clinica, rallentando in molti pazienti l’evoluzione della malattia. Sono il Donepezil, la Rivastigmina, la Galantamina e la Memantina. Non hanno un’azione equivalente, il meccanismo d’azione è diverso, anche se però non è documentata una differenza clinica significativa. Vi sono però in prossimità di arrivo altre strategie terapeutiche: il possibile utilizzo di terapie biologiche con anticorpi contro il frammento di beta amiloide che, prima ancore di fibrillare depositarsi in placche, altera il funzionamento sinaptico e, probabilmente riduce le capacità di neuro genesi ippocampali; ed anche di sostanze che interferiscano con i complessi enzimatici alfa, beta e gamma secretasi che permettono il formarsi del frammento beta amiloide.
La situazione è molto peggiore per le altre forme di demenza, il complesso delle degenerazioni lobari fronto-temporali, la malattia a corpi di Lewy, ed altre, per le quali non vi sono ancora significativi progressi nella identificazioni di strategie terapeutiche.

Che effetto fa essere l’unico italiano presente in una classifica così prestigiosa?
E’ una piacevole sorpresa e ovviamente da un po’ di soddisfazione. Anche se io ho avuto una carriera completa e sento molta considerazione e stima da parte dei colleghi, non si può non ricordare la difficoltà che comporta fare ricerca in particolare in Italia. Vorrei precisare, che la mia posizione nella classifica risente sicuramente del fatto che pubblico in questo settore da tanti anni (l’indagine riguardava le pubblicazioni dal 1984 al 2007) e che vi sono molti altri colleghi italiani assai attivi nello studio della demenza e che pubblicano regolarmente sulle più importanti riviste scientifiche nazionali. Anche se dall’elenco sembro l’unico rappresentante di questo settore di ricerca in verità sono in ottima compagnia.

Che consigli darebbe a un giovane ricercatore che volesse impegnarsi nella ricerca sull’Alzheimer?
Purtroppo l’unico buon consiglio che posso dare a un giovane motivato è di andare via dall’Italia, e di non farsi abbagliare dalle chimere di un possibile ritorno. Il rischio di finire per fare un differente mestiere, se tornassero o rimanessero in Italia, sarebbe enorme. Sarebbero dei musicisti senza strumenti. Dei miei allievi, quelli che sono andati all’estero ricoprono tutti posizioni di prestigio, sono titolari di importanti grant e dirigono laboratori; quelli rimasti in Italia, o hanno cambiato lavoro, o sono precari con 10-15 anni di precariato.
Questa è una delle tragedie culturali - ed economiche -esclusive dell’Italia, che non si ritrova in nessun altro paese occidentale: formare giovani di talento e poi non dare loro la possibilità di lavorare; un’inutile disorganizzazione e incapacità a gestire le risorse, che ferisce gravemente la cultura (speriamo non mortalmente) e si ripercuoterà sempre di più sull’economia italiana. Le grandi industrie costruiscono i loro stabilimenti in prossimità dei centri di eccellenza della ricerca, le altre nazioni sfruttano economicamente i risultati prodotti dai nostri giovani.