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- Disciplina: Scienze della terra
Torna alla luce lo “tsunami dimenticato”: un evento epocale avvenuto 8 mila anni fa
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- Fonte: INGV
Una consistente porzione di lava solidificata si stacca improvvisamente dalle zone sommitali di un vulcano, irrompendo a grande velocità nel mare e creando un’onda di tsunami che si disperde a ventaglio per l’intero settore orientale del Mar Mediterraneo. L’evento forse più imponente che abbia mai coinvolto la civiltà dell’uomo nel Mediterraneo. Si tratta di uno scenario che, secondo un recente studio di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, finanziato dalla Protezione Civile Italiana, sarebbe avvenuto circa 8 mila anni fa: il vulcano in questione è l’Etna e la zona da cui si sarebbe generata la frana è la Valle del Bove, una cicatrice a forma di ferro di cavallo la cui origine era finora ancora dibattuta dalla comunità scientifica. La ricerca, pubblicata sul numero di novembre della prestigiosa rivista scientifica internazionale Geophysical Research Letters, è stata presentata il 5 dicembre presso la sede romana dell’INGV, alla presenza, tra gli altri, di Enzo Boschi (Presidente dell’INGV), Maria Teresa Pareschi, Stefano Tinti e Guido Bertolaso, Capo del Dipartimento della Protezione Civile Italiana.
I numeri dell’evento
Il volume di materiale distaccatosi dal fianco orientale dell’Etna e successivamente inabissatosi nel Mar Ionio è stato stimato in circa 35 chilometri cubi. I depositi a mare della frana sono stati identificati nel Mar Ionio fino ai 2000 metri di profondità e a distanza di 20 chilometri dalla costa. L’onda di tsunami ha raggiunto i 50 metri di altezza vicino alla Sicilia e 1 metro nelle prossimità della Siria e delle coste più lontane, muovendosi a velocità di alcune centinaia di chilometri orari; secondo lo studio ha raggiunto le coste meridionali dell’Italia, Cipro, la Grecia e l’Albania, il Nord Africa dalla Tunisia all’Egitto. Lo tsunami, più distruttivo di quello che colpì le coste indonesiane il 26 dicembre 2004, potrebbe addirittura aver portato all’abbandono di Atlit-Yam, un villaggio israeliano di età neolitica situato in prossimità della costa. Quando gli archeologi, circa venti anni fa, scoprirono questo sito, trovarono evidenze di un abbandono improvviso del luogo da parte della gente locale, ma non pensarono a un possibile tsunami. Oggi, invece, alla luce del recente studio, questa teoria è più plausibile.
A terra le evidenze della frana sono rappresentate dall’avanzamento della linea di costa e dalla Valle del Bove. Le tracce costiere di quell’ondata, e i suoi depositi, sono però difficili da trovare oggi: negli ultimi 8000 anni, infatti, il livello del mare si è alzato di circa 10 metri per lo scioglimento dei ghiacciai, cancellando quelle che erano le vecchie linee di costa. Queste tracce sono rinvenibili in fondo al mare, ed è su di esse che si sono concentrati gli scienziati italiani. Maria Teresa Pareschi, Enzo Boschi, Massimiliano Favalli e Francesco Mazzarini, tutti appartenenti alla sezione di Pisa dell’INGV, hanno ricostruito le dimensioni di quell’evento grazie a una campagna di prospezioni sismiche effettuata sul fondale marino a largo del Mar Ionio e alle successive simulazioni al computer dello tsunami. La campagna sismica, condotta dal maggio 2005, ha permesso di ricostruire il profilo dei detriti franati a mare, con le simulazioni i ricercatori sono riusciti a comprendere la modalità di propagazione delle onde di maremoto anche nelle profondità del mare.
L'analisi congiunta dei diversi dati ha permesso di concludere che i volumi del materiale oggi sommerso corrispondono a quello che si staccò dall’Etna, formando la Valle del Bove. Oggi, questa struttura presente sul fianco orientale del vulcano, ha dimensioni ridotte rispetto alla sua origine, a causa del parziale riempimento delle lave durante le varie eruzioni. Negli ultimi cento anni circa mezzo chilometro cubo di materiale lavico avrebbe infatti riempito la Valle del Bove.
Gli Tsunami in Italia e nel Mar Mediterraneo: ricorrenze storiche e rischi per il futuro
Praeterea mari in se resorberi et tremore terrae quasi repelli videbamus (“Vedemmo il mare risucchiato via e apparentemente respinto dal terremoto”). In Italia la più antica documentazione storica di uno tsunami risale all’anno 79 d.C. Durante l’eruzione del Vesuvio, minuziosamente riportata da Plinio il Giovane nelle sue lettere a Tacito, oltre ai fenomeni tipici dell’attività vulcanica che distrussero Pompei, si produsse una onda anomala a seguito della grande quantità di lava che si riversò nel mare.
In tempi storici geologicamente recenti, le coste del Mar Mediterraneo sono state a più riprese interessate da fenomeni di tsunami. A Santorini, nel Mar Egeo, circa 3600 anni fa, il collasso in mare di parte del cratere vulcanico generò onde di tsunami di dimensioni epocali, tanto che secondo alcuni studi la fiorente civiltà minoica si estinse proprio in quell’occasione. Dopo l’evento del 79 d.C. si ricordano tragicamente i fenomeni di tsunami del 365 (Grecia), del 30 luglio 1627 (Gargano), dell’11 gennaio 1693 (Catania), del 5 febbraio 1783 (Calabria tirrenica), del 28 dicembre 1908 (Messina e Reggio Calabria) e per ultimo quello del 30 dicembre 2002 all’isola vulcanica di Stromboli. Come ordine di grandezza, spiegano i ricercatori dell’INGV, l’evento di Stromboli del 2002 è stato circa mille volte inferiore rispetto a quanto avvenuto all’Etna 8000 anni prima. Più nel dettaglio il numero di tsunami che hanno interessato l’area italiana ce li fornisce Stefano Tinti, ricercatore dell’INGV. “Negli ultimi 2000 anni – spiega Tinti – sono noti almeno 300 eventi, ma solo pochi si sono rivelati disastrosi: una ventina, in particolare, nel primo millennio e dal 1600 in poi sono stati storicamente registrati 60 tsunami, ovvero circa 15 casi per secolo. La concentrazione degli eventi sismici riguarda soprattutto l’Arco Calabro, l’Etna, lo Stromboli, la Sicilia”.
Il principio dell’attualismo ci spiega allora che quanto è accaduto in passato può succedere oggi e ancora nel futuro e il Mar Mediterraneo non rappresenta di certo l’eccezione alla regola. Cosa provocherebbe, attualmente, un evento simile a quello di 8000 anni fa? Secondo le simulazioni al computer fatte dai ricercatori, l’Italia meridionale verrebbe inondata nel giro di soli quindici minuti, e servirebbe appena un’ora alle onde di tsunami per raggiungere le coste della Grecia. Novanta minuti, invece, perché venga colpita la città libica di Bengasi, mentre Siria, Israele e Libano verrebbero interessate dopo circa tre ore e mezzo, e quindi lo tsunami si sarebbe propagato per l’intero Mar Mediterraneo. Con effetti decisamente peggiori oggi rispetto a quanto accaduto 8000 anni fa: le coste sono infatti densamente popolate e l’impatto che l’onda avrebbe con le strutture sarebbe devastante. “Ingente – precisa Maria Teresa Pareschi – ma si tratta di un evento poco probabile: noi ricercatori non ci aspettiamo una megafrana di quelle dimensioni. Comunque non è improbabile che un forte sisma nell’area etnea possa destabilizzare la zona del cratere e creare una frana che successivamente sia in grado di generare uno tsunami. Secondo i calcoli ci sarebbero circa 1,2 chilometri cubi di materiale, quanto la Sciara del Fuoco a Stromboli, che potrebbero creare una frana”.
Come proteggersi, dunque, dalla furia della natura? Prevenzione e informazione. “L’evento ricostruito dai ricercatori dell’INGV – precisa Guido Bertolaso – rappresenta in grandissima scala quanto successo a Stromboli nel dicembre del 2002. In quel caso, fortunatamente, non ci furono molti danni: sarebbe stato molto peggio, anche in termini di vite umane, se solo la frana si fosse verificata in un altro periodo dell’anno, quando cioè la presenza di turisti raggiunge le migliaia di unità. Da quel giorno è attivo un sistema di allerta molto funzionale, e l’area in questione viene tenuta sott’occhio costantemente. Del resto – continua Guido Bertolaso – la realtà del Mar Mediterraneo è oggi molto articolata: ci sono tante zone a rischio, oltre a quelle italiane ed è indubbio il pericolo tsunami in tutta l’area. Basti pensare ai “pericoli” di casa nostra, come il Vesuvio, l’Etna stesso, ma anche il Marsili e tutti gli altri vulcani sottomarini nel Mar Tirreno, la sismicità dell’Arco Calabro oppure a Turchia e Grecia, zone storicamente sismiche. Ciò che risulta fondamentale è il sistema di allarme tempestivo o early warning: non è sufficiente posizionare le boe a mare per il monitoraggio degli tsunami se a queste non si abbina un’attività di protezione civile, ovvero spiegare, insegnare alla gente cosa bisogna fare e come ci si comporta in caso di allerta e allarme tsunami”.
Proprio alcuni mesi fa, l’INGV ha realizzato OBS/H, un nuovo sismometro a banda larga con idrofono utile per lo studio di faglie e vulcani sottomarini. Grazie a questo strumento sarà possibile monitorare continuamente le maggiori aree sismiche sommerse e prevenire gli effetti devastanti di eventuali tsunami, per una maggiore e migliore sicurezza di strutture e persone presenti sulle zone costiere.



