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PROGRAMMA DI RICERCA

italiano - english
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Classificazione scientifico-disciplinare
Classificazione geografica
Bibliografia
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Parole Chiave
INSTABILITÀ FAMILIARE; DIVORZIO E SEPARAZIONE; CONVIVENZA; STATO CIVILE; FAMIGLIE RICOSTITUITE; GENITORIALITÀ; TENORE DI VITA; PROTEZIONE SOCIALE; NORME SOCIALI

Instabilità familiare: aspetti causali e conseguenze demografiche, economiche e sociali

Università degli Studi di Firenze
Abstract
L'instabilità dei vincoli familiari e coniugali è divenuta un fenomeno centrale della vita sociale delle società occidentali, determinando nuove forme di aggregazione familiare, modificando il corso di vita dei soggetti direttamente o indirettamente coinvolti, influenzando il loro grado di benessere. In Italia, nonostante la forza dei vincoli tradizionali, comportamenti prima ritenuti marginali e circoscritti nel numero si stanno diffondendo rapidamente. Come molti fenomeni nuovi, essi si presentano con intensità assai diversa secondo il territorio, le aree culturali, le fasce sociali. Studi ed analisi sono in una fase iniziale, ma l'aumento delle forme di instabilità giustifica l'approfondito studio del fenomeno per capirne cause e conseguenze e per fornire strumenti alle istituzioni ed agli operatori sociali per gestire le conseguenze negative dei nuovi comportamenti. Questi si inseriscono in un quadro demografico di declino della nuzialità (tasso totale pari a 620 per mille nel 2002), di persistente e molto debole fecondità (TFT oscillante tra 1,2 e 1,3 negli ultimi 15 anni), di rinvio generalizzato delle scelte di unione e riproduttive. La divorzialità, benché assai più bassa della media europea è in crescita (tasso totale pari al 12% nel 2002); lo stesso per le separazioni legali. Nel 2001, separazioni e divorzi hanno interessato più di 300.000 persone tra partner e figli. Cresce il numero delle famiglie ricostituite, così come quello dei minori che vivono in famiglie con un solo genitore naturale.
L'instabilità e la rottura dei vincoli familiari hanno conseguenze notevoli sul piano demografico, sociale ed economico delle persone coinvolte. Sul piano demografico ci sono, da una parte, programmi riproduttivi non realizzati o completati e dall'altra, la riproduttività delle famiglie ricostituite. Sul piano sociale, mutano le condizioni residenziali e le strategie lavorative, specialmente per quanto riguarda le donne. Sul piano economico vi sono conseguenze negative sulle condizioni di vita di genitori e figli, e aumentano i rischi di povertà soprattutto per le donne affidatarie dei figli. Per tutti questi temi vi è un'ampia messe di studi in ambito europeo, ma c'è anche evidenza che il caso italiano -e mediterraneo- presenti tipologie proprie e distinte che si indagheranno tenendo presente il quadro internazionale.
Le varie linee di ricerca proposte mirano a chiarire e definire il quadro d'insieme e ad approfondire numerosi fenomeni specifici. Anzitutto, con l'aiuto delle statistiche demografiche ufficiali -inclusi i censimenti- si ricostruiranno serie storiche regionali delle principali misure di nuzialità, divorzialità e separazione; si porranno in relazione ad altri indicatori di contesto; si approfondirà il quadro dei differenziali geografici e socio-professionali dell'instabilità. Sul piano della ricerca delle determinanti e delle conseguenze dell'instabilità a livello micro con dati individuali, la ricerca si avvarrà sia di un'indagine ad-hoc (IDEA-second wave), sia d'indagini esistenti (Istat sui consumi; Banca d'Italia su famiglie e redditi; panel europeo sulle famiglie) tra le quali preminente sarà l'indagine ISTAT su famiglie e soggetti sociali (2003) che contiene informazioni rilevanti sull'argomento. Particolare attenzione verrà data alle cause, ed alle conseguenze economiche dell'instabilità, tenendo conto anche dei rapporti finanziari con la P.A. Indagini qualitative permetteranno di studiare i meccanismi di funzionamento, di coesione normativa e di rottura degli equilibri familiari nei due assi portanti, verticale genitori-figli e orizzontale di coppia. Esse indagheranno anche i processi di ricostituzione di nuove famiglie, le rappresentazioni della genitorialità sociale e delle regole informali che legano il nucleo. E' previsto un forte coordinamento per trarre il maggior beneficio dalle competenze metodologiche, demografiche, sociologiche, economiche e giuridiche presenti nelle U.O. <<<

Coordinatore Scientifico del Programma di Ricerca
Massimo LIVI BACCI Università degli Studi di FIRENZE
Obiettivo del Programma di Ricerca
Nel mondo occidentale l'instabilità dei vincoli familiari e coniugali è divenuta un fenomeno centrale della vita sociale, determinando nuove forme di aggregazione familiare, modificando il corso di vita dei soggetti direttamente o indirettamente coinvolti, influenzando il loro grado di benessere. Nella società italiana, nonostante la forza dei vincoli tradizionali, comportamenti prima ritenuti marginali e circoscritti nel numero si stanno diffondendo rapidamente. In conseguenza c'è bisogno di nuove informazioni quantitative e di innovative analisi per consentire, agli studiosi, di elaborare paradigmi interpretativi dell'instabilità familiare e per fornire strumenti alle istituzioni ed agli operatori sociali per gestire le eventuali conseguenze negative dei nuovi comportamenti.

Il quadro demografico della crescente instabilità familiare in Italia può essere così sintetizzato. Il tasso di nuzialità totale (periodo) dei primi matrimoni è sceso gradualmente al basso livello di 620 per 1000 nel 2002. Alla diminuzione dell'intensità della nuzialità si accompagna una tendenza alla posticipazione delle nozze con età medie al matrimonio che superano i 31 anni per gli uomini ed i 28 per le donne, circa 4 anni in più rispetto all'inizio degli anni '80. La fecondità oscilla attorno 1,2-1,3 figli per donna da 15 anni; cambia il calendario della maternità e si innalzano le età dei genitori alla nascita del primogenito; si distanziano i parti; si rarefanno le nascite dei secondogeniti e dei terzogeniti, rarissime sono oramai le nascite di ordine superiore.
Separazioni e divorzi incidono sulla tipologia dei nuclei familiari. Da una separazione/divorzio si originano due famiglie diverse: unipersonali per chi va a vivere da solo, monogenitore per chi coabita con eventuali figli, estese per chi ritorna nel nucleo originario. Separazioni e divorzi sono in continua crescita, più a Nord che a Sud; nel 2001 l'Istat registra 76.000 separazioni e 40.000 divorzi (raddoppiati rispetto al 1993) con un coinvolgimento (tra coniugi e figli) di 210.000 persone nel primo caso e di 100.000 nel secondo, che si aggiungono a quelli che hanno vissuto le stesse esperienze negli anni precedenti.
Crescono le famiglie ricostituite, i genitori soli non vedovi, i single non vedovi, le unioni libere. In totale esse coinvolgono (1998) il 10,4% della popolazione italiana. Il 5,1% delle coppie (2001) è costituito da famiglie ricostituite, prevalentemente coniugate. Queste nuove famiglie sono composte da persone che hanno vissuto esperienze precedenti di vita di coppia e di rottura degli equilibri familiari. La rottura del "contratto" di coppia, o tra genitori e figli, ha pesanti ricadute sulla vita sociale e sul benessere economico e psicologico dei soggetti coinvolti direttamente (i partner stessi e i loro figli) e indirettamente (le famiglie di origine). Ricadute che coinvolgono anche la fecondità, in termini di mancato raggiungimento del numero desiderato di figli. Questi fenomeni sono più probabili in contesti sociali caratterizzati da mentalità secolarizzate e legami familiari meno tradizionali.

Nonostante alcuni lavori di indubbio interesse presenti in letteratura, gli effetti dell'instabilità familiare sul corso di vita degli individui in termini di fecondità, di variazioni negli standard di vita, di nuovi modelli residenziali, di nuove scelte di studio e di lavoro per i soggetti coinvolti, non sono stati ancora adeguatamente approfonditi. Né risulta ben sviluppato lo studio della diffusione di nuovi tipi di famiglie, con esigenze sociali specifiche in termini di fabbisogno residenziale, cura dell'infanzia, sostegno economico e psicologico legato al modificarsi delle relazioni tra i componenti del nucleo familiare. Fino a poco tempo fa, la bassa numerosità degli eventi, per lo più circoscritti a gruppi di popolazione selezionata, rendeva poco praticabile lo studio delle conseguenze dello scioglimento delle unioni. In altri paesi, dove il fenomeno ha una storia più lunga, esiste una più meditata conoscenza delle sue conseguenze, ma il particolare contesto "mediterraneo" che caratterizza i comportamenti degli italiani, non autorizza a trasferire automaticamente al nostro paese i risultati osservati altrove.

Gli obiettivi della ricerca possono sintetizzarsi nei seguenti punti:
a) ricostruzione delle dinamiche della nuzialità, separazioni legali, divorzi e secondi matrimoni con particolare attenzione alle differenze territoriali (Nord-Sud, centro-periferia e altre) e, quando possibile, sociale e professionale. La ricostruzione delle serie regionali di tali indicatori permetterà l'impiego di metodi di analisi delle serie storiche in funzione di indicatori di contesto. Lo sfruttamento dei dati di censimento consentirà l'approfondimento delle caratteristiche territoriali di alcuni indicatori di nuzialità e di scioglimento d'unione;
b) determinanti individuali della rottura dell'unione con particolare considerazione del legame tra genere e instabilità familiare nella prospettiva di corso di vita;
c) Le "scelte" di stato civile (non sposarsi; sposarsi e restare sposato; sposarsi ma sciogliere il matrimonio, restare vedovo/a)e relative implicazioni sul pecorso di vita. Le conseguenze economiche dell'instabilità familiare sia sul benessere individuale che sul benessere dei figli e individuazione dei fattori che ne mitigano l'impatto negativo. Le conseguenze economiche terranno conto anche dei rapporti finanziari con la P.A;
d) conseguenze della rottura d'unione in termini di percorsi maschili e femminili contemporanei e successivi al momento della separazione. Influenza dell'affidamento dei figli (che coinvolge quasi sempre le donne) in termini di ulteriore fecondità, istruzione, lavoro, situazione abitativa, stile di vita, uso del tempo;
e) meccanismi di funzionamento, di coesione normativa e di rottura degli equilibri del sistema familiare nei due assi portanti: orizzontale o di coppia e verticale tra genitori e figli.
f) Esame del processo di ricostituzione di nuove famiglie e all'interno di queste, analisi delle rappresentazioni della genitorialità sociale, delle regole informali che legano il nucleo. Studio della regolazione sociale e giuridica della genitorialità sociale e delle forme di garanzia dei diritti dei minori in ambito di contesti relazionali complessi.
g) Individuazione delle nuove emergenze sociali per ricavarne indicazioni utili a formulare adeguate politiche, evidenziando le eventuali lacune degli attuali meccanismi di protezione sociale.

Le fonti informative della ricerca sono 1) le statistiche ufficiali di tipo macrodemografico; 2) un'indagine ad hoc con re-intervista di un campione di soggetti, già intervistati con indagine campionaria che ha coinvolto diverse U.O oggi impegnate in questo progetto; 3) indagini campionarie attualmente disponibili con contenuti utili per lo studio delle cause e conseguenze dell'instabilità e dei profili socio-economici delle varie tipologie di stato civile. Tra queste (indagini dell'Istat sui consumi; della Banca d'Italia sui redditi; panel europeo delle famiglie, oltre ad altre) di particolare interesse sarà l'analisi dell'indagine ISTAT su famiglie e soggetti sociali del 2003, che contiene informazioni sull'instabilità familiare; 4) indagini qualitative basate su interviste in profondità di soggetti che hanno sperimentato forme di instabilità e di testimoni privilegiati.

Il piano di lavoro intende collegare fonti conoscitive e risorse disciplinari diverse e prevede una forte azione di coordinamento e verifica delle attività di ricerca. L'attuazione del piano richiederà una forte interscambio tra le competenze metodologiche, demografiche, sociologiche, economiche e giuridiche presenti nelle U.O, per affinare concetti, ipotesi di lavoro, paradigmi interpretativi di fenomeni nuovi e parzialmente inesplorati. <<<
Risultati parziali attesi
RISULTATI PARZIALI ATTESI I

Alla fine della prima fase di ricerca, si produrranno analisi di sfondo, adeguate rassegne bibliografiche e di approfondimento teorico per le diverse linee di ricerca previste.

Si predisporrà un sito internet accessibile al pubblico in cui i risultati delle varie ricerche saranno disponibili.

Per l'indagine ad hoc, I.D.E.A.- II Wave si prevede durante la prima fase: la predisposizione e la messa a punto del questionario dell'indagine; il test del questionario in un'indagine pilota; la formazione dei rilevatori; lo svolgimento dell'indagine telefonica; lo sviluppo di opportune metodologie per tener conto dell'attrition.

Saranno poi predisposte (e/o acquistate) le banche dati presistenti, micro e macro, ed effettuate le prime elaborazioni. In questa fase, inoltre, saranno messe appunto le adeguate metodologie statistiche per la successiva analisi dei dati.

La preparazione degli strumenti di rilevazione, delle tracce di intervista e il lavoro sul campo per la raccolta dei dati qualitativi, occuperà interamente la prima fase della ricerca delle unità coinvolte.

In questa fase, infine, si verificherà la fattibilità di ulteriori percorsi di ricerca e la disponibilità di altre fonti di dati, anche per comparazioni territoriali e internazionali.RISULTATI PARZIALI ATTESI II

Durante la seconda fase si procederà all'analisi dei dati e delle informazioni raccolte nella prima parte.

Per quanto riguarda l'indagine ad hoc IDEA-II wave, saranno prodotti lavori che avranno per oggetto l'analisi tanto della qualità dei dati quanto delle specifiche tematiche di interesse delle singole Unità operative. Saranno predisposti paper e rapporti di sintesi dei risultati.

Analogamente, in relazione alle varie tematiche, saranno prodotti paper basati sull'analisi della indagine FSS, in collaborazione con i ricercatori dell'ISTAT.

Le diverse unità operative in riferimento alle specifiche linee di ricerca approfondite (descritte nella fase 1, punto 2) presenteranno working paper e rapporti di ricerca, basati sia sulle preesistenti fonti quantitative macro e micro, sia sulle informazioni qualitative raccolte appositamente.

Tutti i lavori prodotti dalle varie unità operative, saranno disponibili sul sito Internet predisposto allo scopo.

I risultati, provvisori e finali, saranno discussi in tre workshop, dove i diversi lavori saranno presentati e discussi anche con esperti esterni al gruppo di ricerca (Si veda: Criteri per la valutazione). <<<
Durata
24 mesi
Base di partenza scientifica nazionale o internazionale
Oggigiorno, la stabilità e l'instabilità delle famiglie non è più legata a eventi formali nel corso di vita. In molti paesi gli individui vivono in unione senza essere formalmente sposati, e quindi le separazioni legali e i divorzi non sono più i soli modi per sciogliere l'unione. Iniziano ad essere rilevanti nuovi tipi di partnership caratterizzati dalla stabilità del legame, ma non dalla coresidenza stabile (denominati LAT - "Living Apart Together", se frutto di una scelta autonoma). L'instabilità, inoltre, si traduce in una nuova diffusione di un fenomeno già conosciuto in passato: i matrimoni (o più in generale le unioni) successivi al primo. Lo stato dell'arte relativamente a questi fenomeni può essere presentato a vari livelli. In primis, ci si riferisce al livello macro, evidenziando i risultati in termini di differenze tra paesi e mostrando come sono cambiate nel corso del tempo. Segue una rassegna a livello micro, basata sul ciclo di vita e, infine, viene sottolineata con forza l'importanza di studiare il caso italiano nel quadro della letteratura demografica più rilevante.

IL CASO ITALIANO: ELEMENTI POTENZIALMENTE LEGATI ALLA STABILITÀ DELLA PARTNERSHIP

Le comparazioni internazionali in letteratura rivelano che l'Italia rappresenta un caso particolarmente interessante per via dei suoi bassi livelli attuali di instabilità coniugale (si veda, tra gli altri, sull'Italia Barbagli 1990; Barbagli M., Saraceno 1997 and 1998; De Rose 1999; De Rose et al. 1999; Maggioni 1990 and 1997; Zanatta 1997). Nella nostra ottica, ciò deve essere messo in relazione con le altre peculiarità del quadro demografico italiano che sono ben note. In primo luogo, possono aiutare nella spiegazione dei bassi livelli di instabilità familiare le particolarità italiane nei modi di formazione della famiglia. In secondo luogo, necessitano un approfondimento le relazioni tra la stabilità delle unioni e tali fenomeni.
Secondo la letteratura, l'Italia condivide con altri paesi europei il ruolo forte dei legami intergenerazionali e familiari. Reher (1998) parla di un modello di "famiglia forte", tipico dell'Europa del sud; Dalla Zuanna (2001) enfatizza il ruolo del "familismo" nel determinare i modelli familiari e il comportamento riproduttivo; Micheli (2000) ritiene che i "legami" forti siano centrali nella spiegazione della particolare situazione demografica italiana.
In termini di formazione della famiglia si possono usare due parole chiave per descrivere il quadro italiano con riferimento alla transizione allo stato adulto e alla fecondità: "latest-late" (ritardata, la prima) e "lowest-low" (bassissima, la seconda). Il massimo ritardo nella transizione allo stato adulto è caratterizzato da una prolungata permanenza dei giovani adulti nella famiglia di origine e da un'alta quota di giovani che lasciano la casa dei genitori solo al momento del matrimonio (Billari et al., 2002). Ciò è coerente con lo sviluppo di legami tra genitori e figli molto più forti che non negli altri paesi europei, come del resto ci si attende dal modello di famiglia forte (Glaser and Tomassini, 2000). La bassissima fecondità è caratterizzata da livelli che sono costantemente al di sotto di 1,3 figli per donna (Kohler et al., 2002).

LA STABILITA'/INSTABILITA' DELLA COPPIA E LE SUE CONSEGUENZE: IL LIVELLO MACRO

L'alternativa tra coabitazione e matrimonio non è più necessariamente esaustiva di tutte le possibili scelte di vita di coppia. Ci sono, infatti, sempre più opportunità nella scelta del "living arrangement" e del tipo di unione. Alcuni Paesi, ad esempio, hanno introdotto nuove forme di unione che hanno trovato un riconoscimento giuridico. E' il caso del PACS (Patto di Solidarietà Civile) in Francia, alternativo al matrimonio, senza che tuttavia esso abbia cessato di essere formalizzato (Pison, 2002). Il LAT è spesso una tappa intermedia verso la formazione di una più stabile unione (convivenza o matrimonio); questa situazione non implica un riconoscimento giuridico e, pertanto, è diffusa in molti paesi industrializzati. Il LAT può anche essere visto come una scelta a medio e lungo termine per una tipo di "living arrangement" più flessibile. Inoltre, il LAT può essere indotto da circostanze del corso di vita (ad es. la necessità di lavorare in città diverse). Con i dati FFS, Kiernan (2003) analizza il ruolo del LAT per donne mai entrate in unione di età 20-39. L'eterogeneità tra Paesi è evidente: ad esempio, in Germania metà delle donne nubili vivono in tale forma di unione. Di esse tre quarti dichiarano di voler continuare a vivere così. Il quadro è molto diverso in altri paesi, quindi è difficile prevedere se il LAT diverrà una scelta generalizzata di lungo periodo. La stabilità di questi rapporti, in effetti, non è mai stata approfondita in letteratura.
Le unioni "co-residenziali" sono diventate sempre meno stabili in tutti i paesi industrializzati nel corso degli anni Novanta, né vi sono segni di cambiamento nei primi anni del nuovo millennio. In questo trend comune, verso un grado minore di stabilità delle unioni, vi sono ampie differenze tra Paesi. L'Italia, ad esempio, si distingue per il basso livello di scioglimento delle unioni. Le differenze tra paesi possono essere decomposte in due principali componenti. In primis, un diverso grado di stabilità dei matrimoni (misurato dal Tasso di Divorzialità Totale) distingue i diversi paesi. In secondo luogo, poiché le "unioni di fatto" presentano un più elevato tasso di scioglimento, la differente prevalenza delle convivenze influenza il livello medio di stabilità delle unioni in un dato paese. In Europa e in Nord America, il TDT è aumentato negli anni Novanta pressoché ovunque, con qualche eccezione per i paesi dell'Europa centrale e orientale, dell'Ex-URSS e della Svizzera. Secondo i dati del Consiglio d'Europa, il più alto TDT si osserva in Svezia (55%), mentre in Italia è pari al 12%. Con i dati del FFS, è stato possibile paragonare i tassi di scioglimento dei diversi tipi di unione tra paesi durante gli anni Novanta. Uno studio (Andersson, 2002) su 17 Paesi nord americani e europei mostra che - senza eccezioni - le convivenze hanno una più bassa probabilità di sopravvivere, rispetto ad unioni iniziate direttamente con un matrimonio. La diversa prevalenza delle convivenze, quindi, è legata di per sé all'instabilità delle unioni. Paesi con una quota più alta di unioni di fatto sperimenteranno un'alta proporzione di unioni instabili. Inoltre, tra i coniugati, coloro che hanno sperimentato una convivenza prematrimoniale hanno in generale un più alto rischio di divorzio, sebbene la letteratura mostri che tale correlazione non è dovuta all'impatto "causale" della coabitazione. Recentemente, Dourleijn e Liefbroer (2002) hanno usato i dati FFS per testare l'ipotesi che le differenze nei tassi di scioglimento sono legate alla diffusione delle convivenze in una certa popolazione. Esisterebbe, infatti, un effetto di selezione (individui che coabitano sperimenterebbero più facilmente lo scioglimento dell'unione per via delle proprie caratteristiche), ma anche un generale effetto "stabilizzatore" del matrimonio di per sé. Il matrimonio sembra pertanto un‘istituzione che "protegge" contro l'instabilità (Brines and Joyner, 1999) in un buon numero di paesi.
Alti tassi di scioglimento aumentano l'importanza della formazione delle unioni successive alla prima, siano esse seconde nozze, seconde convivenze, o convivenze a seguito di un divorzio. Ancora, negli anni Novanta, i dati FFS hanno permesso di valutare le differenze internazionali e i trend tra generazioni. Uno studio di Fürnkranz-Prskawetz et al. (2003) analizza i percorsi che portano alla formazione delle "famiglie ricostituite" in 19 Paesi. Le analisi indicano che, nella coorte di nate tra il 1952-59, la probabilità di entrare in una seconda unione prima dei 35 anni, è stata in Svezia del 28%. Quasi in tutti i Paesi considerati nello studio, la maggior parte delle donne che hanno vissuto lo scioglimento di una prima unione, sono entrate in una seconda. L'Italia rappresenta una delle eccezioni. L'esperienza di una seconda unione è comunque sempre più comune in Europa: la quota di donne che l'hanno sperimentata prima dei 35 anni cresce dalla coorte delle nate tra 1952-55 a quella delle nate nel 1956-59, anche se le prime unioni sono state sempre di più ritardate. Ciò indica che ha avuto luogo un aumento delle unioni di ordine successivo al primo e che questa tendenza sembra continuare.
Per quanto riguarda le conseguenze dell'instabilità, uno studio di Heuveline et al. (2003) mostra interessanti risultati sugli effetti di una dissoluzione familiare per i figli. Gli Autori hanno stimato, nell'ambito dei primi 15 anni, quanto tempo ciascun figlio passa in media in certe tipologie familiari, in particolare con una madre single, in una famiglia ricostituita (dal lato materno), senza madre, o con entrambi i genitori biologici. Si osservano notevoli differenze internazionali: negli Stati Uniti un bambino vive in media più di un terzo dei suo primi 15 anni senza entrambi i genitori biologici. Molti altri Paesi sono vicini a questo ordine di grandezza, con più di tre anni di vissuti in media senza entrambi i genitori biologici. Un modello "tradizionale" di genitorialità è, invece, ancora presente in Italia (solo un anno in media senza entrambi genitori biologici).

IL CAMBIAMENTO NELLE RELAZIONI OSSERVATE NEI VARI PAESI: LA STABILITA' DELLA COPPIA E LA FECONDITA'

In letteratura è stata data grande rilevanza al cambiamento nelle relazioni osservate tra partecipazione lavorativa e fecondità, nel confronto internazionale tra i Paesi. Anche con riferimento all'instabilità familiare si sono osservati cambiamenti. Dalla Zuanna (2001) documenta la correlazione tra TFT e la quota di nascite illegittime in 16 paesi europei dal 1981 al 1996.
Billari and Kohler (2004) mettono in evidenza per i Paesi del Consiglio d'Europa, il cambiamento, tra paesi, della correlazione tra fecondità e 1) il Tasso di Nuzialità Totale (la correlazione positiva diventa sempre più debole); 2) il Tasso di Divorzialità Totale (la correlazione negativa diventa positiva); 3) la quota di nascite illegittime. Analisi comparative mostrano, quindi, che la correlazione tra un indicatore tradizionale del comportamento demografico (il TFT) e indicatori che erano tradizionalmente correlati negativamente con esso si sono rovesciate. In alcuni casi ciò è dovuto all'impatto di fattori non osservati, tipici in quei paesi dove la fecondità è diminuita in modo più veloce mentre altri indicatori erano ad un livello più basso e non cambiavano così rapidamente come in altri paesi (Kögel, 2004). Nondimeno, il cambiamento delle relazioni può anche essere legato a scelte a livello individuale: la flessibilità delle unioni nel caso dell'età media al matrimonio e della quota di fecondità illegittima, e il ruolo della fecondità delle famiglie ricostituite nel caso dei Tassi di Divorzialità Totale.

STABILITA' E INSTABILITA' DELLE COPPIE: IL LIVELLO MICRO

I fattori economici e culturali agiscono entrambi sia come determinanti sia come conseguenze della stabilità e instabilità. Dal punto di vista del corso di vita, la letteratura enfatizza il ruolo della famiglia di origine: la trasmissione intergenerazionale di valori e atteggiamenti, quali ad esempio la religiosità, influenza le scelte individuali che riguardano la stabilità della coppia. La trasmissione intergenerazionale del divorzio, per esempio, è stata ampiamente studiata in diversi contesti sociali.
Sempre in termini di determinanti demografiche è importante considerare anche l'impatto della fecondità sullo scioglimento delle unioni. Su questo argomento, in letteratura, c'è un'evidenza non chiara. La maggioranza dei lavori, che usano un'analisi basata su un paese singolo, mostrano che la presenza di figli delle coppia rende più stabile tanto il matrimonio che la convivenza (ad es. Jalovaara, 2001). Nondimeno, studi specifici sul Regno Unito hanno documentato che durante gli anni Novanta i figli hanno avuto un effetto destabilizzante sulle unioni (Chan e Halpin, 2001).
Le determinanti economiche interagiscono con i fattori culturali nel determinare l'instabilità delle coppie. La teoria economica neoclassica prevede che le donne che svolgono un lavoro retribuito hanno una più alto rischio di divorzio, mentre l'ipotesi culturale sostiene che questo rischio cresce per via dell'emancipazione femminile. Il caso olandese rivela che entrambe le ipotesi contribuiscono a spiegare l'attuale divorzialità (Kalmijn et al., 2004).
Per quanto riguarda le conseguenze, il primo effetto della nuova stabilità delle coppie è sulla fecondità. Da quando la coabitazione è divenuta più comune, anche il tasso di fecondità illegittima è aumentato. In quasi tutti i Paesi industrializzati per i quali i dati sono disponibili, la fecondità illegittima è cresciuta durante gli anni Novanta. Vi sono anche casi estremi, come l'Islanda, nel 2000, dove poco più di un terzo di tutte le nascite sono avvenute da genitori sposati. In altri Paesi, come l'Italia, la quota di nascite illegittime è sotto il 10%.
A livello individuale, tuttavia, la maggior parte degli studi mostra che la convivenza in qualche modo scoraggia la fecondità. De Rose e Racioppi (2001), con i dati FFS, mostrano che la fecondità attesa delle coppie di fatto è più bassa che non per i coniugi. Pinnelli et al. (2002) rivelano che coloro che hanno iniziato la loro unione direttamente con un matrimonio hanno più probabilmente un secondo figlio. La relazione causale tra il tipo di unione e la fecondità, tuttavia, non è così facile da individuare, anche con dati individuali retrospettivi. Ad esempio, sebbene la maggior parte delle nascite avvenga in un'unione, molti dei paesi con una più alta quota di convivenze e una più precoce formazione delle prime unioni presentano i più alti livelli di fecondità in Europa (Kiernan, 2002). Tale relazione inversa tra fecondità ed età alla formazione della prima unione può riflettere una tendenza per un posticipo generale degli eventi nella transizione allo stato adulto, nel qual caso la transizione a qualsiasi forma di unione e alla genitorialità sono ritardati per via di sottostanti fattori comuni. Se questo è il caso generale, tali eventi devono essere esaminati come un unicum. In caso contrario, ciascun percorso di formazione di un'unione può avere un effetto causale (e potenzialmente differenziato) sulla fecondità (Baizán et al, 2003). Se la coabitazione raggiunge lo stesso status del matrimonio, l'unico aspetto importante per la fecondità, diventa l'età a cui si entra in unione e non la preferenza per una certa forma di coppia.
Consideriamo anche la relazione tra il numero di unioni nel corso di vita e la fecondità. Billari (2004) mostra che tra coloro che hanno un secondo figlio vi sia un'alta quota di coloro che hanno già sperimentato una seconda unione, in contrasto con quanto si ipotizza (Pinnelli et al., 2002, p. 79) sul "chiaro effetto negativo sulla fecondità" di divorzio e separazione. Che gli alti tassi di divorzio riducano la fecondità sembra il risultato di un ragionamento intuitivo. Nondimeno, vi sono altre ragioni per cui lo scioglimento di un'unione ha, invece, un effetto positivo sulla fecondità. I figli, infatti, sono un specifico "capitale di coppia", quali simbolo di un impegno dei coniugi nella relazione (Griffith et al., 1985). Le analisi su singoli paesi hanno proprio mostrato che il primo figlio in unione ha un forte valore di impegno (Vikat et al., 1999), sebbene l'effetto tenda a sparire per i figli successivi. Evidenza sul valore simbolico del primo figlio è stata individuata da Thomson et al. (2002), con i dati dell'FFS. <<<