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PROGRAMMA DI RICERCA
italiano - english
Unità di Ricerca
- Università degli Studi di TRENTO
SOCIOLOGIA E RICERCA SOCIALE
TRENTO(TN) - Università degli Studi di GENOVA
SCIENZE ANTROPOLOGICHE
GENOVA(GE) - Università degli Studi di BOLOGNA
DISCIPLINE DELLA COMUNICAZIONE
BOLOGNA(BO) - Università degli Studi di BERGAMO
SCIENZE DEI LINGUAGGI, DELLA COMUNICAZIONE E DEGLI STUDI CULTURALI
BERGAMO(BG) - Università degli Studi di LECCE
SCIENZA DEI SISTEMI SOCIALI E DELLA COMUNICAZIONE
LECCE(LE)
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- 10 - Il knowledge management come strumento di vantaggio competitivo per le imprese-rete: un confronto intersettoriale
Classificazione scientifico-disciplinare
- Area scientifico disciplinare: Scienze politiche e sociali
Classificazione geografica
- Regione: Trentino Alto Adige
Bibliografia
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Parole Chiave
COMUNICAZIONE; CONOSCENZA; ETNOGRAFIA; CULTURA; ORGANIZZAZIONE; ISTITUZIONE; INTERAZIONE SOCIALE; SAPERI PROFESSIONALILa comunicazione del sapere.
Etnografia della conoscenza in diversi contesti istituzionali e organizzativi
Università degli Studi di Trento
Abstract
L'obiettivo del programma di ricerca è studiare le forme della comunicazione del sapere in alcuni contesti istituzionali e organizzativi. Da alcuni anni i membri componenti il progetto lavorano sui processi di comunicazione in varie realtà organizzative e istituzionali: Procure della Repubblica; strutture sanitarie come grandi ospedali o sale operative dell'emergenza; scuole; aziende operanti sul mercato. Lo scopo del progetto è quello di studiare in azione, nei processi quotidiani di lavoro, alcuni aspetti della cultura delle professioni che riguardano sfere di vita sociale e campi disciplinari fondamentali del sapere quali il diritto, la medicina, l'educazione, l'economia. In particolare prenderemmo in considerazione, in un'ottica ampiamente comparativa, tre aspetti legati alla comunicazione delle conoscenze e del sapere: 1. la socializzazione del sapere, vale a dire i modi in cui il sapere specifico e le competenze possano essere trasmessi e diffusi; 2. il rapporto tra saperi diversi, vale a dire le forme della combinazione di saperi in contesti organizzativi e istituzionali che contengono soluzioni ibride ai problemi posti dalle singole realtà professionali; 3. il sapere in pratica, vale a dire tutte le forme di sapere non necessariamente concettuali e proposizionali, ma tacite e nascoste, su cui poggia l'agire effettivo dei membri delle comunità professionali. Per studiare questi temi le varie unità di ricerca opereranno secondo metodi ampiamente etnografici di analisi, attraverso un'attenta ricostruzione contestuale e un'analisi locale dettagliata sia delle azioni, che dei discorsi, che dei documenti, prodotti in ciascun contesto preso in esame. <<<Coordinatore Scientifico del Programma di Ricerca
Giolo FELE Università degli Studi di TRENTOObiettivo del Programma di Ricerca
L'obiettivo del programma di ricerca è studiare le forme della comunicazione del sapere in alcuni contesti istituzionali e organizzativi.Da alcuni anni i membri componenti il progetto lavorano sui processi di comunicazione in varie realtà organizzative e istituzionali: Procure della Repubblica, cioè gli uffici dell'ordinamento giudiziario cui sono addetti i magistrati che svolgono le funzioni di Pubblico ministero; strutture sanitarie, come grandi ospedali o sale operative dell'emergenza; le grandi agenzie educative quali le scuole; aziende e imprese operanti sul mercato. Queste diverse realtà organizzative e istituzionali sono incardinate in forme di conoscenza che riguardano sfere di vita sociale e campi disciplinari fondamentali del sapere quali il diritto, la medicina, l'educazione, l'economia.
Con il nostro progetto attuale vogliamo collegare in modo particolare i nostri tradizionali interessi sui processi comunicativi alle forme di conoscenza tipiche di questi contesti organizzativi e istituzionali. Vogliamo dare una fondazione empirica all'idea classica della sociologia della conoscenza che afferma che in tutti i contesti della vita sociale, anche in quelli organizzativi o istituzionali, la conoscenza gioca un ruolo profondo nello strutturare concretamente i rapporti sociali.
Secondo il nostro approccio è possibile analizzare empiricamente i contenuti e le forme che la conoscenza prende in precisi contesti organizzativi e istituzionali, secondo quelle che possiamo definire vere e proprie comunità e culture epistemiche. Siamo interessati a studiare non la sfera delle rappresentazioni e dei valori generici di una determinata cultura professionale (i medici, i magistrati, gli insegnanti, gli imprenditori e i manager), non le norme ideali e le astratte formulazioni che devono guidare l'azione nei contesti specifici delle rispettive figure professionali (codici di comportamento, prontuari per la presa delle decisioni, protocolli di intenti, orientamenti di policy, ecc.) ma piuttosto l'agire sociale concreto attraverso cui si manifesta e si palesa pubblicamente la conoscenza professionale delle pratiche quotidiane nei rispettivi ambiti di lavoro. In modo particolare, siamo interessati ad analizzare le situazioni comunicative concrete che espongono e rendono visibili le basi formali e informali della conoscenza professionale (spesso perché diverse forme di conoscenza e di saperi vengono a contatto).
Il lavoro di ricerca proposto dalle varie unità serve da illustrazione di queste considerazioni. Per esempio, i medici in un reparto di oncologia di un ospedale non solo devono condividere con altre figure (infermieri, tecnici, ecc.) un certo sapere professionale ma devono anche comunicare gli esiti di questa conoscenza scientifica ai diretti interessati, vale a dire ai malati. Gli operatori di una sala operativa alla quale arrivano delle chiamate di soccorso di tipo sanitario non solo devono coordinare le conoscenze del caso con tutti gli operatori che sono coinvolti con l'emergenza, ma anche con il cittadino sul posto che ha originato la richiesta. I magistrati che stanno svolgendo indagini su casi delittuosi collaborano con altri magistrati per definire la tipologia e la fattispecie dei reati, ma allo stesso tempo necessitano di altre conoscenze che derivano da altre comunità epistemiche di riferimento (poliziotti, medici, psicologi, sociologi, traduttori, ecc.). Gli obiettivi formativi della scuola e il lavoro degli insegnanti, che sono portatori di un determinato ethos nei confronti dell'istituzione educativa, si scontrano nella pratica con disposizioni sociali degli alunni diverse, a volte opposte, costruite da un profondo processo di socializzazione familiare, al punto da influenzare fortemente in senso negativo gli esiti del rendimento scolastico. Un'azienda transnazionale che basa la sua mission sull'orientamento al cliente e sulla personalizzazione del management, richiede la partecipazione attiva e la condivisione personale del processo produttivo da parte delle figure anche più marginali, non specializzate e precarie della forza lavoro, che può rispondere in modo anomico rispetto ai fini dell'azienda, in modo ritualistico e convenzionale (senza sottoscrivere i "valori" di riferimento).
L'obiettivo del programma di ricerca si può articolare nella ricostruzione di una serie di aspetti delle specifiche culture professionali organizzative e istituzionali.
1. Socializzazione del sapere.
Per ciascun contesto organizzativo e istituzionale si tratta di analizzare in che modo il sapere specifico possa essere trasmesso e diffuso. Da un lato si tratta senz'altro di analizzare tutte le forme esplicite di socializzazione e di apprendimento (scuole, corsi, seminari, ecc.), prendendo in considerazione sia i contenuti dell'insegnamento sia le forme che il sapere prende in ciascun contesto. Dall'altro lato si tratta di prendere in considerazione la socializzazione informale al sapere. In questo senso acquista un particolare valore analizzare non solo situazioni nelle quali il sapere viene comunicato (per addestramento, ma anche solo per la condivisione delle informazioni) all'interno della propria cerchia epistemica o comunità di pratica, ma anche contesti che prevedono l'intrecciarsi di saperi e competenze diverse, dove ciascuno deve in qualche modo "socializzare" l'altro anche sui presupposti più impliciti del propria cultura professionale di appartenenza.
2. Rapporto tra saperi diversi.
Lo scopo del lavoro di ricerca delle diverse unità è quello di identificare e definire le forme della combinazione di saperi. Le nostre unità di ricerca indagano su contesti organizzativi e istituzionali che contengono soluzioni ibride ai problemi posti dalle singole realtà professionali. Il gruppo di ricerca condivide la necessità di problematizzare la nozione di conoscenza spesso vista come un black box, non problematica, efficiente, in grado di fornire tutti gli strumenti necessari, ecc. Scopo della ricerca è quello di ricostruire la logica della produzione dei fenomeni epistemici di natura comunicativa eterogenea, vale a dire dove scambi, negoziazioni, divulgazioni, esplicitazione dei punti di vista, problematizzazioni, semplificazioni, ecc. sono la norma dell'azione organizzativa e istituzionale.
3. Il sapere in pratica.
Infine, il gruppo di ricerca è interessato a ricostruire i veri processi di interazione che costituiscono il tessuto fondamentale della comunicazione del sapere. Per fare questo, le unità di ricerca condividono la necessità di operare con strumenti di indagine di tipo naturalistico, utilizzando procedure che permettano di studiare la strutturazione e la visibilità delle conoscenze in concrete sequenze di azione e di comportamento, di discorso e di interazione. Il gruppo di ricerca condivide l'assunto per il quale la conoscenza non riguarda attributi cognitivi individuali, soggettivi e mentali, ma piuttosto si tratti di disposizioni sceniche, risorse pubbliche e attributi collettivi e distribuiti.
Il modo in cui la conoscenza è trasmessa e viaggia, si trasforma, si adatta, i vari effetti che la conoscenza ha sulle relazioni sociali, costituisce dunque il fulcro del lavoro delle unità del gruppo. La conoscenza di cui si tratta nei vari contesti di ricerca può essere oggettificata, depositata (forme di scrittura, stampa e di conservazione di dati e informazioni, spesso su supporto informatico), attraverso le forme burocratiche o ufficiali, amministrative, della conoscenza, ma può essere presa in considerazione anche nei suoi aspetti più volatili, nelle conversazioni, nei discorsi, nelle forme di comportamento. Per analizzare questi complessi aspetti della diffusione e dispersione della conoscenza nelle relazioni sociali, il gruppo di ricerca condivide la necessità di operare nel lavoro con un'attenta ricostruzione contestuale e con un'analisi locale dettagliata, attraverso forme di analisi etnografica. <<<
Risultati parziali attesi
Con la fine della prima fase di ricerca tutte le unità si propongono tre obiettivi fondamentali. In primo luogo, sarà completata la ricognizione della letteratura più recente nei singoli ambiti di ricerca, con particolare attenzione alle pubblicazioni che trattano direttamente gli approcci di natura etnografica sul tema della comunicazione del sapere. In secondo luogo, con la prima fase sarà conclusa una prima predisposizione degli strumenti di ricerca, con particolare attenzione agli aspetti metodologici e alla compenetrazione di tecniche di rilevazione etnografica e tecniche di analisi del testo, del discorso e della conversazione. Da ultimo, le unità avranno completato la fase di negoziazione che possa permettere un primo contatto con il campo di ricerca anche al fine di una indagine esplorativa e di test metodologico.Da questa fase le singole unità del gruppo di ricerca si propongono di concludere la fase di contrattazione con le singole organizzazioni e le istituzioni oggetto di studio, e al tempo stesso di definire, sulla scorta della prima esperienza di ricerca, i singoli protocolli, pervenendo anche a una integrazione tra i protocolli delle varie unità anche in base alle specifiche necessità sorte sul campo.Raccolta di note etnografiche, sbobinature di interviste non strutturate, videoregistrazioni, audioregistrazioni, fotografie, trascrizioni, ecc.: tutto il materiale costituito dai dati ottenuti dai ricercatori. Inoltre, la raccolta di tutti quei materiali amministrativi, burocratici, organizzativi prodotti nei singoli contesti analizzati dalle varie unità di ricerca.Rapporto finale di ricerca delle singole unità operative. Rapporto finale di ricerca del progetto globale. Convegno di presentazione dei principali risultati. <<<Durata
24 mesiBase di partenza scientifica nazionale o internazionale
Da qualche tempo la sociologia della conoscenza e del sapere è stata rivitalizzata da una serie di nuovi contributi che hanno gettato la luce su aspetti e metodologie di analisi che hanno innovato profondamente i classici interrogativi del campo. La "nuova sociologia della conoscenza" (Steher e Meja 1984; Coulter 1989; Swidler e Arditi 1994; Gibbons M. et al. 1994; McCarthy 1996; Knorr-Cetina 1999; Meja & Stehr 1999; Camic e Gross 2000) ha spostato l'attenzione delle proprie analisi dal ruolo che la posizione sociale di individui e gruppi ha nello spiegare la diversa distribuzione e strutturazione della conoscenza, all'esaminare la cultura e il sapere che permeano le organizzazioni sociali e la vita quotidiana. Si tratta di un nuovo terreno di analisi ampiamente interdisciplinare a cui stanno contribuendo sociologi, antropologi e storici della cultura, della religione, della scienza, della tecnologia: Si può dire che non esista un vero e proprio terreno comune di ricerca, mentre esitono temi comuni e sensibilità condivise che si sono create a partire da ricerche empiriche su campi anche molto diversi tra loro.Questa nuova sociologia della conoscenza si è sviluppata anche a partire dalle profonde trasformazione della società moderna a partire dallo sviluppo dei sistemi informativi e delle risorse di rete. Molti autori hanno messo in evidenza come un aumento delle scelte individuali, l'emancipazione dalle soluzioni già pronte, le continue occasioni di scelta, la necessità di essere informati e di partecipare direttamente ai processi decisionali collettivi, siano alcune delle caratteristiche della società moderna (o post-moderna). Da qui l'etichetta di "società della conoscenza" (Boehme & Stehr 1986; Stehr 1994). Del resto lo stesso aspetto economico, legato alla produzione, fa riferimento sempre più alle conoscenze (di contro al peso delle basi materiali, lavoro e capitale, dello sviluppo, nella società industriale); al lavoro delle macchine si vanno sostituendo nuove forme di lavoro basate sull'informazione e sui sistemi informatici e tecnologici (Bell 1973; Castells 1996).
A questi mutamenti strutturali profondi dei rapporti sociali fa eco un mutamento dell'approccio allo studio del sapere. La tradizionale sociologia della conoscenza si è concentrata sull'analisi dei sistemi formali di idee, sulle visioni del mondo, sull'ideologia, sulle teorie scientifiche, sulle dottrine religiose. La questione fondamentale era quella di capire e spiegare tutte le forme possibili di distorsione di una conoscenza che veniva considerata disinteressata, oggettiva e neutrale, a partire dai contesti storici, dalle condizioni materiali, dalle strutture istituzionali e organizzative in cui la conoscenza veniva prodotta. La nuova sociologia della conoscenza si pone invece su un piano diverso e tematizza nuove dimensioni analitiche e nuove relazioni tra conoscenza e organizzazione sociale. Anche grazie ai recenti sviluppi in sociologia della cultura (Swidler 1986; Sewell 1992; De Biasi 2002), la conoscenza viene considerata parte delle complesse risorse che le persone usano nei contesti quotidiani d'azione e negli ambiti professionali e di lavoro. Anche dal punto di vista della produzione della conoscenza la prospettiva è molto diversa. Secondo l'approccio classico della sociologia della conoscenza al centro della produzione c'è l'intellettuale, una figura svincolata dalle appartenenze, che anzi garantisce autorità e verità (Znaniecki 1940; Bauman 1987). Nella nuova società della conoscenza questo non è più vero. Siamo portati a ritenere che siano le organizzazioni ad essere le principali produttrici, depositarie e divulgatori della conoscenza. Anche il lavoro degli scienziati, i produttori della conoscenza per eccellenza, viene ora studiato non come la realizzazione decontestualizzata e isolata della razionalità scientifica, ma come un lavoro collettivo di produzione concertata di conoscenza.
A partire da queste basi solo schematicamente enunciate, la nozione stessa di conoscenza viene riformulata attraverso una serie di dimensioni diverse.
1. Conoscenza formale versus conoscenza informale
La nuova sociologia della conoscenza ha messo in evidenza come esistano degli strati di nozioni, precetti, regole pratiche, ecc. che non rientrano all'interno di quella che si suole definire conoscenza formale, ufficiale, stabilita in modo esplicito. Da un lato questa constatazione ha fatto sì che si passasse a studiare non più corpora specializzati di conoscenze (come nell'analisi delle credenze politiche, religiose, filosofiche, etiche, nell'indagine sulla conoscenza scientifica e la produzione intellettuale, ecc.) ma ogni forma di concettualizzazione socialmente distribuita e trasmessa. È questo il terreno che in modo pionieristico era stato aperto dal lavoro di Berger e Luckman (1966), che consideravano la "conoscenza di senso comune" la conoscenza che "costituisce il tessuto di significati senza la quale nessuna società potrebbe esistere". Si passa in questo caso dallo studio delle idee alle pratiche discorsive, alla comunicazione e all'interazione dentro le quali si palesano, si strutturano, si scambiano, i pacchetti di conoscenza e si saggia la loro utilità pratica.
2. Conoscenza tecnica o scientifica e conoscenza profana
La nuova sociologia della conoscenza ha rifinito anche gli obiettivi dell'analisi della conoscenza per eccellenza, quella scientifica, come abbiamo appena avuto modo di accennare in precedenza. Non ci si occupa più dell'attribuzione di ricompense all'interno della comunità scientifica, delle strutture politiche ed economiche che hanno favorito l'ascesa di determinate forme di analisi e di ricerca, o dei prerequisiti ideali e normativi della comunità degli scienziati. Invece ci si concentra sul fatto che le conoscenze e i risultati raggiunti nella ricerca scientifica sono costituiti da pratiche sociali, discorsive e materiali. I sistemi di conoscenze sono tipici di culture e gruppi in particolari contesti sociali locali e storici. Tutta la conoscenza, quindi anche quella scientifica, è specifica di contesti determinati (questo non implica affatto una relativizzazione o una riduzione delle pretese all'oggettività, universalità o verità delle conoscenze scientifiche). Da qui l'importanza che hanno avuto gli studi sui laboratori di ricerca (Bloor 1976; Shapin 1995; Boehme & Stehr 1986; Knorr Cetina 1999) perché costituiscono la vivida dimostrazione dell'ancoraggio pratico della produzione intellettuale. Il compito dei ricercatori è stato ed è ancora quello di chiarire come esso avvenga di fatto nelle concrete routine produttive pratiche di lavoro. In questo quadro assume una particolare importanza la riflessione sulla cosiddetta conoscenza "non proposizionale" o pratica, la "conoscenza tacita" (Polanyi 1958), la conoscenza che non è presente a chi la usa sotto forma discorsiva, ma piuttosto in forma procedurale: il "sapere come", non il "sapere cosa".
3. Conoscenza, conoscenze, non conoscenza
Una delle dimensioni più interessanti della nuova sociologia della conoscenza è quella che mette in luce l'esistenza di diversi strati di una stessa conoscenza, di conoscenze diverse esse stesse alla base, o del fatto che manchino del tutto certe forme di conoscenza. È il tema della consapevolezza dei limiti della conoscenza. Mentre i processi di distribuzione, di disseminazione e di accumulazione della conoscenza procedono ad un ritmo sempre più veloce, allo stesso tempo aumenta la consapevolezza della complessità e della molteplicità degli elementi connessi alla conoscenza. Parallelamente alla crescita delle informazioni, ciò che non conosciamo aumenta in modo ancora più veloce. I processi di modernizzazione stimolano la crescita del sentimento che larga parte di ciò che può anche determinare la nostra esperienza non la conosciamo. Una nuova incertezza deriva paradossalmente dalla sempre maggiore disponibilità di informazioni e di conoscenza, perché aumenta la consapevolezza che abbiamo bisogno di ancor più informazioni su ambiti della vita sociale di cui prima potevamo essere completamente all'oscuro, senza saperlo (Evers 2000). Inoltre, la fiducia nella adeguatezza o nella fonte della conoscenza è sempre più incerta. Molti parlano a questo proposito della società della conoscenza come di "società del rischio" o di "società dell'incertezza" (Beck 1986; Giddens 1990; Bauman 1999).
4. Conoscenza e azione
La nuova sociologia della conoscenza mette in evidenza come il sapere non derivi dall'applicazione di norme, regole o teorie generali, ma è il prodotto di "forme di vita", di culture professionali, di "comunità di pratiche" (Wenger 1998), in cui l'esperienza viene ritradotta in forme di sapere pratico (Stehr 1992; Schatzki, Knorr Cetina e von Savigny 2001). L'antropologia ha sottolineato come queste conoscenze pratiche vadano a formare la conoscenza "indigena" (Sahlins 1995; Turnbull 2000) o "conoscenza locale" (Geertz 1977) dove questo strato di conoscenze diffuse anche nelle sue forme tecnicamente evolute rappresenta il deposito di abilità pratiche apprese in situazione, e sono tipiche non delle società tradizionali arretrate, ma anche delle nostre più razionali e moderne organizzazioni di lavoro (pensiamo banalmente a come far funzionare veramente una macchina fotocopiatrice: cfr. Suchman 1987). Si tratta in buona parte di un deposito di regole empiriche, di regole seguite ad occhio, di scorciatoie pratiche per affrontare problemi tipici organizzativi. Sebbene si possano stabilire e insegnare un insieme di precetti, la nuova sociologia della conoscenza sottolinea come di fatto in molti contesti le situazioni che dobbiamo affrontare si presentano come uniche, dove metà dell'impresa consiste nel sapere quali regole effettivamente si debbano applicare nel caso in oggetto e in quale ordine, e quando invece occorra rinunciare a quello che sappiamo per improvvisare. La nuova sociologia della conoscenza, in buona parte di derivazione etnometodologica (Giglioli 1990, Fele 2002) sottolinea che sapere quando e come applicare la conoscenza appresa è qualcosa che non è contenuto in nessun libro, saggio o guida e deve essere appresa in situazione, mentre si sta svolgendo il compito richiesto. La conoscenza viene prodotta nella esecuzione di un' "improvvisazione regolata" (Bourdieu 1972). In particolare si tratta di forme di conoscenze che combinano l'intuito, la sagacia, la previsione, la spigliatezza mentale, la finzione, la capacità di trarsi d'impiccio, la vigile attenzione, il senso dell'opportunità, l'abilità in vari campi, un'esperienza acquisita dopo lunghi anni. È quella che nel mondo greco è stata descritta come metis, forma di intelligenza e di pensiero che si applica a realtà fugaci, mobili, sconcertanti e ambigue, che non si prestano alla misura precisa, né è al calcolo esatto, né al ragionamento rigoroso (Detienne e Vernant 1989; Scott 1998).
Tutta questa revisione della nozione di conoscenza e di sapere ha delle precise conseguenze sull'idea della cultura: invece di vederla come internamente omogenea, condivisa, e rigidamente compartimentata, la cultura viene vista piuttosto come organizzazione sociale interattiva nella quale le persone riproducono, alterano, si appropriano, rispecificano, modificano simboli, rappresentazioni e azioni.
Se tutto questo è vero, come si può allora studiare la conoscenza così come "informa" l'organizzazione locale di specifiche realtà sociali? La nuova sociologia della conoscenza presenta approcci innovativi rispetto alla tradizione anche per ciò che riguarda i metodi di analisi. Non solo dal punto di vista sostanziale, ma anche dal punto di vista metodologico, molti lavori all'interno della nuova sociologia della conoscenza e del sapere presentano una discontinuità rispetto al passato. La tradizionale sociologia della conoscenza prendeva in considerazione come proprio oggetto i sistemi di idee, le ideologie, le grandi rappresentazioni del mondo. La nuova sociologia della conoscenza considera non solo i grandi sistemi intellettuali e di idee, ma la conoscenza pratica della vita quotidiana, delle organizzazioni e delle istituzioni come formazioni discorsive che possono essere studiate empiricamente. Non solo a livello testuale: ma studiando la grammatica dell'esperienza e dei comportamenti basata su queste conoscenze. Tipicamente la prospettiva etnografica permette di avere accesso a questo livello di fatti, che normalmente rimarrebbe inaccessibile alle forme di indagine basate su rilevazioni campionarie o anche su interviste (che prevedono un grado di consapevolezza dei processi in colui che risponde che spesso non può essere presente) (Dal Lago e De Biasi 2002). Anche in questo caso il campo sociologico è stato felicemente fecondato da discipline contigue. L'etnografia della conoscenza è stato uno dei terreni privilegiati della ricerca antropologica classica, dai lavori di Evans-Pritchard sui Nuer del Sudan (1940), ai lavori di Edmund Leach e Mary Douglas (1966). Questi lavori, di stampo durkheimiano, sono orientati a studiare i modi in cui gruppi sociali mantengono o stabiliscono dei confini simbolici tra generi, specie, persone, tipi di attività, ecc. Sono lavori sulle classificazioni, sulle categorie, sulle cosmologie implicite o esplicite, nei sistemi di conoscenza, e il loro rapporto con la struttura sociale. I lavori di Bourdieu rappresentano poi il passaggio dalla categorizzazione alle pratiche di creazione e distribuzione della conoscenza (il caso dell'educazione formale e della trasmissione formale delle conoscenze), la cui capacità di appropriazione dipendono dalla classe sociale e dal capitale culturale. Anche nel campo della sociologia delle organizzazioni la "svolta etnografica" (Piccardo e Benozzo 1996; Bruni 2003) rappresenta una risposta metodologica ai nuovi interrogativi analitici rivolti allo studio delle culture organizzative, soprattutto per quanto riguarda la conoscenza e i processi di apprendimento (Nicolini, Gherardi e Yanow 2003). Ultimo aspetto che menzioniamo qui è il fatto che queste culture organizzative sono composte non solo di discorsi e di conversazioni ma fanno ampio uso di forme di scrittura, di documenti, di registri, fotografie, contabilità, iscrizioni, strumentazioni, dispositivi calcolo, amministrazione, ecc.: insomma si tratta di una molteplicità di materiali orientati alla conservazione e alla riproduzione culturale delle conoscenze organizzative e istituzionali. Studiare queste forme di conoscenza, a fianco di quelle tradizionalmente discorsive, permette di ricostruire la logica comunicativa eterogenea dei fenomeni epistemici. <<<



