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PROGRAMMA DI RICERCA

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Programmi di ricerca simili:
Classificazione scientifico-disciplinare
Classificazione geografica
Bibliografia
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Parole Chiave
FILOLOGIA CLASSICA; STORIA DELLA TRADIZIONE CLASSICA; LETTERATURA ELLENISTICA; LETTERATURA DELL'ETÀ IMPERIALE; LETTERATURA LATINA TARDOANTICA; LETTERATURA BIZANTINA; BIBLIOTECA; MANOSCRITTI; REGALITA'

"La biblioteca del sovrano". Libri e potere nel mondo mediterraneo, dall'Ellenismo a Bisanzio

Università degli Studi di Bari
Abstract
Al centro del programma che si intende svolgere vi è un fenomeno che occupa, come filo conduttore, l'intera civiltà ellenistico-romana fino alle sue propaggini bizantine. Si tratta del nesso tra potere politico (soprattutto nella forma durevole e carismatica della "regalità") e creazione di imponenti raccolte librarie aventi il duplice obiettivo del prestigio e dell'acculturazione dei ceti alti o ruotanti intorno al "centro del potere". Questa indagine si ramifica ovviamente anche verso tappe settoriali o verso "casi" emblematici quali ad esempio quel "libro della regalità" par excellence che fu la Ciropedia di Senofonte. Un angolo visuale importante, in questo quadro, è il rapporto tra le élites intellettuali e il potere. Basti pensare al fenomeno dei poeti-bibliotecari in epoca ellenistica o alla straordinaria "biblioteca" di Plutarco, scrittore e 'dignitario' in epoca traianea. La struttura che fa irradiare verso la società circostante gli effetti di questo straordinario nesso (libro e potere, libro del potere) è la "scuola", soprattutto in età imperiale romana. Alla sua efficacia e funzione saranno dedicate specifiche indagini a campione. <<<

Coordinatore Scientifico del Programma di Ricerca
Luciano CANFORA Università degli Studi di BARI
Obiettivo del Programma di Ricerca
Le singole unità, nel proseguire gli specifici obiettivi da ciascuna indicati, cospirano consapevomente verso un risultato: quello di costituire, oltre alle necessarie banche-dati (ormai è superato il genere dei "repertori" quali il vecchio Platthy in ragione del notevole incremento dei documenti specie su papiro e in pietra), una ragionata prosopografia (bibliotecari, sovrani, eruditi) relativa alle realtà più significative: dai regni ellenistici, alla realtà romana (repubblicana e imperiale), alla "seconda Roma". Si cercherà anche di seguire la storia del libro e delle sue trasformazioni in rapporto alle modificazioni più generali della regalità e della realtà bibliotecaria. <<<
Durata
24 mesi
Base di partenza scientifica nazionale o internazionale
La tradizione antica (in particolare greca) concepiva la creazione delle prime biblioteche come frutto dell'iniziativa del potere monarchico o tirannico. Un precedente remotissimo fu ritenuto, ad un certo punto, quello della monarchia faraonica, che avrebbe dato vita sin dai tempi della battaglia di Kadesch ad una "biblioteca sacra" conservata all'interno di un tempio la cui fondazione era attribuita a Ramsete II. Si creò così una linea ideale e cronologica che partiva dall'antico Egitto e, in considerazione di un presunto rapporto privilegiato fra Egitto e Grecia, seguitava con le biblioteche dei tiranni di VI sec. a.C., con la biblioteca aristotelica frutto della collaborazione dello Stagirita con Alessandro Magno, punto di inizio a sua volta della fondazione tolemaica di quella che ben presto fu chiamata "la grande biblioteca", cioè la biblioteca di Alessandria.
Alessandria fu il modello per tutte le monarchie "ellenistiche", nate dalla frantumazione dell'impero multinazionale e multirazziale di Alessandro Magno, con l'effetto di una straordinaria gemmazione: Antiochia, Pergamo, Cartagine, Roma cesariana e augustea non furono che la riproduzione di quel grande modello. E' evidente la centralità dell'Egitto in tutta questa storia che è anche una storia ideale ricostruita a posteriori. Non a caso l'Egitto, il grande produttore del materiale scrittorio caratteristico di tutta l'età antica nel bacino del Mediterraneo, cioè il papiro, nelle sue varie utilizzazioni empiriche, dal rotolo alla pagina alle varie forme di riuso per noi riccamente documentate ancora una volta dai reperti egizi. Le fonti antiche capitali che vanno interrogate sempre di nuovo e ponendo sempre nuove domande sono di vario genere: dall'enciclopedia pliniana alla biblioteca diodorea, alla epistolografia filosofica, alla documentazione epigrafica, alla trattatistica antica sulle biblioteche di cui almeno vanno qui menzionati Aulo Gellio, Ateneo di Naucrati e Isidoro di Siviglia. La fortuna straordinaria toccata ai ricercatori moderni è che il suolo di Egitto abbia conservato, nonostante le immense distruzioni prodottesi tra la fine del Medio Evo e il secolo XVIII, esemplari d'epoca degli sterminati depositi librari che si erano succeduti in tutto l'Egitto, ben oltre la conquista araba. Dalla "Charta Borgiana" alla fioritura di scoperte all'inizio del secolo XX si è venuta costituendo un'imponente raccolta di materiali che si dispongono lungo un congruo arco di secoli e che consentono di avere un campionario ricchissimo delle varie fasi della cultura scritta, della forma del libro, delle predilezioni letterarie, in un'area cruciale dell'intero mondo mediterraneo e della cultura ellenistico-romana.

Nella fase di transizione dalla polis al mondo ellenistico, le opere di Senofonte sul governo e le forme politiche (soprattutto Ciropedia, Ierone, Costituzione degli Spartani) godettero di durevole fortuna. Essa proseguì in epoca romana e poi nel medioevo e nelle epoche successive, fino all'età moderna. Senofonte condivideva con gli altri allievi di Socrate (i cinici, ad esempio) un modello del governante come "servo illustre" che diede vita a un'ideologia del potere largamente usata, fino all'età moderna, come strumento di legittimazione della monarchia e in genere di regimi conservatori.

La "proprietà del sovrano" non impedisce, come negli antichi imperi, l'affermazione dell'autorialità di letterati e scienziati. Callimaco e Apollonio Rodio ebbero entrambi un ruolo di particolare importanza nell'organizzazione e nella conservazione del patrimonio conoscitivo alla corte tolemaica, ma non fu questo soltanto il loro apporto alla sistemazione dei nuovi rapporti tra potere e sapere. Le regole della poetica callimachea non si esauriscono nel rifiuto del vasto poema e dei miti più abusati, nell'affermazione del piccolo gioiello poetico compiuto e originale, ma risentono direttamente del nuovo ruolo che il poeta deve assolvere nell'organizzazione della corte. Anche il rimodellamento degli antichi generi poetici e il gioco della loro commistione è sì la testimonianza della nuova libertà creativa di cui gode il poeta letterato, ma anche il segno forte di una profonda consonanza tra l'esercizio della scrittura che sa appropriarsi e assorbire più forme del sapere e l'armonia composita della nuova organizzazione del potere. Sotto l'apparente linearità del dettato poetico callimacheo trova inoltre posto non secondario la rappresentazione del potere del sovrano e delle rivalità dei cortigiani, nonché la raffigurazione della dignità del poeta letterato nell'organizzazione dei nuovi rapporti di potere. Analogamente, sotto la finzione arcaicistica del grande poema epico, Apollonio Rodio, riprendendo il più famoso dei miti di fondazione, celebra la potenza del sovrano e il suo sapere di origine divina attingendo a tradizioni sapienziali straniere che nella biblioteca avevano trovato adeguato riconoscimento. Nel primo periodo dell'età imperiale il letterato greco non ha, se non assai sporadicamente, esperienze di corte, ma il tema del rapporto tra libro e potere appare centrale, e da esso dipende la formulazione di poetiche talvolta assai diverse se non, almeno apparentemente, opposte. La sviluppata dimensione letteraria fa sì che molto spesso le polemiche più che direttamente si sviluppino sui libri e sugli autori preferiti. Così l'anonimo autore del Perì hypsous dilata i termini di una polemica retorica per giungere a fondare la sua poetica del sublime su tratti di nuova religiosità e sulla volontà dello scrittore di recuperare la propria libertà di fronte alle imposizioni del potere. Lo scritto dello Pseudo Longino è costruito su un sapere libresco, intessuto e contrappuntato di citazioni per lo più classiche, ma non è difficile cogliere il ricorrente tema della necessità del letterato di porsi in rapporto dialettico con la penetrazione culturale del potere politico del suo tempo. Nella trasversalità dell'opera di Plutarco, sia rispetto alle scuole filosofiche sia rispetto alle differenti pratiche letterarie, appare chiaramente la dialettica tra l'appartenenza alla piccola patria e la necessità di misurarsi con l'ampiezza del potere imperiale. Non diversamente la parodia di Luciano. E' soprattutto nelle opere, nelle quali usa della finzione mitica (Zeus tragedo, Prometeo, parecchi tra i Dialoghi degli dei etc.), che si rivela un doppio livello parodico. Un primo livello è quello della parodia della tradizione poetica, più che di quella classica delle imitazioni cui la poesia antica fu oggetto nell'età ellenistica; un secondo livello parodico è quello della rappresentazione del potere, più che del supremo potere imperiale, della sua organizzazione nei territori provinciali. Su ciascuno di questi temi esiste già una bibliografia più o meno ricca, ma si desidera ancora una ricerca che, collegando le differenti esperienze, si riprometta di mettere a fuoco la continuità di uno specifico dibattito sulla poetica e di collocare tale dibattito nel quadro del variare dei rapporti tra l'esercizio della letteratura e l'organizzazione del potere.

A livello internazionale non mancano strumenti di indagine sull'origine del fenomeno della collaborazione tra cultura politica e potere, specialmente per quel che riguarda la tradizione platonica e aristotelica (si pensi a opere come quella di K. Trampedach o di P. Scholz, vd. riferimenti bibliografici), e per quel che concerne l'organizzazione culturale dei Tolomei (si pensi all'opera monumentale di M. P. Fraser). Si tratta ora di proseguire nell'indagine della funzione dei centri del sapere ellenistici in specifici settori da cui emerga l'impiego della biblioteca e del patrimonio librario da essa promanante come strumento del potere: si pensi alla diffusione di un genere come quello degli "specula principis", travestiti sotto varie fogge letterarie, da quella epistolare, come la "Lettera" dello ps. Aristea, a quella storiografica, come gli Aigyptiaka di Ecateo di Abdera, o ai trattati sulla regalità che dal IV sec. a.C. continuano fino al III sec. d.C. Con l'età alessandrina la storia della cultura si muove nei nuovi spazi della corte, della biblioteca e della scuola. Rispetto alla polis classica, in cui si aveva il massimo di comunicazione sociale in spazi circoscritti, l'ellenismo rappresenta il massimo d'espansione spaziale della cultura greca (esportatrice di modelli propri, ma anche ricettiva di tradizioni altrui) a limitata diffusione sociale, in quanto circoscritta ai gruppi greci o ellenizzati che costituiscono i ceti dominanti dei nuovi stati. Le biblioteche, come mostra il caso di Alessandria d'Egitto, concentrano in spazi riparati ingenti quantità di volumi e ne assicurano la conservazione, ma ne limitano drasticamente la circolazione tra gli addetti ai lavori, alla cui formazione provvedono i riti selettivi dell'iniziazione scolastica su base censitaria. Insomma, la biblioteca immobilizza il patrimonio del sapere sotto il controllo, diretto o mediato, del potere, contribuendo a far coincidere dislivelli culturali e sperequazioni socio-economiche. Tuttavia, quanto si perde in termini di consumo pubblico, si guadagna in dilatazione di aree d'influenza: da oriente a occidente del bacino mediterraneo si moltiplicano, in concomitanza con sviluppi urbani accelerati, i centri d'irradiazione di cultura greca modificata a contatto delle realtà locali. E' noto che le raccolte librarie, dapprima private, poi pubbliche, scandiscono la vita intellettuale romana e sono strumenti per le più diverse politiche. Dai tempi di Paolo Emilio, che porta a Roma la biblioteca del re macedone Perseo (168 a.C.) ai libri di Lucullo provenienti "e Pontica praeda" (70 a.C.), dalle biblioteche greche e latine di età augustea, fatte allestire da Asinio Pollione e dal principe secondo ottiche non convergenti, alle iniziative di imperatori come Traiano, Marco Aurelio o Gallieno, la presenza di grandi concentrazioni di testi comporta conseguenze non secondarie e non sempre positive. La prossimità dei libri ai centri del potere avvicina i professionisti della cultura ai potenti, che si assicurano il patronato delle lettere e delle arti, condizionando storia della lingua, scienza del discorso pubblico, dinamica dei generi letterari e discussione filosofico-politica. Col principato il fenomeno non si ferma, ma cambia scala e dimensione, in quanto si fa più forte il controllo del potere sui libri anticonformisti. Accanto alle biblioteche sorgono le scuole, che si incaricano di consegnare alle nuove generazioni le memorie di un passato ricostruito con cura o immaginato secondo il pensiero forte dei dominatori. Talvolta la censura o il rogo sono il destino riservato ai libri incapaci di venire a compromessi con l'ideologia imperiale; in molti casi, buona sorte vuole che sia una buona e disponibile biblioteca privata a fornire asilo e conservazione a volumi scomodi. E va a finire che le biblioteche dei principi lascino il posto alle biblioteche dei vescovi e delle comunità cristiane, teatro del conflitto religioso che attiva nuove esclusioni e ammissioni.

Per l'epoca bizantina assume rilievo lo sviluppo e l'organizzazione della biblioteca imperiale, legata alla sede del potere per eccellenza, il palazzo imperiale di Costantinopoli. La dinastia macedone, pur fondata da un imperatore illetterato, esprime in Costantino VII Porfirogenito un imperatore che della biblioteca e delle attività ad essa connesse di raccolta, selezione, copia, studio, "edizione" di testi, si serve come strumento di governo e di potere (basti pensare alle raccolte di testi d'uso, come il De cerimoniis, De thematibus, De administrando imperio, Excerpta de legationibus). Questo periodo della storia della biblioteca imperiale, meglio noto e documentato di altri, consente di acquisire un primo modello di riferimento per il periodo medio-bizantino. Per il periodo successivo, legato alla dinastia dei Comneni e degli Angeli (1081-1204), la scarsità dei dati suggerisce di avviare una ricerca metodologicamente più complessa, concentrata in particolare su uno dei maggiori autori della letteratura medio-bizantina, lo storico Niceta Coniata, ma anche su un cospicuo corpus di testi retorici e storici, spesso disponibile in edizioni di difficile reperibilità o tuttora inediti. <<<