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PROGRAMMA DI RICERCA
italiano - english
Unità di Ricerca
- Università degli Studi di TORINO
PSICOLOGIA
TORINO(TO) - Università degli Studi di BOLOGNA
SCIENZE DELL'EDUCAZIONE
BOLOGNA(BO) - Università degli Studi di PADOVA
PSICOLOGIA DELLO SVILUPPO E DELLA SOCIALIZZAZIONE
PADOVA(PD) - Università degli Studi di TORINO
SANITA' PUBBLICA E DI MICROBIOLOGIA
TORINO(TO) - Università degli Studi di ROMA "La Sapienza"
PSICOLOGIA
ROMA(RM)
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Classificazione scientifico-disciplinare
- Area scientifico disciplinare: Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche
Classificazione geografica
- Regione: Piemonte
Bibliografia
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Parole Chiave
COMPETENZE PERSONALI; COMPETENZE SOCIALI; COMPETENZE DI SALUTE; CAPITALE SOCIALE; SENSO DI COMUNITÀ; VALUTAZIONE; FIDUCIA; PARTECIPAZIONE; RESPONSABIITÀ CIVICAIl soggetto attivo come capitale sociale. Ricerca, intervento e formazione per lo sviluppo di competenze individuali e sociali.
Università degli Studi di TorinoAbstract
Il programma, partendo da una prospettiva che coniuga i dati soggettivi con quelli oggettivi, i processi psicosociali con le dinamiche e le caratteristiche del contesto, si propone una molteplicità di finalità: 1) teoriche; 2) metodologiche; 3) applicative.1) Per quanto riguarda gli obiettivi teorici si tratta di individuare alcuni costrutti e concetti ampiamente utilizzati nell'ambito di una prospettiva che ha i suoi riferimenti nella psicologia di comunità, nella psicologia ambientale, nonché in una prospettiva epidemiologica. Ci riferiamo a concetti quali capitale sociale, competenze personali, competenze di comunità, partecipazione, legami sociali, empowerment individuale e sociale. Alcuni di questi concetti, come è noto, si riferiscono ad una prospettiva "macro", volta a studiare i processi sociali che caratterizzano i contesti urbani contemporanei; l'intento è quello, partendo da alcune considerazioni poste dalla letteratura di riferimento, di rilevarne alcuni limiti concettuali (che peraltro gli stessi autori di riferimento pongono), integrando una esplicazione dei processi "macro" che alcuni di questi costrutti permettono, con una riflessione che colleghi, come sopra anticipato, il dato contestuale con quello psicosociale.
La ricerca di quadri di riferimento teorici "forti" che pongano le basi per una robusta "teoria della pratica" è un dibattito molto attuale. In questo progetto di ricerca una delle finalità che si propone la sinergia tra le 5 Unità Operative coinvolte è quindi una riflessione che contribuisca ad ampliare il dibattito teorico attorno a questi quadri di riferimento concettuali
2) La riflessione teorica posta dalle singole Unità Operative troverà una operazionalizzazione al fine di rilevare degli indicatori per lo studio dei processi psicosociali. Si tratterà pertanto di progettare ricerche sul campo per descrivere i processi in grado di spiegare la circolarità tra competenze individuali e capitale sociale (ossia specificare di quali competenze individuali si tratta e quali dimensioni del capitale sociale entrano in relazione). Sarà quindi necessario mettere in campo ricerche che, seppure integrate, si pongano obiettivi specifici differenti per poter allargare l'orizzonte della riflessione, ossia ricerche che permettano di specificare aspetti particolari sia delle competenze individuali sia del contesto in cui queste competenze troverebbero diretta applicazione.
Ampio spazio verrà dato a metodologie quantitative e qualitative, considerate non come alternative ma come modalità differenti e complementari di studiare i processi in oggetto. Le Unità Operative già da tempo sono interessate ad un approfondimento metodologico allo scopo di individuare strumenti atti a cogliere l'articolazione tra processi sociali e processi psicologici nella loro complessità e dinamicità
3) L'interesse delle Unità Operative è volto non solo a studiare i processi psicosociali nei contesti naturali in cui essi sono realizzati e agiti, ma anche a considerare la ricerca un momento di un processo più ampio quale quello della valutazione. Le fasi della ricerca che caratterizzeranno il presente progetto di ricerca saranno realizzate anche come base per una definizione e conseguente applicazione di un sistema di valutazione dei progetti e dei processi psicosociali analizzati.
La sinergia tra le 5 Unità di Ricerca permetterà pertanto di sviluppare questa riflessione dal piano teorico a quello applicativo. Si tratta, per tutte le Unità, non solo di ricerche applicate allo studio di fenomeni psicosociali in contesti naturali, ma di interventi volti al cambiamento, in particolare volti alla promozione di competenze individuali e allo sviluppo di capitale sociale, che pertanto necessitano di un sistema di monitoraggio e di valutazione per poter rilevare i cambiamenti hic et nunc. Gli strumenti della ricerca "classica" saranno pertanto necessariamente integrati a strumenti utilizzati da una ricerca "situata". <<<
Coordinatore Scientifico del Programma di Ricerca
Norma DE PICCOLI Università degli Studi di TORINOObiettivo del Programma di Ricerca
Negli ultimi anni sono sempre più frequenti, in Italia, interventi di prevenzione e di promozione del benessere (anche grazie ad alcune leggi che ne hanno reso possibile la realizzazione). Interventi che vengono organizzati per lo più nei contesti abituali di vita quali, ad esempio, la scuola, il paese, il quartiere, la città, ed è importante comprendere in che modo le caratteristiche del contesto (setting) influenzano le persone che vi sono inserite, così come in che modo queste ultime a loro volta influenzano i loro contesti. La conoscenza del territorio e dei contesti di vita, delle problematiche e delle risorse esistenti, diventa necessaria e indispensabile ai fini delle scelte progettuali e delle attività da implementare. E' altresì fondamentale, in quest'ottica, che i diversi operatori e servizi che lavorano negli stessi ambiti e nello stesso territorio, comunichino fra di loro per raggiungere gli obiettivi stabiliti: questo porta quindi a ipotizzare percorsi formativi coerenti con la riflessione qui riportata. Inoltre si fa strada (anche se forse in Italia molto più faticosamente che in altri Paesi) la necessità di sviluppare una "cultura della valutazione" poiché diventa sempre più impellente la necessità di valutare i cambiamenti prodotti dai progetti nelle singole persone e nei contesti in cui queste sono inserite. Per questi motivi è necessario affinare strumenti concettuali e metodologici di lettura e interpretazione della realtà non confinati ai singoli individui, ma che considerino le caratteristiche dei diversi ambienti di vita per cogliere le connessioni fra questi e le percezioni, le azioni e i vissuti delle persone in essi coinvolti e proporre e realizzare cambiamenti mirati (Prezza, Santinello, 2002)Il programma, partendo da una prospettiva che coniuga i dati soggettivi con quelli oggettivi, i processi psicosociali con le dinamiche e le caratteristiche del contesto, si propone una molteplicità di finalità: 1) teoriche; 2) metodologiche; 3) applicative.
1) Per quanto riguarda gli obiettivi teorici si tratta di individuare alcuni costrutti e concetti ampiamente utilizzati nell'ambito di una prospettiva che ha i suoi riferimenti nella psicologia di comunità, nella psicologia ambientale, nonché in una prospettiva epidemiologica. Ci riferiamo a concetti quali capitale sociale, competenze personali, competenze di comunità, partecipazione, legami sociali, empowerment individuale e sociale. Alcuni di questi concetti, come è noto, si riferiscono ad una prospettiva "macro", volta a studiare i processi sociali che caratterizzano i contesti urbani contemporanei; l'intento delle differenti Unità Operative è quello, partendo da alcune considerazioni poste dalla letteratura di riferimento, di rilevarne alcuni limiti concettuali (che peraltro gli stessi autori di riferimento pongono), integrando una esplicazione dei processi "macro" che alcuni di questi costrutti permettono, con una riflessione che colleghi, come sopra anticipato, il dato contestuale con quello psicosociale.
La ricerca di quadri di riferimento teorici "forti" che pongano le basi per una robusta "teoria della pratica" è un dibattito molto attuale. In questo progetto di ricerca una delle finalità che si propone la sinergia tra le 5 Unità Operative coinvolte è quindi una riflessione che contribuisca ad ampliare il dibattito teorico attorno a questi quadri di riferimento concettuali.
2) Questa riflessione teorica viene posta all'interno di una prospettiva che si può riassumere con la nota frase di Lewin "Non c'è nulla di più pratica di una buona teoria"; l'individuazione dei concetti che costituiscono la base della riflessione teorica posta dalle singole Unità Operative troverà una loro operazionalizzazione al fine di rilevare degli indicatori per lo studio dei processi psicosociali, così come ciascuna Unità Operativa coniugherà. Ampio spazio verrà dato a metodologie quantitative e qualitative, considerate non come alternative ma come modalità differenti e complementari di studiare i processi in oggetto. Le Unità Operative già da tempo sono interessate ad un approfondimento metodologico allo scopo di individuare strumenti atti a cogliere l'articolazione tra processi sociali e processi psicologici nella loro complessità e dinamicità. Nella prospettiva da noi considerata si dovrebbero pertanto coniugare, secondo la definizione di Bruner (1987), i "due modi di fare scienza": quello paradigmatico e quello narrativo. Il primo, basato sulle teorie positivistiche, si propone di verificare le ipotesi della ricerca, di individuare delle invarianze, di costruire e verificare le leggi che permettano di predire l'evoluzione di un fenomeno. L'idea ad esso sottesa è che esista una realtà obiettiva, conoscibile e misurabile. Il modello narrativo invece si propone di descrivere una storia di un fenomeno nel suo contesto e sono gli stessi narratori che costruiscono la realtà che descrivono; secondo l'ottica costruzionista infatti non esiste una realtà data, ma tutti gli oggetti sociali sono oggetti creati; il soggetto è qui considerato un soggetto attivo che costruisce significati attraverso l'interazione con gli altri (Francescato, Tomai, 2002).
3) L'interesse delle Unità Operative è volto non solo a studiare i processi psicosociali nei contesti naturali in cui essi sono realizzati e agiti, ma anche a considerare la ricerca un momento di un processo più ampio quale quello della valutazione. Le fasi della ricerca che caratterizzeranno il presente progetto di ricerca saranno realizzate anche come base per una definizione e conseguente applicazione di un sistema di valutazione dei progetti e dei processi psicosociali analizzati.
Il dibattito circa la contrapposizione o l'integrazione tra strumenti e metodologie quantitative e qualitative ha interessato anche il tema della valutazione. Negli anni 70/80 il prevalere dei metodi quantitativi sui metodi qualitativi comincia a essere criticato in particolare da quanti si occupano di valutazione dei progetti sociali (Cook, 1997). Da qui si sviluppa un ampio dibattito, tra studiosi che si occupano non tanto di ricerca cosiddetta pura ma piuttosto di ricerca applicata, che evidenzia pregi e difetti dei due approcci. Se infatti da un lato si sottolinea che la prospettiva quantitativa permette indagini che possono essere descrittive, correlazionali o sperimentali (Areni, Mannetti, 1990; Regalia, Bruno, 2000) e che pertanto, rispetto al processo valutativo, ognuna di queste tipologie di indagine può fornire indicazioni e informazioni a differenti livelli, dall'altro però emerge la necessità, all'interno di un processo valutativo, di porre attenzione alle differenze, sia individuali sia contestuali, e a ciò che qualifica e quindi "fa differenza" in un intervento nella sua unicità e irriducibilità (Mark, Henry, 1998; Scaratti, Regalia in Regalia, Bruno, 2000). L'approccio qualitativo, come è noto, risponde alla necessità di dare voce ai singoli protagonisti per raccogliere elementi che siano in grado di far emergere gli aspetti cruciali dell'esperienza vissuta, con particolare attenzione agli aspetti contestuali e relazionali che hanno reso possibile questa esperienza e ai significati che essa ha consentito di generare. Consapevoli comunque che a livello metodologico i limiti dell'approccio qualitativo riguardano la definizione delle unità di indagine da campionare, l'affidabilità degli strumenti, l'elaborazione dei dati qualitativi rilevati e la verifica dei risultati. In particolare, il problema cruciale riguarda la credibilità scientifica delle procedure utilizzate nelle fasi di produzione dei dati e della loro interpretazione (Seale, 1999; Scaratti e Regalia, 2000). <<<
Durata
24 mesiBase di partenza scientifica nazionale o internazionale
Il programma di ricerca qui presentato ha alla base il dibattito vivace tra gli studiosi che intendono contribuire allo sviluppo teorico e metodologico della psicologia di comunità, disciplina relativamente giovane e ancora in via di consolidamento, se rapportata ad altre discipline psicologiche affini, ma considerate come più solide da un punto di vista soprattutto della riflessione teorica e scientifica.Oggi, a circa 40 anni dalla nascita ufficiale di questa disciplina, è possibile affermare che essa si sia dotata di una propria identità concettuale e metodologica? La risposta non è univoca, infatti se da un lato guardiamo ai modelli teorici e alle proposte operativo-metodologiche che ne derivano ritroviamo indubbiamente concetti che la connotano e la caratterizzano quali quelli di empowerment, sviluppo di comunità, rete sociale, ricerca-azione, partecipazione; dall'altro il suo assetto teorico-metodologico ha comportato elaborazioni in zone di frontiera non sempre agevolmente praticabili, come asserisce Amerio (2000). Così come Wolff, il quale, in un articolo del 2000, ritiene che il posto che occupa la psicologia di comunità applicata sembrerebbe incerto e ancora non ben definito.
Levine e Perkins (1987) sostengono che la psicologia di comunità sia sostanzialmente "un modo di pensare"; essa si presenterebbe cioè non tanto come una disciplina intesa classicamente, ma come una ideologia, un insieme di valori ed un atteggiamento "l'atteggiamento è di impegno verso il cambiamento sociale, l'ideologia richiede l'adozione di un orientamento sistemico-ecologico ed una focalizzazione sulla prevenzione, i valori puntano allo sviluppo delle competenze dei soggetti ed alla promozione delle diversità culturali" (Rappaport, 1977). Potremmo considerare la definizione di Rappaport come una sorta di summa dei principi che guidano il "fare" dello psicologo di comunità. Fare che dovrebbe includere, nella sua realizzazione pratica, un intervento affiancato alla ricerca, considerata, quest'ultima, un elemento imprescindibile dell'intervento di comunità: ricerca per valutare i bisogni esistenti in quel contesto, ricerca per valutare come organizzare e programmare il progetto d'intervento, ricerca per valutare le fasi in itinere del lavoro, ricerca per valutare gli esiti dell'intervento realizzato, ecc, ecc.
La psicologia di comunità si pone come prospettiva interdisciplinare, che "importa" da differenti discipline modelli teorici, costrutti e concetti. L'originalità di questa disciplina sembrerebbe risiedere eminentemente nelle proposte applicative e di intervento; essa propone "nuovi modi" di esercitare la professione psicologica, vuoi per i contesti in cui l'intervento psicologico è calato vuoi per le modalità con cui lo psicologo esercita il suo sapere. Questo non significa che non sia stato fatto "uno sforzo" di sistematizzazione teorica, per certi versi ancora in fase di completamento. Il "modello di uomo" sottostante a quest'ottica è quello di un soggetto attivo, cioè un soggetto capace di costruire/ricostruire il mondo in cui vive non solo nell'ambito della sua mente, ma anche concretamente attraverso la sua attività pratica (Amerio, 2000). Inoltre è un soggetto attivo "in contesto", cioè l'essere umano è inteso come un essere sociale e pertanto le percezioni, i sentimenti, i pensieri e le azioni che si sviluppano all'interno delle relazioni sociali sono da essere descritte e comprese all'interno del contesto in cui sono espresse e manifestate. Esse sono il prodotto del contesto sociale e questo, a sua volta, è modificato e condizionato dalle azioni dei soggetti; è pertanto necessario studiare sia i soggetti sia il contesto in cui i soggetti stessi sono inseriti, articolando il dato soggettivo con quello oggettivo e i processi individuali con quelli collettivi; persona, mondo ambientale e sociale sono considerati e analizzati nella loro interrelazione (e qui il riferimento alla nota teoria del campo di Lewin è d'obbligo). Anche sul piano pratico dell'intervento è necessaria una modalità operativa che consideri l'articolazione tra il livello macrosociale, al fine di promuovere una politica pubblica della convivenza, quello ambientale, poiché non si tratta di modificare solo lo spazio fisico della città, ma anche lo spazio vissuto delle relazioni, creando ambienti di sostegno e di supporto tra le diverse strutture presenti nella comunità, e quello individuale, al fine di sensibilizzare, informare ed accrescere le competenze dei singoli rispetto ai disagi vissuti nella/dalla comunità (Noto, Lavanco, 2000).
Una piattaforma teorica-metodologica condivisa è quella che si ispira all'ottica Lewiniana, sia in riferimento alla teoria del campo, ma anche in relazione alla ricerca-azione.
La ricerca-azione viene introdotta da Kurt Lewin negli anni 40 che, rifiutando il riduzionismo comportamentista che imperava nella psicologia americana per tutta la prima metà del XX secolo, e proponendo il superamento di un'ottica meccanicistica nello studio dei fenomeni psicologici, considera la stretta interrelazione tra i fattori che intervengono in una situazione hic et nunc. Attraverso la sua teoria del campo egli propone un modello teorico volto a studiare l'interdipendenza dei fatti coesistenti a un momento dato, intendendo per "fatti" sia le percezioni, le rappresentazioni, le conoscenze, le valutazioni, le aspirazioni del soggetto, sia quegli elementi dell'ambiente esterno che intervengono o interferiscono con i fatti psicologici, sia ancora quei fatti che, seppur presenti, non entrano nel campo del soggetto, cioè nel suo "spazio di vita", in quel momento dato. Il pensiero di Lewin è molto ricco e ancora molto attuale. Ai fini della nostra riflessione basti qui ricordare che la sua attività scientifica si è allargata allo studio dei fenomeni umani e sociali, là dove essi sono concretamente vissuti, conducendo interessanti lavori di ricerca sul campo, formalizzando un metodo di studio che permettesse di studiare i contesti naturali e al contempo di costituire azione volta al cambiamento, che hanno dato un grande impulso allo studio dei processi di gruppo e ai fenomeni di cambiamento sociale
Coerentemente con la sua impostazione teorica e dato, tra i suoi obiettivi, l'intento di accorciare la differenza che si profilava anche in psicologia tra teoria e pratica (è famosa la frase di Lewin che sostiene non esserci nulla di più pratico di una buona teoria), Lewin propone un metodo per "produrre un cambiamento controllato", utilizzando gli strumenti dell'indagine scientifica a servizio del contesto naturale.
La ricerca-azione viene concepita come un processo ciclico di indagine che comprende la diagnosi di una situazione problematica, la pianificazione delle diverse fasi dell'azione, l'implementazione e la valutazione dei risultati. Quest'ultima fase prevede una nuova diagnosi della situazione che si è venuta a creare dalle precedenti attività del ciclo (Elden, Chisholm, 1993).
La fase della valutazione è essenziale nel processo della ricerca-azione, così come dovrebbe esserlo all'interno di qualsiasi intervento di tipo sociale. Lewin stesso aveva rilevato l'importanza di individuare dei parametri oggettivi per valutare i risultati dell'intervento promosso; senza questi gli operatori stessi non saranno in grado di rilevare l'efficacia del loro intervento poiché non disporranno di informazioni "oggettive" circa la qualità del loro agire professionale; conseguentemente questo impedisce loro di "apprendere dall'esperienza" poichè non sono disponibili dati per valutare gli aspetti che hanno funzionato (e che pertanto si potrebbero eventualmente reiterare) da quelli che invece hanno costituito elementi di criticità
"se non è possibile valutare l'efficacia di un'azione, se non si hanno criteri per giudicare il rapporto sforzi/risultati, si corre il rischio di formulare conclusioni sbagliate o di incoraggiare abitudini di lavoro inadeguate. Una conoscenza concreta dei fatti e una valutazione realistica sono i presupposti di qualsiasi apprendimento" (Lewin, 1951; Palmonari, Zani, 1996, pag. 108)
In sostanza l'obiettivo a cui mira la ricerca-azione è l'empowerment di comunità. L'empowerment, riferito sia al livello individuale, sia a quello gruppale e a quello di comunità, è un concetto che designa il controllo come capacità, reale o percepita, di poter intervenire sulle decisioni, la consapevolezza critica di come funzionano le strutture di potere e dei processi decisionali e la partecipazione come strumento per ottenere i risultati previsti (Zimmerman, 1999). Riferito in particolare alla comunità si tratta di far sì che la comunità diventi competente, cioè acquisisca un repertorio di possibilità e di alternative; sappia dove e come ottenere risorse e abbia la capacità di chiedere e ottenere autonomia (Iscoe, 1984). L'obiettivo è quello di contribuire allo sviluppo di "comunità" competenti sia da un punto di vista politico (cioè informate e interessate alla gestione della cosa pubblica), sia da un punto di vista sociale e relazionale; cioè comunità basate sì sulla riflessione critica, ma anche sul rispetto reciproco, sulla attività di cura, sulla partecipazione. Una comunità "competente" dovrebbe essere una comunità produttrice di salute, nell'accezione più ampia data a questo concetto, inteso nelle sue componenti bio-psico-sociali, e volta altresì alla promozione della salute, intesa come "quel processo per cui la gente incrementa il controllo e la gestione diretta delle proprie condizioni di benessere e/o di disagio" (OMS, 1987). E' inoltre proprio del modello bio-psico-sociale procedere all'approfondimento del livello psicologico, orientandosi verso la salute globale della persona nel suo ambiente, con un'enfasi maggiore sulla promozione della salute, intesa come realizzazione di sé, esplorazione del nuovo, più ancora che sulla prevenzione della malattia (Zani, Cicognani, 2000). Tra i concetti che, più di altri, vanno a comporre il quadro epistemologico a cui ci riferiamo ricordiamo: comunità, senso di comunità, partecipazione, reti sociali, supporto sociale, empowerment, capitale sociale. Sono tutti concetti considerati multilivello, perché si propongono di studiare l'articolazione tra più dimensioni: quella individuale, quella gruppale e quella di comunità. L'ampio respiro teorico con cui queste dimensioni vengono considerate origina però difficoltà sul piano della ricerca; infatti, analizzando i numerosi lavori di ricerca presenti nelle ormai numerose riviste scientifiche del settore, si rileva come gli studi, nella maggioranza dei casi, siano volti a indagare separatamente questi livelli, affrontando o aspetti più psicologici (quali ad esempio self-esteem, locus of control, self-efficacy), o dimensioni che connotano la comunità (valori e culture di riferimento, aspetti socio.demografici, aspetti strutturali, ecc.). E' pur vero che l'articolazione tra queste diverse dimensioni è forse osservabile nel tempo, ma questo implica l'attrezzarsi per la realizzazione di ricerche longitudinali. Non esente da questo tipo di critiche è anche il concetto di capitale sociale. Esso ha destato interesse, pur con le criticità a cui ci siamo riferiti poc'anzi, poiché sembra esprimere l'idea del "sociale come risorsa". Esso è stato inteso a diversi livelli di analisi. Ad esempio ricordiamo qui in sintesi che per Putnam (1993) il capitale sociale comprende le caratteristiche della vita sociale, quali le reti, le norme, la reciprocità e la fiducia, che rendono i partecipanti capaci di agire insieme in modo più efficace. Coleman (1990) definisce invece il capitale sociale nei termini dei suoi elementi strutturali, relazionali e funzionali, mentre, secondo Jacobs (1960), esso fa riferimento alle reti che forniscono le basi per la fiducia, la cooperazione e la percezione di sicurezza. Il capitale sociale infatti può essere considerato, anch'esso, un costrutto trasversale ai diversi livelli di analisi: esso può essere scomposto a livello individuale, al livello "micro" (in termini ad esempio di rete sociale di sostegno) e a livello "macro" (in termini di istituzioni e di comunità). Come "la comunità", il capitale sociale è un concetto contestato e complesso, che pone interrogativi teorici e, conseguentemente, metodologici, tra cui, ad esempio: dovrebbe essere più utilmente considerato come una risorsa per gli individui o per i quartieri; fino a che punto è influenzato dal contesto; può avere effetti negativi o avere una struttura limitata ed esclusiva? Qual è la natura della relazione tra reti, fiducia e norme? <<<



