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PROGRAMMA DI RICERCA
italiano - english
Unità di Ricerca
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Classificazione scientifico-disciplinare
- Area scientifico disciplinare: Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche
- Area scientifico disciplinare: Scienze economiche e statistiche
Classificazione geografica
- Regione: Friuli Venezia Giulia
Bibliografia
Ivan T. Berend, ed., Long-Term Structural Changes in Trasforming Central and Eastern Europe, München, 1997Ivan T. Berend, György Ránki, The European Periphery and Industrialization 1780-1914, Budapest, 1982
Cyril E Black, “The Process of Modernization. The Bulgarian Case”, in Thomas Butler, ed., Bulgaria. Past and Present, Columbus, Ohio, 1976
Hans-Martin Boestfleisch, Modernisierungsprobleme und Entwicklungskrisen: Die Auseinandersetzungen um die Bürokratie in Serbien 1839-1858, Frankfurt/Mu.a., 1987
Richard J. Crampton, Bulgaria 1878-1918: A History, New York, Columbia University Press, 1983.
Richard J. Crampton, “The Turks in Bulgaria, 1878-1944”, International Journal of Turkish Studies, Vol. 4, No. 2, University of Wisconsin, Madison, 1989.
Alexander N. Damianakos, Charilaos Trikoupes and the Modernization of Greece, 1874-1894, Ann Arbor, Mi., 1978
Marco Dogo, “Gli stati-nazione balcanici e la questione dei musulmani”, in Storie balcaniche, Gorizia, 1999.
Marco Dogo, “‘Tenere insieme l’impero’. Declino ottomano e province di frontiera nei Balcani”, Rivista Storica Italiana, CXV, 2, 2003.
Duncan M. Perry, Stefan Stambolov and the Emergence of Modern Bulgaria, 1870-1895, Durham, NC, London, 1993
Barbara Jelavich, History of the Balkans, Vol. I, Eighteenth and Nineteenth Centuries, Cambridge University Press, New York, 1983.
John R. Lampe, “Modernisation and social structure: The case of pre-1914 Balkan Capitals”, Southeastern Europe, Vol. 5, No. 2 (1978)
J. Lampe, M. Jackson, Balkan Economic History, 1500-1950. From Imperial Borderlands to Developing Nations, Bloomington, 1982.
Bernard Lory, Le Sort de l’Héritage Ottoman en Bulgarie. L’Exemple des Villes Bulgares, 1878-1900, Istanbul, 1985.
Diana Mishkova, “Literacy and nation-building in Bulgaria 1878-1912”, East European Quarterly, XXVIII, No. 1, 1994.
Diana Mishkova, Prisposopjavane na slobodata. Modernost – legitimnost v Srbija i Rumănija prez XIX bek, Sofija, 2001.
Diana Mishkova, “The nation as zadruga: Remapping nation-building in nineteenth-century Southeast Europe”, in M. Dogo, G. Franzinetti, eds., Disrupting and reshaping: Early stages of nation-building in the Balkans, Ravenna, 2002.
Norbert Reiter (a cura di), Die Stellung der Frau auf dem Balkan, Berlin, Wiesbaden, 1987
Norbert Reiter, Holm Sundhaussen (a cura di), Allegemeinbildung als Modernisierungfaktor. Zur Geschichte der Elementarbildung in Südosteuropa von der Aufklärung bis zum Zweiten Weltkrieg, Berlin, Wiesbaden, 1994
Irwin T. Sanders, Roger Whitaker, “Tradition and Modernization: The Case of Bulgaria”, in J. G. Lutz, S. El-Shaks, The Role of Traditionalism in Modernization Process, Washington, DC, 1982
Andrei Simic, “Urbanization and Modernization in Yugoslavia: Adaptive and Maladaptive Aspects of Traditional Culture”, in M. Kenny, ed., Urban Life in Mediterranean Europe: Antropological Perspectives, Chicago, Il., 1983
Holm Sundhaussen, Historische Statistik Serbiens 1834-1914. Mit europäische Vergleichsdaten, München, 1989
Nikolai Todorov, Balkanskiyat grad XV-XIX vek, socialno ikonomitchesko i demografsko razvitie, Sofija, 1972; La ville balkanique sous les Ottomans, XV-XIXe siècle, London, 1977 (repr.); The Balkan City, 1400-1900, University of Washington Press, Seattle and London, 1983.
Alexandra Yerolympos, Urban transformations in the Balkans (1820-1920): Aspects of Balkan Town Planning and the Remaking of Thessaloniki, Thessaloniki, 1996.
Parole Chiave
EUROPA ED EUROPA SUD-ORIENTALE; CITTÀ-CAPITALE E MODERNIZZAZIONE; PROGETTAZIONE URBANA; BELGRADO; BUCAREST; SOFIACittà dei Balcani, città d'Europa.
Capitali e capoluoghi nello sviluppo di una società moderna in Serbia, Romania e Bulgaria, 1830-1923.
Università degli Studi di Trieste
Abstract
L'idea centrale del presente progetto riguarda un aspetto-chiave dei rapporti storici fra la regione balcanica e l'Europa centro-occidentale. Essa si è formata durante lo svolgimento del PRIN 2003 "Uno studio comparativo sulla costruzione dello stato in Europa sud-orientale, 1829-1960" coordinato da Armando Pitassio. E' l'idea di una modernizzazione selettiva, concentrata nelle città-capitali, intrinsecamente connessa all'impiantarsi e alla crescita degli stati-nazione, e proiettata alla omologazione europea. Essa comporta un rovesciamento di prospettiva rispetto a una tradizione storiografica (di derivazione romantica) che privilegiava il contenuto etnico dell'identità nazionale. Il presente progetto si focalizza sulle forme moderne che nelle capitali della regione balcanica vengono impresse a diversi aspetti della vita nazionale – compreso lo stesso "contenuto etnico"!Obiettivo della ricerca è ricostruire la crescita di tre capitali e di alcune città-capoluogo nella regione balcanica secondo modelli dedotti da vari aspetti – fra i quali particolare rilievo assumono l'urbanistica, l'architettura, i simboli nazionali e le infrastrutture – di modernità europea, trasmessi lungo determinati canali di comunicazione metropoli-periferia e applicati da operatori di formazione sia estera che indigena, con risultati che evolvono dall'imitazione al sincretismo alla originalità. Il processo sarà interrotto dalla guerra europea e comunque reimpostato su scala diversa dopo la stessa.
Elaborando questi temi, la ricerca si muoverà su territorio pressoché inesplorato. Non che manchino gli studi sulle città dei Balcani e sulle loro trasformazioni. Ma le storiografie locali si sono accontentate di registrare, con compiacimento, il "progresso" realizzato rispetto alla stagnazione dell'epoca ottomana. Manca una visione d'insieme sul rapporto fra sviluppo urbano, "libertà nazionale" e modernizzazione. La stessa bibliografia internazionale è assai esile. Si deve allo storico economico John Lampe la prima analisi (1978) circa l'impulso che le città-capitali balcaniche ricevono dall'impiantarsi delle amministrazioni nazionali; il tema è ripreso da Barbara Jelavich in alcune pagine del suo manuale del 1983. Più recentemente Alexandra Yerolympos (1996) ha collocato il tema Urban Transformations in the Balkans (1820-1920) all'incrocio di due rapporti: fra city-making e nation-building, da un lato, e fra potenti stati metropolitani e territori periferico-dipendenti, dall'altro.
Temi comuni alle due Unità di ricerca sono: le trasformazioni della città connesse al rango di capitale; la cancellazione del passato ottomano; l'utilizzo di competenze tecnico-professionali straniere; la formazione all'estero di competenze tecnico-professionali indigene. L'Unità di Trieste elaborerà quindi diversi "profili di modernità" in relazione allo sviluppo di della città di Belgrado e verificherà alcune tesi fra le quali spicca quella circa la autonomia di tale processo rispetto alle dinamiche politiche (ricerca su fonti secondarie e primarie). L'Unità di Perugia elaborerà un set di modelli urbanistici occidentali di riferimento; quindi esaminerà la legislazione urbanistica e i piani regolatori di Bucarest e Sofia e il relativo dibattito pubblico, e controllerà il grado della loro effettiva applicazione tenendo conto di possibili diversi fattori contrastanti (ricerca su fonti secondarie e primarie).
Dopo una fase preliminare di messa a punto e raccolta bibliografica sarà cercata la collaborazione di – o quanto meno la consultazione con – studiosi di area disciplinare storico-architettonica e urbanistica e colleghi dei tre paesi interessati. A conclusione dei lavori si prevede la pubblicazione di uno o più volumi ai quali saranno chiamati a contribuire sia i partecipanti interni al presente progetto che gli studiosi esterni. <<<
Coordinatore Scientifico del Programma di Ricerca
Marco DOGO Università degli Studi di TRIESTEObiettivo del Programma di Ricerca
Pur nella diversità di background e di percorsi, le società dell'Europa sud-orientale si sono inserite nei circuiti intellettuali europei, negli ultimi due secoli e mezzo, attraverso le loro élites urbane: dapprima viaggiatori che scoprivano nelle grandi città europee i benefici dei Lumi e della modernità, poi classi dirigenti che costruivano in loco, nelle rispettive capitali, strutture fisiche e culturali sul modello dell'Europa evoluta. Fino a tempi relativamente recenti, nei Balcani la quasi totalità della produzione e del consumo intellettuale si è svolta in un ambiente urbano dichiaratamente europeizzante e problematicamente consapevole del rapporto con la "nazione rurale" e con la tradizione. Potremmo perfino dire che la specificità dello sviluppo storico/intellettuale di questa parte d'Europa si riassume nell'idea di città e nelle sue ibridazioni. E' un tema pressoché sconosciuto al pubblico italiano, che è piuttosto abituato a guardare all'Europa del sud-est come ad un museo etnografico en plein air.La plurisecolare sottoposizione diretta (territori serbi e bulgari) o indiretta (principati di Valacchia e Moldavia) al regime ottomano ha ostacolato lo scambio sia demografico che culturale fra città e campagna nella regione. Paradossalmente, nelle condizioni della libertà nazionale (autonomia, indipendenza), si viene accentuando nel XIX secolo l'«effetto giraffa», ossia la distanza culturale fra masse contadine ed élites urbane: non più per effetto di segregazione, ma per l'inedito dinamismo di queste ultime. La questione sta sullo sfondo del presente progetto ed è una variabile di cui si terrà conto nelle articolazioni tematiche della ricerca. Questa, tuttavia, si focalizza proprio sulle città-capitali come luogo della modernità, che seguono con limitato scarto temporale tendenze di sviluppo proprie delle grandi città europee: imitazione deliberatamente perseguita dalle politiche governative, ma attribuibile anche alla crescita di una società civile spontaneamente europeizzante oltre che alla stabile presenza straniera (diplomazia, commercio, costruzione di ferrovie, industria e banche).
Obiettivo della ricerca è ricostruire la crescita di tre capitali e di alcune città-capoluogo nella regione balcanica secondo modelli dedotti da vari aspetti – fra i quali particolare rilievo assumono l'urbanistica, l'architettura, i simboli nazionali e le infrastrutture – di modernità europea, trasmessi lungo determinati canali di comunicazione metropoli-periferia e applicati da operatori di formazione sia estera che indigena, con risultati che evolvono dall'imitazione al sincretismo alla originalità. Il processo sarà interrotto dalla guerra europea e comunque reimpostato su scala diversa dopo la stessa.
La ricerca si propone dunque una sintesi storica multi-prospettica riferita all'ambiente urbano in tre contesti nazionali segnati – sebbene diversamente segnati – dalla passata dipendenza ottomana e proiettati alla omologazione europea. La presenza di significativi elementi differenziali, accanto a quelli comuni, promette di dar forza all'approccio comparativo. Si segnala che la presente ricerca costituisce, sia nelle tematiche che (in parte) nella metodologia, un prolungamento del PRIN 2003 "Uno studio comparativo sulla costruzione dello stato in Europa sud-orientale, 1829-1960", dei cui risultati provvisori (soprattutto, l'idea di una modernizzazione selettiva e localizzata) essa è largamente debitrice. <<<
Durata
24 mesiBase di partenza scientifica nazionale o internazionale
Se la modernizzazione delle capitali balcaniche raggiunge il culmine nei due-tre decenni a cavallo fra XIX e XX secolo, il processo presenta anche tendenze di lungo periodo. La conquista demografica cristiana delle città ottomane è già in corso nel XVIII secolo, ed è fra i temi privilegiati dell'opera classica di Nikolai Todorov. Essa dà luogo alla formazione di una embrionale classe agiata cristiana legata ai commerci e in special modo allo scambio internazionale. In che misura ciò rappresenti un fattore di modernizzazione delle città è spiegabile non tanto con categorie culturaliste, ma piuttosto con il progressivo inserimento dell'economia ottomana nel commercio europeo e con l'intercettazione dei benefici delle Capitolazioni da parte degli operatori commerciali cristiani sudditi ottomani. Nel XIX secolo intervengono poi alterazioni violente della struttura della popolazione in alcune città ottomane investite da guerre e insurrezioni dei sudditi cristiani.Nel periodo 1830-1878 la modernizzazione delle città balcaniche procede in modo differenziato secondo lo status giuridico dei diversi paesi: principati autonomi e tributari Serbia, Valacchia e Moldavia; regno indipendente la Grecia; provincia ottomana la Bulgaria.
Nelle terre bulgare è la nuova élite mercantile a sostenere finanziariamente l'impianto di un sistema scolastico, autogestito dalle comunità locali e non osteggiato dalle autorità riformiste ottomane ("riforme a costo zero": vedi M. Dogo 2003). Di pari passo cresce l'editoria di materiale didattico e si articola sul territorio la rete delle sale di lettura. I progressi sono enormi, in particolare nei centri urbani (Sofia è capoluogo distrettuale), ma solo in rapporto a livelli di partenza prossimi a zero. E' un movimento a carattere evolutivo e politicamente moderato; su di esso si innesteranno ben presto tendenze radicali.
Entrambe capitali di principati autonomi ma tributari del Sultano, Belgrado e Bucarest presentano tuttavia caratteristiche dissimili sotto il profilo demografico, sociale e culturale.
L'autonomia serba è un fatto nuovo. Il dominio diretto ottomano nel paese ha comportato un forte livellamento sociale: una massa di contadini semi-liberi, uno strato recente di artigiani e mercanti, nessuna classe "storica". Permane nella fortezza di Belgrado una guarnigione ottomana con attorno una fascia di popolazione civile turca (artigiani e fornitori). Nei quartieri più esterni la popolazione è cristiana, etnicamente composita ma con l'elemento serbo in rapida crescita. Tutti insieme, negli anni '40 non superano le 20.000 unità. L'immagine orientale della città rispecchia ancora tre secoli di dominazione diretta ottomana, ma già negli anni '40 i primi interventi pubblici cominciano a modificare il paesaggio urbano.
Bucarest (così come Iasi in Moldavia) invece è al centro di una realtà che aveva già una sua autonomia di lunga data, pur se condizionata dall'obbligo di versare agli ottomani il tributo annuo in denaro e in derrate alimentari. La città non ospita guarnigioni turche, ha una popolazione numerosa e socialmente differenziata (compresa una aristocrazia indigena), non vi sono segni vistosi del dominio (indiretto) ottomano. Con l'unione dei principati di Valacchia e Moldavia (1859, riconosciuta dagli ottomani nel 1861) il suo ruolo di capitale però si rafforza ed inizia un percorso di modernizzazione e di avvicinamento alla cultura occidentale (qui la polemica, più che anti-turca, è anti-russa e anti greca).
Un aspetto centrale della occidentalizzazione delle capitali balcaniche è la formazione di élites che cercano nelle esperienze europee i modelli da applicare sul posto. La "libertà nazionale" dinamizza la società ma non crea automaticamente ricchezza. La scarsità di risorse rende per il momento impraticabili politiche di alfabetizzazione di massa. I governi pensano piuttosto alla formazione di quadri amministrativi e professionali, e a questo scopo investono nell'istruzione superiore, esterna (borse di studio presso gli atenei europei) e interna (Università di Atene, 1837; Lycée, 1838, trasformato in Alta scuola nel 1863, a Belgrado; Università di Iasi, 1860; Università di Bucarest, 1864).
Con appoggio e per lo più sotto controllo statale si fondano quindi società letterarie, biblioteche, accademie, nel cui ambito tra l'altro si dibattono e si decidono le norme ortografiche e linguistiche della comunicazione nazionale. A questo periodo risalgono anche gli inizi del giornalismo, nonché della produzione letteraria e della rappresentazione teatrale a contenuto patriottico, con ampia recezione di temi e modelli dall'Europa del tempo.
Si delinea già con nettezza un tratto caratterizzante e comune dello sviluppo nazionale nella regione. I contenuti identitari sono elaborati e fatti circolare da élites urbane informate sul mondo e ansiose di collegarsi alle correnti più avanzate; mentre, appena sfiorate dai benefici della "libertà nazionale", le masse contadine restano al margine della trasformazione intellettuale.
Il Congresso di Berlino conferisce un assetto relativamente stabile alla regione. Belgrado e Bucarest, ormai capitali di stati indipendenti, vedono i consolati e le agenzie commerciali stranieri elevati al rango di rappresentanze diplomatiche. Per la Bulgaria (la capitale è eccentricamente posta a Sofia, a visualizzare un'aspirazione irredentista a sud-ovest) lo status di principato vassallo e tributario comporta alcune limitazioni di visibilità e prestigio, ma non inibisce alcuno dei processi innescati dalla libertà nazionale come fattore modernizzante. Centri politici e simbolici della nazione, le capitali beneficiano di investimenti cospicui e crescono su modelli urbanistici e architettonici mutuati dalle maggiori città europee. Si costruiscono imponenti sedi per le istituzioni politiche e la burocrazia, per i luoghi in cui la cultura nazionale è elaborata e trasmessa (università, musei, biblioteche, teatri), per le funzioni della sovranità (banche nazionali, accademie militari). L'edilizia civile riceve impulso dal ceto agiato urbano (commerciale, professionale, burocratico), mentre le infrastrutture pubbliche si dotano di acqua potabile, fognature, strade lastricate, trasporti urbani, illuminazione, protezione anti-incendio.
Le capitali ospitano anche il settore intellettualmente più evoluto della nazione: élites scientifiche e culturali inserite nei circuiti europei e un pubblico di lettori che assorbe la quasi totalità della produzione letteraria e giornalistica del rispettivo paese.
Negli anni immediatamente precedenti la Grande Guerra si mostra che nello sviluppo delle tre capitali (urbanistica, architettura, infrastrutture, preferenze merceologiche, produzione e consumo culturale e artistico) il rapporto imitativo con le metropoli di riferimento è più forte delle oscillazioni politiche: un dato assai interessante che la ricerca dovrà approfondire. A Belgrado la nuova influenza francese è sensibile in campo urbanistico e artistico-letterario (oltre che, naturalmente, nelle forniture militari!), ma si aggiunge all'influenza austriaca più che scalzarla (certo, qui occorre tener conto di una evoluta e sofisticata società serba in territorio asburgico). Analogo il percorso di Bucarest, dove l'influenza francese è prevalente, sia in ambito culturale che artistico ed urbanistico, ma soprattutto nel campo dell'architettura dove a questa si affianca quella austriaca (in particolare viennese). A Sofia il ri-orientamento culturale e scientifico verso il mondo tedesco è avvenuto negli anni '90 e riceve impulso politico dalla congiuntura (1908) in cui il principato si dichiara indipendente dagli ottomani: ma non viene affatto indebolito dal recupero di influenza russa testimoniato dalla costruzione del tempio-mausoleo Aleksander Nevskij nel 1912.
Diversa è la sorte delle tre capitali nella guerra europea. Belgrado è esposta a bombardamenti, occupazione, epidemie, fame. La città esce dal conflitto impoverita demograficamente e con la sua classe agiata semi-distrutta. La ricostruzione avviene all'insegna della pressoché esclusiva influenza francese e nella condizione nuova di capitale di un regno multi-nazionale – ciò che modifica profondamente il rapporto della città con la tradizione, ma anche con diversi riferimenti di modernità. Per Sofia la sofferenza arriva alla fine della guerra, con il ritorno dei contadini-soldati dal fronte e l'occupazione politica delle città da parte delle campagne. Conviene sottolineare che malgrado i suoi eccessi e il suo orientamento punitivo verso le città e Sofia in particolare la "dittatura verde" di Stamboliskij (1919-1923) rappresenta a tutti gli effetti un'esperienza modernizzante e non estranea al nostro discorso, sebbene sia problematico individuarne la matrice culturale (il riferimento a certe correnti del populismo russo è ovvio, ma alcune enunciazioni ideologiche e programmatiche di Stamboliskij fanno pensare anche ad influenze americane). Bucarest invece esce dalla guerra rafforzata: diviene capitale di uno stato con un'estensione territoriale (290.000 kmq) ed una popolazione (16 milioni di abitanti) più che doppi rispetto al periodo precedente, e continua a crescere demograficamente passando da meno di quattrocentomila abitanti a 870.000 nel ventennio successivo. Il modello di sviluppo è ancora una volta la Francia, tanto che la capitale della Grande Romania viene definita "piccola Parigi".
In definitiva, si ipotizza che ricostruire il processo del farsi europee di città già ottomane (Belgrado, Sofia) o dipendenti dalla struttura politica e socio-economica ottomana (Bucarest) possa mettere in luce elementi di contatto e affinità orizzontale (tra loro) e verticale (tra loro e le metropoli europee), sul cui sfondo sarà meglio apprezzabile la diversità (più varianti di una storia comune) che si è sviluppata da un rapporto in origine puramente imitativo.
Elaborando questi temi, la ricerca si muoverà su territorio pressoché inesplorato. Non che manchino gli studi sulle città e sulle loro trasformazioni (v. le bibliografie delle Unità di ricerca). Ma le storiografie locali si sono accontentate di registrare, con compiacimento, il "progresso" realizzato rispetto alla stagnazione dell'epoca ottomana. Manca una visione d'insieme sul rapporto fra sviluppo urbano, "libertà nazionale" e modernizzazione.
La stessa bibliografia internazionale è assai esile. La seconda parte dell'ormai classico lavoro di Nikolai Todorov (1972, ed. ingl. 1983) è dedicata a "New directions in the development of the Balkan city" nel XIX secolo, ma la trattazione è quasi esclusivamente focalizzata sul Tuna vilayet, la provincia ottomana del Danubio (su questa v. anche M. Dogo, 2003). Fa eccezione il capitolo-articolo "Cities in Greece and Serbia", che discute dati demografici e occupazionali per il periodo 1828-1879. Bernard Lory (1985) ha trattato i molti aspetti (fiscale, giudiziario, commerciale, fondiario) dello smantellamento dell'eredità ottomana nello stato nazionale bulgaro, con particolare riferimento al "nouvel urbanisme" che cancella "la ville orientale, pittoresque et sordide". Il tema della de-ottomanizzazione della società bulgara mediante misure di modernizzazione è sviluppato anche da Richard Crampton (!983, 1989). In questo approccio, la rimozione del passato è un motivo più forte della stessa progettazione del nuovo. Si deve allo storico economico John Lampe la prima analisi (1978) circa l'impulso che le città-capitali balcaniche ricevono dall'impiantarsi delle amministrazioni nazionali; il tema è ripreso da Barbara Jelavich in alcune pagine della sua History of the Balkans (1983). Più recentemente Alexandra Yerolympos ha collocato il tema Urban Transformations in the Balkans (1820-1920) all'incrocio di due rapporti: fra city-making e nation-building, da un lato, e fra potenti stati metropolitani e territori periferico-dipendenti, dall'altro. Infine, vanno segnalati i diversi lavori di Diana Mishkova che indirettamente riguardano le trasformazioni urbane: sull'alfabetizzazione in Bulgaria, sull'integrazione nazionale delle masse contadine come prezzo pagato dalle élites urbane per fare della modernizzazione "a socially tolerable project", sulla modernizzazione come strumento di legittimazione delle élites stesse (nelle due varianti serba e romena). <<<



