Contenuto
Ti trovi in: HOME »Programmi, progetti e risultati »I progetti »PRIN - Programmi di ricerca di Rilevante Interesse Nazionale»Programma di ricercaINIZIO_TESTO_DA_INDICIZZARE
PROGRAMMA DI RICERCA
italiano - english
Unità di Ricerca
- Università degli Studi di ROMA "La Sapienza"
STORIA MODERNA E CONTEMPORANEA
ROMA(RM) - Università degli Studi di NAPOLI "L'Orientale"
STUDI DELL'EUROPA ORIENTALE
NAPOLI(NA) - Università degli Studi di GENOVA
STORIA MODERNA E CONTEMPORANEA
GENOVA(GE) - Libera Università degli Studi "S. Pio V" ROMA
PIO V
ROMA(RM)
Programmi di ricerca simili:
- 1 - Alla ricerca di un ruolo globale: l'Europa nelle relazioni internazionali (1968-1981)
- 2 - La cultura europea e il problema dell'alterità: storiografia, politica e scienze dell’uomo in età moderna (XVI-XIX sec.)
- 3 - Guerre e culture di guerra nella storia d'Italia
- 4 - La fine della guerra fredda o il successo della globalizzazione ? Alla ricerca di un nuovo paradigma intepretativo per spiegare la trasformazione del sistema internazionale, 1985-1992.
- 5 - Intellettuali versus democrazia nell'Europa sud-orientale alla metà del Novecento (1933-1953)
- 6 - Città dei Balcani, città d'Europa. Capitali e capoluoghi nello sviluppo di una società moderna in Serbia, Romania e Bulgaria, 1830-1923.
- 7 - Uomini e donne in fuga nel secondo dopoguerra. Percorsi e memorie di una storia europea.
- 8 - Diritto del “Principe”, diritto della Chiesa: il problema della secolarizzazione e della tolleranza nella prospettiva della storia giuridica
- 9 - La cultura europea e il problema dell'alterità: storiografia, politica e scienze dell'uomo in età moderna (XVI-XIX sec.)
- 10 - Stupri di massa, torture, violenza contro le donne nella storia del Novecento: un'analisi comparata
Classificazione scientifico-disciplinare
- Area scientifico disciplinare: Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche
Classificazione geografica
- Regione: Lazio
Bibliografia
Antonello Biagini, Storia dell’Albania, Milano: Bompiani 1998.Antonello Biagini, Storia della Romania contemporanea, Milano: Bompiani 2004.
Domenico Caccamo, Gaetano Platania (a cura di), Il sud-est europeo tra passato e presente, Atti del Convegno internazionale: Università della Tuscia, Facoltà di Lingue e letterature straniere moderne, Cattedra di Storia dell'Europa Orientale, Viterbo 3-5 ottobre 1991, Cosenza: Periferia, 1993.
Richard J.Crampton, Bulgaria: 1878-1918: a history, New York: Columbia University Press, 1983. Istvan Deak, Beyond nationalism: a social and political history of the Habsburg officer corps, 1848-1918, New York: Oxford University Press, 1990.
Istvan Eordogh, Alle origini dell'espansionismo romeno nella Transilvania ungherese, 1916-1920, Cosenza: Periferia, 1992.
François Fejto, Requiem per un impero defunto: la dissoluzione del mondo austro-ungarico, Milano 1991.
Viktor E. Meier, La rinascita del nazionalismo nei Balcani, Bologna: Il mulino, 1969
Nicolao Merker (a cura di), La questione nazionale, Roma: Editori riuniti, 1999.
Georges Prévélakis, I Balcani, Bologna: Il mulino, 1997.
Marek Waldenberg, Le questioni nazionali nell'Europa centro-orientale: storia e attualità, Milano: Il saggiatore, 1994.
M. Ambri, I falsi fascismi: Ungheria, Jugoslavia, Romania 1919-1945, Jouvence, Roma 1980.
Antonello Biagini, Momenti di storia balcanica (1878-1914), Ufficio Storico dell’Esercito, Roma 1981.
Francesco Caccamo, L’Italia e la Nuova Europa. Il confronto sull’Europa orientale alla conferenza di pace di Parigi, Luni Editore, San Pedrino Vignate (Milano) 2000.
F. D’Amoja, Declino e prima crisi dell’Europa di Versailles, Giuffré, Milano 1967.
Pasquale Fornaro, L’Ungheria dei Consigli e l’Europa danubiana nel primo dopoguerra, FrancoAngeli, Milano 1987.
Franco Gaeta, Democrazie e totalitarismi dalla prima alla seconda guerra mondiale (1918-1945), Il Mulino, Bologna 1982.
B. Jelavic, History of the Balkans, Cambridge University Press 1983.
J. LeBreton, Una storia infausta, Il Mulino, Bologna 1994.
Angelo Tamborra, L’Europa centro-orientale nei secoli XIX-XX (1800-1920), in Storia Universale, Casa Editrice Vallardi, Appiano Gentile (Como) 1973.
F. Curato, La conferenza di pace di Versailles, De Agostini, Novara 1979.
Parole Chiave
PRIMA GUERRA MONDIALE; VERSAILLES; STATO; NAZIONE; BALCANI; EUROPA CENTRO-ORIENTALE; IMPERTO OTTOMANO; TRATTATI DI PACE; NAZIONALITÀALLE ORIGINI DEL "SISTEMA" DEGLI STATI NAZIONALI NELL'EUROPA CENTRO-ORIENTALE: LA PRIMA GUERRA MONDIALE E LA PACE DI VERSAILLES
Università degli Studi di Roma "La Sapienza"Abstract
La fine della prima guerra mondiale, la dissoluzione dei grandi Imperi plurinazionali (ottomano e asburgico) e la trasformazione di quello zarista in nuovo sistema politico e istituzionale ispirato alle teorie marxiste relative alla soppressione della proprietà e dell'economia di mercato – l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) - aprono scenari internazionali nuovi e imprevisti. Le potenze vincitrici tentano, con la Conferenza della Pace di Versailles di disegnare un nuovo assetto europeo e internazionale avente come obiettivo la costituzione di un nuovo sistema di relazioni internazionali per dare concreta attuazione alle speranze e alle attese maturate nei popoli durante i difficili anni della guerra. La dissoluzione dei grandi Imperi plurinazionali – "le prigioni dei popoli" – avrebbe dovuto aprire una nuova epoca caratterizzata dalla presenza di quelle nazionalità finalmente libere di costituire un proprio Stato nazionale, sovrano, libero e indipendente secondo la maturazione del pensiero politico avvenuta nel secolo XIX. Il Congresso di Vienna del 1815, la Santa Alleanza e la Restaurazione post napoleonica rappresentano altrettanti momenti della riscossa reazionaria finalizzata a vanificare il portato modernizzatore della rivoluzione francese, della fine dell'assetto "nobiliare" del sistema sociale e della ascesa della borghesia come forza propulsiva di un cambiamento, questo sì, di portata epocale. La tensione ideologica interna alle varie società produce effetti contrastanti aprendo un periodo di crisi e di instabilità lungo un ventennio.Il successo della rivoluzione russa del 1917, il mito di una palingenesi sociale e di un riscatto sociale delle classi oppresse diviene per molti un mito che finisce per oscurare i chiari e inequivocabili segnali di un regime totalitario ideologico, politico ed economico assolutamente nuovo e difficilmente riconducibile alle "categorie" politiche occidentali relative all'autoritarismo e al totalitarismo: l'Unione sovietica è qualcosa di più e di diverso potendosi rintracciare in quel sistema confusi elementi della cultura politica teocratico-religiosa-patrimoniale di tipo zarista oppure modelli di assolutismo asiatico. In sintesi si può affermare che gli europei, nei primi anni del Novecento, conoscono poco la Russia, soprattutto quella asiatica, e i meccanismi che ne regolano la vita politica e sociale interna. <<<
Coordinatore Scientifico del Programma di Ricerca
Antonello Folco BIAGINI Università degli Studi di ROMA "La Sapienza"Obiettivo del Programma di Ricerca
Gli obiettivi del programma di ricerca riguardano l'ampio spettro di conseguenze che gli eventi storici internazionali della I guerra mondiale e della pace di Versailles ebbero sugli equilibri interni ai paesi dell'Europa centro-orientale e balcanica. L'importanza fondamentale di queste tematiche emerge in tutta la sua drammatica dimensione nel riemerge di conflittualità e di scontri etnici esplosi nel periodo interbellico e che recentemente, dopo la fine della Guerra fredda, si sono riproposti in tutta la loro violenza.Nell'area danubiano-balcanica, d'altronde, l'obiettivo dello Stato nazionale, sovrano, libero e indipendente, che costituiva uno degli scopi della prima guerra mondiale perseguito attraverso lotte e sofferenze lungo tutto il secolo XIX, sembra alla fine raggiunto, anche se con differenti gradi di successo (sono di primario interesse i casi romeno, bulgaro e ungherese, assolutamente diversi tra loro). I grandi Imperi plurinazionali – quello austro-ungarico e quello ottomano – si sono dissolti, l'Impero zarista non esiste più in conseguenza della rivoluzione bolscevica dell'ottobre 1917. Il nuovo sistema politico sovietico riesce però a mantenere sostanzialmente intatta la configurazione geopolitica Eurasiatica del vecchio Impero mentre l'ideologia della rivoluzione d'ottobre, fondata su miti quali l'uguaglianza sociale e la fine dello "sfruttamento" borghese del proletariato, finisce per influenzare la politica europea degli anni Venti. Nel periodo interbellico è particolarmente importante affrontare le dinamiche e gli intrecci delle politiche estere dei Paesi mediterranei dei Balcani, come Albania, Jugoslavia e Grecia. La parte occidentale dei balcani risulta infatti essere un continuum geografico e nello stesso tempo una zona in cui sia possibile riscontrare dei tratti estremamente comuni nell'atteggiamento verso le politiche internazionali, dettati dalla particolare situazione creatasi nel primo dopoguerra. È pur vero che Belgrado, Tirana ed Atene reagivano ad impulsi, quali quelli della difesa del territorio stabilito dai trattati, prima che a considerazioni di altro genere. L'atteggiamento di diffidenza rivolto verso le numerose minoranze all'interno dei rispettivi Paesi andava di pari passo all'uso delle alleanze con le maggiori potenze europee per il perseguimento di detti scopi. Senza dubbio la rilettura della documentazione d'archivio dei Paesi dell'Europa orientale, danubiana e balcanica – specularmente alla documentazione disponibile in quelli maggiormente coinvolti nell'area, come l'Italia e la Francia – permette la ricostruzione di aspetti e fasi salienti della politica estera allora realizzata.
Nell'oriente mediterraneo dello scacchiere europeo la disgregazione dell'Impero ottomano completava quella degli altri imperi multinazionali, quelle dell'Impero austro-ungarico e dell'Impero russo, contribuendo alla formazione degli stati nazionali dal mar Nero fino all'Afghanistan. La prima fase, in cui sulle ceneri dei tre stati multietici e multiconfessionali si formò una miriade di stati su base etnica o confessionale, è di estremo interesse: pur con le dovute differenze, emersero stati caucasici – come Georgia, Armenia, Azerbaidzan, la repubblica "montanara" inguscezio-ceceno-daghestana fino gli stati dell'Asia centrale – e stati balcanici e danubiana. I conflitti interetnici che afflissero gli stati eredi della Impero Austro-Ungarico divennero in Asia minore e nel Caucaso politiche reali di pulizia etnica: il popolo che ottenne un'indipendenza effettiva sulle ceneri dell'Impero ottomano, però, fu il popolo turco. Al margine di questa area ai popoli arabi si sostituì la dominazione ottomana con quella anglo-francese, tuttavia la lotta per l'indipendenza di tutti questi popoli ebbe esiti profondamente diversi. I popoli arabi non videro riconosciuta la propria indipendenza formale se non dopo il secondo conflitto mondiale. In questo contesto storico è nostro obiettivo primo approfondire gli esiti diversi che portarono nel corso della seconda guerra mondiale alla neutralità della Turchia e alla occupazione anglosovietica dell'Iran mentre le potenze dell'Asse giungevano in Cecenia e ad Alessandria d'Egitto. D'altro lato è fondamentale analizzare le trasformazioni che il potere politico sovietico, dopo la rivoluzione del 1917, indusse sulla struttura multietnica dell'impero zarista, che passò dalla coesistenza di più popoli e sistemi politici sottoposti all'autocrazia, alla subordinazione di essi al sovranazionale potere dei soviet, non più solo punto di riferimento amministrativo ma guida politico-ideologica nella evoluzione comune verso il socialismo. La ricerca, oltre a toccare uno dei temi centrali della storia russa, la composizione multietnica della sua popolazione, affronterà, in connessione, anche il carattere assunto nei due diversi momenti storici, lo zarismo e lo Stato sovietico, dall'Impero, inteso come espressione politica di governo, comune tuttavia ad entrambi.
Per la raccolta del materiale documentario e lo svolgimento della ricerca sono dunque da esaminare gli archivi nazionali degli Stati di tutta l'area – Istanbul, Tirana, Atene, Belgrado, Budapest, Bucarest, Sofia, Mosca, San Pietroburgo – oltre a quelli occidentali – italiani, francesi, inglese e americani – capaci di fornire la visione di riscontro per l'interpretazione delle linee di ricerca specifiche. <<<
Durata
24 mesiBase di partenza scientifica nazionale o internazionale
«I lampioni si stanno spegnendo su tutta Europa. Nel corso della nostra vita non li vedremo più accesi»: così si espresse l'allora ministro degli Esteri britannico Edward Grey la notte in cui il suo Paese entrò in guerra contro la Germania. In questa frase, piena di catastrofismo, era comunque contenuta l'idea che un mondo fosse ormai giunto a conclusione e che, alla fine del conflitto, esso non sarebbe più stato lo stesso. Il genere umano sopravvisse, ma il sistema ottocentesco crollò inesorabilmente, segnando così il passaggio ad un'epoca nuova, definita da una parte della storiografia "Secolo breve". D'altra parte, per oltre un secolo, i conflitti erano stati limitati sia dal punto di vista degli attori che vi presero parte, sia da quello della durata temporale, per cui è comprensibile come la società avvertisse il nuovo conflitto come un avvenimento destinato a mutare definitivamente la realtà in cui si trovavano a vivere. La fine della guerra ebbe realmente quegli effetti che molti si aspettavano; al di là delle conseguenze che l'esperienza bellica ebbe sulla società e sugli individui, a livello geo-politico il mondo che uscì dai Trattati di Pace di Versailles era completamente diverso da quello di cinque anni prima: due grandi imperi plurinazionali, quello ottomano e quello austro-ungarico, scomparvero dalle carte, sostituiti da una serie di nuovi stati nazionali; un altro, l'impero zarista, subì gli effetti della rivoluzione comunista, favorita proprio dall'andamento delle ostilità, e venne sostituito dallo stato bolscevico, che ne raccolse l'eredità pur se su basi ideologiche differenti. Anche il Reich tedesco subì gli effetti della sconfitta militare, e il suo posto venne preso dalla Repubblica di Weimar. Le altre potenze europee, seppure non uscirono dalla guerra ridimensionate da un punto di vista territoriale, pagarono l'esperienza bellica sul piano del loro reale potere politico in campo internazionale, cedendo il ruolo di potenze egemoni a favore di nuovi attori quali gli Stati Uniti e il Giappone.Con gli accordi di pace imposti dalle potenze vittoriose, conosciuti con l'improprio nome di Trattati di Versailles, queste cercarono di costituire un nuovo sistema internazionale che tenesse conto delle speranze e delle attese maturate nelle popolazioni fino ad allora sottomesse, direttamente o indirettamente, agli Imperi Centrali durante gli anni di guerra. I vincitori erano però mossi da una serie di preoccupazioni, in particolar modo quella di contenere il doppio pericolo di una ripresa dell'espansionismo tedesco e del diffondersi della rivoluzione bolscevica, per cui finirono per creare un nuovo sistema profondamente instabile. La carta geo-politica dell'Europa fu ridisegnata, dunque, tenendo conto di queste due priorità, e i vuoti lasciati dal crollo dei tre grandi imperi plurinazionali furono occupati da una serie di nuovi Paesi in cui si affermarono diversi movimenti nazionalistici, spesso in conflitto fra di loro, che godettero dell'appoggio delle potenze almeno fino a quando mantennero un orientamento anti-bolscevico. Il principio fondamentale seguito nella ridefinizione dell'assetto politico europeo fu quello della creazione di stati nazionali su basi etnico-linguistiche, seguendo in ciò il diritto dei popoli all'autodeterminazione. In realtà, questo tentativo si rivelò a breve disastroso, con strascichi che si sono protratti fino al giorno d'oggi, come dimostrano una serie di conflitti di natura nazionale che lacerano alcune aree europee (le guerre nell'ex-Jugoslavia, le secessioni della Slovacchia e la conseguente morte di uno dei figli di quei trattati, la Cecoslovacchia, e delle repubbliche baltiche dall'ex Unione Sovietica, i contrasti tra romeni e ungheresi in Transilvania) ed extra-europee (il riassetto dell'area mediorientale seguì, infatti, le tradizionali linee di suddivisione imperialistica tra Francia e Gran Bretagna, con l'importante eccezione della Palestina, incautamente ed ambiguamente promessa da parte britannica, nel corso della guerra, agli ebrei come focolare della loro futura patria, e portò, nel secondo dopoguerra, allo scoppio del conflitto arabo-israeliano e ad una serie di contrasti interni al mondo arabo). D'altra parte, ridisegnare la cartina dell'Europa e proteggere il mondo dal pericolo bolscevico erano due priorità che si sovrapponevano. Il modo più diretto per affrontare la Russia rivoluzionaria, nell'eventualità che questa fosse sopravvissuta – il che nel 1919 era tutt'altro che scontato – era di isolarla tramite la creazione di un "cordone sanitario" costituito da stati anticomunisti nell'area dell'Europa centro-orientale. L'ostilità di questi stati nei confronti dell'Unione Sovietica era assicurata dal fatto che i loro confini erano stati ritagliati sulla base di vaste porzioni di territorio precedentemente appartenute al defunto impero zarista. Su questa base, alcuni Paesi già esistenti al momento dello scoppio della guerra, come la Romania, videro allargati i loro confini, altri, come la Polonia e l'Ungheria, vennero ricostituiti dopo secoli di assenza dalle carte geo-politiche europee, altri ancora vennero creati ex novo senza tenere conto di alcuna logica o di precedenti storici, come nel caso della Cecoslovacchia e della Jugoslavia. Come risultato di questa politica, si assistette alla creazione di una serie di Stati che, sorti su territori appartenuti ad imperi multietnici come erano quello zarista e quello austro-ungarico, erano altrettanto multietnici e multinazionali quanto gli imperi che avevano sostituito.
Altro scopo che le potenze vincitrici si erano prefisse di conseguire con i trattati di pace era quello di evitare che potesse scoppiare nuovamente un conflitto dalle dimensioni e dagli effetti simili a quelli della guerra appena conclusa. Un tentativo venne fatto con la creazione di una Società delle Nazioni che, proposta e caldeggiata dal presidente americano Wilson, non venne ratificata dagli stessi Stati Uniti e divenne ben presto uno strumento privo di qualsiasi potere effettivo. Scopo della Società delle Nazioni era quello di dirimere le controversie internazionali con metodi pacifici e democratici, prima che queste sfuggissero al controllo della diplomazia, ma le riserve delle potenze europee nei confronti di questa assise soprannazionale, nonché l'assenza di una potenza di grandezza mondiale quali erano diventati gli Stati Uniti, resero di fatto inutile questo organismo che, seppure riuscì in un primo momento a dirimere alcune crisi minori, rivelò ben presto la sua inutilità (un esempio di ciò è dato dall'inconsistenza effettiva delle sanzioni applicate contro l'Italia a seguito della sua aggressione all'Etiopia nel 1935).
Non è, dunque, necessario addentrarsi eccessivamente nei dettagli della storia europea del periodo interbellico per capire che il Trattato di Versailles non poteva costituire il fondamento di una pace duratura. L'equilibrio internazionale appariva pregiudicato in partenza e perciò un'altra guerra era praticamente certa. Un ulteriore errore commesso dalle potenze vincitrici della I guerra mondiale fu quello di non reinserire le grandi potenze sconfitte – in particolare Germania e Unione Sovietica – all'interno della Comunità internazionale su una base paritaria. Su questa base, e tenendo presente anche le ripercussioni che la guerra ebbe sulla società civile e sulla vita politica – democratizzazione di quest'ultima, con la diffusione del suffragio universale maschile, ma anche brutalizzazione della stessa, con il prolungamento dei metodi appresi nel corso delle vicende belliche nella vita politica – appare evidente come lo scoppio di un nuovo conflitto generalizzato, quello che verrà chiamato "guerra totale", fosse quasi impossibile da evitare. Certamente si sarebbe potuto conseguire questo risultato, ma gli errori commessi nella predisposizione delle clausole dei trattati di pace e la perseveranza con cui questi furono ripetuti, trascinarono l'Europa e il mondo intero in un nuovo conflitto, che finì per coinvolgere le popolazioni civili ad un livello fino ad allora sconosciuto e che avrebbe nuovamente modificato gli equilibri internazionali ed assicurato mezzo secolo di stabilità (definita "equilibrio del terrore"), seppur pagata con il rischio di una conflagrazione che avrebbe significato la distruzione completa del pianeta.
La storiografia contemporanea si è occupata delle tematiche sopra citate in modo esauriente e approfondito, mancando però un'analisi degli effetti che la guerra e la pace di Versailles ebbero sugli equilibri interni ai paesi dell'Europa centro-orientale e balcanica, lo studio dei quali è di fondamentale importanza per comprendere l'estrema conflittualità e gli scontri di carattere etnico che esplosero negli anni tra le due guerre nella regione e che recentemente, dopo la fine della Guerra fredda si sono riproposti in tutta la loro violenza. <<<



