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PROGRAMMA DI RICERCA
italiano - english
Unità di Ricerca
Programmi di ricerca simili:
- 1 - Politica, mercato e costruzione sociale della legalità
- 2 - Trappole della povertà ed equilibri multipli: uno schema interpretativo per lo sviluppo del Mezzogiorno
- 3 - Innovazione sociale e strategie di governance per lo sviluppo sostenibile delle aree rurali
- 4 - La dimensione territoriale delle politiche sociali: attori, processi, impatto. La governance multilivello in una prospettiva comparata europea
- 5 - LE POLITICHE COMUNITARIE DI COESIONE ECONOMICA E SOCIALE. ASPETTI GIURIDICI DELL'EVOLUZIONE DEGLI OBIETTIVI, DELL'ARCHITETTURA ISTITUZIONALE, DEI PROFILI ATTUATIVI E DELLE MODALITA' DI FINANZIAMENTO, IN UNA LOGICA DI MULTI-LEVEL GOVERNANCE PER IL PERIODO 2007-2013.
- 6 - Sviluppo locale sostenibile e turismo
- 7 - Risorse, interessi, strategie: il ruolo dell'attore individuale nei processi di policy-making
- 8 - Governance e institution building circolo virtuoso delle politiche di sviluppo e di riduzione della povertà in Africa australe?
- 9 - La rappresentazione dello straniero e il suo effetto sulle relazioni inter-etniche: basi cognitive, dinamiche sociali, differenze culturali.
- 10 - Sviluppo sostenibile ed e-governance nella pianificazione urbanistica
Classificazione scientifico-disciplinare
- Area scientifico disciplinare: Scienze politiche e sociali
Classificazione geografica
- Regione: Sicilia
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Parole Chiave
SVILUPPO, CRIMINALITÀ ORGANIZZATA, CONOSCENZA E DECISIONI PUBBLICHE, INNOVAZIONE TECNOLOGICA, POLITICHE SOCIALI, INTEGRAZIONE SOCIALE, LAVORO, LEGALITÀ, NEW MEDIADimensioni dello sviluppo. Sicurezza, politiche sociali, innovazione.
Università degli Studi di PalermoAbstract
Tra i fattori che incidono maggiormente sul "ritardo" dello sviluppo del Mezzogiorno, vengono individuate "dimensioni" che investono ambiti di intervento prioritari nell'agenda politica che l’Unione Europea propone per le regioni Obiettivo 1: la sicurezza sociale,intesa come condizione necessaria per lo sviluppo socioeconomico;l'integrazione sociale costruita attraverso politiche di welfare che si avvalgono di nuovi strumenti della programmazione partecipata;l'innovazione scientifica e tecnologica come obiettivo di politiche orientate alla costruzione di sistemi istituzionali di trasferimento delle conoscenze dai contesti della ricerca a quelli della sua valorizzazione economica.Tali dimensioni, per quanto distinte,si prestano all'analisi attraverso un percorso di ricerca sorretto da un intento analitico che coniuga due prospettive di integrazione:quella che individua condizioni di efficacia per le decisioni pubbliche nell'integrazione tra politiche che intervengono su un medesimo territorio;quella che individua come condizioni di efficacia per ciascuna politica di intervento l’integrazione,nella base conoscitiva in relazione alla quale sono assunte le decisioni,di conoscenze e saperi tra loro eterogenei.Obiettivo del programma di ricerca è dunque quello di individuare dimensioni dello sviluppo su cui incidano: a)interventi volti a contrastare la presenza di forme di controllo illegale dell'economia; b)politiche sociali costruite secondo le nuove forme procedimentali della programmazione partecipata; c)politiche pubbliche finalizzate alla costruzione di forme istituzionali di trasferimento tecnologico dall’Università, sede principale della ricerca di base, al mondo economico.
Strumenti e metodi utilizzati: a)elaborazione della letteratura esistente e analisi comparativa tra contesti; b)formulazione delle ipotesi generali riguardanti le relazioni fra presenza/assenza di legalità diffusa,incidenza delle politiche sociali di integrazione e delle politiche di trasferimento tecnologico; c)predisposizione degli strumenti di ricerca adeguati per la successiva fase di rilevazione empirica riguardante i tre ambiti individuati dalle tre unità locali di ricerca (sicurezza, politiche sociali e innovazione); d)rilevazione empirica su imprese locali e su attori istituzionali impegnati nel contrasto e nella prevenzione dei fenomeni del crimine organizzato, dello scambio occulto e della “legalità debole”; e)progettazione e costruzione di una base dati integrata per l'analisi delle politiche sociali orientate all'integrazione sociale; f)progettazione e costruzione di una base dati integrata per l'analisi delle politiche pubbliche orientate alla istituzionalizzazione di processi di trasferimento tecnologico dalle università alle imprese; g)identificazione di dimensioni di sviluppo rilevanti costitutive di un quadro interpretativo di riferimento comune ai tre ambiti empirici analizzati.
Risultati attesi: 1.Risultati dell'indagine su "costi dell'illegalità" per le imprese e sulla relazione fra presenza di tali costi e ritardo nello sviluppo socioeconomico; 2.Sistema integrato di indicatori relativo alle procedure di costruzione di politiche sociali che offra informazioni su:i)le modalità di comunicazione, partecipazione e responsabilità assunte dagli attori coinvolti;ii)le condizioni di realizzazione localmente specificate dei servizi erogati; iii) gli elementi di sostenibilità espressi nel percorso attuativo; 3.Sistema integrato di indicatori relativo ai processi di institutional building di agenzie di trasferimento tecnologico, integrando le prospettive sinora fornite all’economia della conoscenza e offrendo informazioni su: i)i processi di comunicazione, partecipazione e assunzione di responsabilità implicati nelle attività di trasferimento tecnologico;ii)le condizioni di realizzazione localmente specificate dei servizi reali erogati riguardanti tale ambito; iii)gli elementi di sostenibilità del percorso attuativo. <<<
Coordinatore Scientifico del Programma di Ricerca
Antonio La Spina Università degli Studi di PALERMOObiettivo del Programma di Ricerca
L'obiettivo è suddiviso in macro e micro obiettivi. Il macro obiettivo analizzerà le forme dello sviluppo nel Mezzogiorno in relazione alle politiche sociali, all'innovazione tecnologica e alla sicurezza sociale. Si intendono analizzare le dinamiche dello sviluppo del Mezzogiorno, le contemporanee difficoltà di crescita e sviluppo - attraverso modelli interpretativi differenti rispetto a quelli "dualistici" o di sviluppo endogeno ad economia aperta, privilegiando invece la teoria della crescita non equilibrata e l'istituzione di agenzie di sviluppo; e le modalità delle procedure di selezione e di gestione delle politiche pubbliche e il trasferimento della conoscenza.È necessario sia "privilegiare" un controllo delle iniziative e delle politiche orientate allo sviluppo, che prevedere una possibilità di "gestione" realizzata anche attraverso il ricorso ad agenzie di sviluppo isolate dal circuito politico. Tali agenzie affrontano il tema dello sviluppo sia dal punto di vista dei fattori permissivi, sia di quelli ostativi, di tipo "legale" e di tipo illegale. Si intende analizzare come e quanto fattori permissivi e ostativi dello sviluppo incidano sulle possibilità di crescita, includendo tra questi fattori il ruolo dei processi decisionali delle politiche pubbliche e del capitale di conoscenza scientifica e tecnologica anche attraverso l'azione svolta da un'agenzia di natura affatto particolare quale può essere intesa l'università.
Micro obiettivi: si analizzerà insieme alle diverse unità di ricerca locali: a) la rilevanza assunta dai costi dell'illegalità per lo sviluppo; b) la rilevanza assunta da efficaci politiche sociali orientate all'integrazione delle fasce deboli della popolazione nello sviluppo socio economico; c) la rilevanza assunta dalla conoscenza scientifica e dall'innovazione tecnologica.
Il primo dei tre micro-obiettivi affronta il tema delle relazioni fra presenza della criminalità organizzata, illegalità diffusa e mancato sviluppo economico con particolare riferimento ai costi dell'illegalità, attraverso la messa a punto di una metodologia sufficientemente attendibile che permetta di valutare e, possibilmente, monitorare, quante risorse vengano bruciate dalla mafia e dalla corruzione. Anzitutto nostro interlocutore è il sistema politico-amministrativo italiano e quello di alcune regioni del Mezzogiorno. In secondo luogo ci si concentrerà sulle conseguenze economiche dell'illegalità. Il primo passaggio del progetto riguarda la descrizione e la classificazione qualitativa dei comportamenti illegali. L'obiettivo è quello di costruire condotte tipiche in relazione ai vari aspetti ritenuti rilevanti. Le notizie ottenute dai collaboratori di giustizia, le intercettazioni telefoniche e ambientali, l'esame di documentazione come registri e libri-paga costituiscono indubbiamente materiale preziosissimo e meno sospettabile di parzialità e reticenza, ovvero di esagerazione, o di genericità. Il secondo passaggio riguarderà l'indicazione specifica e la quantificazione monetaria degli effetti economici diretti e indiretti ricadenti su imprese ritenute tipiche. Il terzo passaggio riguarderà la ricognizione dei dati ufficiali disponibili relativi alle dimensioni e alla contendibilità dei vari mercati, nonché al numero e alle caratteristiche delle imprese ivi operanti. Si tratta di individuare i soggetti coinvolti nell'attività illegale, di suddividerli in gruppi omogenei e infine di quantificare le dimensioni di tali gruppi. La suddivisione in gruppi servirà ad effettuare stime separate dei costi per ciascun gruppo di soggetti.
Il quarto passaggio riguarderà la stima quantitativa dell'impatto economico della criminalità mafiosa e di altre forme di illegalità, per tipi di impresa e per settore produttivo.
Secondo micro-obiettivo: si esploreranno le condizioni che consentono una costruzione condivisa delle conoscenze relative all'area di fenomeni oggetto della decisione pubblica, la individuazione dei percorsi decisionali,nonché la possibilità di sviluppare strumenti specifici di riflessività e controllo sulle azioni che tali politiche attivano. Un'opportunità di specificazione concettuale ed empirica di questi temi è offerta dall'analisi delle modalità attuative di uno strumento programmatico che concorre a ri-definire,localmente, obiettivi e strumenti delle politiche sociali, un Accordo di Programma Quadro "Recupero della marginalità sociale e pari opportunità", firmato nel dicembre 2003 dal Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dal Ministero dell'Economia e delle Finanze e dalla Regione Siciliana, che vede l'unità di ricerca di Catania direttamente impegnata in quanto responsabile delle azioni di monitoraggio e valutazione dei cinque progetti finanziati nel comune di Catania. L'unità ha inoltre partecipato e contribuito alla formulazione dei cinque progetti. Il percorso progettuale ha permesso di specificare il piano informativo dei dati disponibili secondo una duplice prospettiva analitica: la prima riguarda la costruzione di un "metalivello" di analisi, comune ai progetti, la seconda a rendere osservabili le peculiarità di ciascun progetto. La scommessa euristica risiede nel carattere informativo che l'incrocio di queste due dimensioni riveste contestualmente.
Il percorso di ricerca cercherà di specificare in modo metodicamente controllabile strumenti per favorire processi di riflessività e di apprendimento organizzativo e istituzionale sulle attività intraprese dai vari soggetti coinvolti in merito alle modalità e conseguenze del proprio operare, in modo da poter meglio individuare eventuali condizioni di generalizzabilità e istituzionalizzazione delle pratiche osservate. Mediante la definizione e la costruzione di differenti basi informative sui processi attivati da queste politiche, la loro istituzionalizzazione, il consolidarsi dei partenariati, il modificarsi del ruolo dei saperi professionali coinvolti, si intende controllare un insieme di ipotesi interpretative volte a focalizzare la crescente diffusione di pratiche di progettazione partecipata e lo sviluppo in esse di strumenti di monitoraggio e di valutazione.
Terzo micro-obiettivo: nel 2006 il Ministero per l'Istruzione, l'Università e la Ricerca ha annunciato il co-finanziamento di dodici Industrial Liaison Offices, ossia uffici per il trasferimento delle conoscenze tecnologiche dalle università alle imprese. Uno degli obiettivi della ricerca è costituito dall'analisi del processo di formazione e di avvio delle attività di uno di questi ILO: si lavorerà alla costruzione di indicatori relativi ai campi istituzionali dai quali saranno informati i modelli organizzativi adottati; ai processi attraverso cui si produrrà una struttura regolativa comune agli Atenei che vi afferiscono; alle basi conoscitive, agli attori ed ai ruoli loro attribuiti, alle procedure attivate ed al loro grado di riflessività, alle competenze mobilitate entro il sistema, a quelle acquisite dall'esterno e al loro grado di coinvolgimento nel processo.
L'ILO analizzato è quello che ha come capofila l'Università di Palermo e poi l'Università di Napoli "Federico II", l'Università di Catania e l'università di Roma "Tor Vergata". Su tale ILO convergono le competenze legislative di tre Regioni: Campania, Sicilia e Lazio.
I concetti di "organizzazione di confine" (Guston, 2001) e di "organizzazione intermedia" (Miller, 2001) verranno elaborati sviluppando il modello della produzione di conoscenze entro arene transepistemiche di azione, in cui attori provenienti da ambiti epistemici eterogenei instaurano tra loro relazioni centrate su risorse simboliche, il cui valore è iterativamente negoziato entro le stesse relazioni. Complessivamente la ricerca, intende perseguire, anche in relazione ai mutamenti che fanno dell'Università un particolare agente di sviluppo, l'obiettivo della costruzione di strumenti per definire le basi conoscitive per un processo di valutazione riflessiva. <<<
Durata
24 mesiBase di partenza scientifica nazionale o internazionale
Le problematiche dello sviluppo occupano buona parte dell’agenda politica di diverse nazioni. Più recentemente sia i paesi in via di sviluppo sia i paesi industrializzati tendono a produrre politiche pubbliche per lo sviluppo finalizzate, più che alla crescita del PIL complessivo, al riequilibrio socioeconomico di aree territoriali arretrate. Se fino alla metà degli anni Settanta il consolidamento dell’economia dello sviluppo - e dunque, da una parte, di tutti i progetti politici di sviluppo, le realizzazioni di questi progetti e la valutazione dei risultati, nonché, dall’altra, le riflessioni teoriche in ambiti disciplinari diversi, dall’economia alla sociologia - determinava un orientamento culturale volto a considerare lo sviluppo come un processo lineare ed omogeneo che, dunque, anche nelle sue declinazioni più decentrate, poteva essere innescato attraverso una serie “meccanismi” considerati come condizioni necessarie e sufficienti alla sua realizzazione, e il cui indicatore principale veniva considerato per l'appunto la crescita del PIL, dalla metà degli anni Settanta in poi, a causa soprattutto della diversa congiuntura economica, delle crisi dell’economia mondiale (prima fra tutte quella petrolifera) e del modello di produzione legato alla grande impresa - il modello fordista - cambia la stessa tipologia di sviluppo e i suoi paradigmi. Non si parla più dunque di un modello e di un percorso di sviluppo ma di più modelli e più percorsi, differenziati in base alle diverse zonizzazioni effettuate, cioè alle delimitazioni attuate in base a diversi criteri di identificazione delle aree oggetto d’analisi.Nel caso di un'area geografica assai particolare come il Mezzogiorno italiano alcune "dimensioni" dello sviluppo - soprattutto in quanto mancato - sono state oggetto di particolare riflessione da parte della letteratura scientifica (La Spina, cit.; Trigilia, 2005; Rossi, 2006; Viesti, 2005). In particolare le dimensioni relative alla relazione tra arretratezza, presenza di forme di controllo illegale dell'economia, basso livello di integrazione sociale, mancanza di crescita economica, marginale ruolo dell'innovazione tecnologica.
La cultura dell’illegalità, molto diffusa nel Mezzogiorno italiano, rappresenta uno dei più rilevanti ostacoli allo sviluppo economico e sociale di quest'area. Gli studi che si sono occupati dell'argomento lo hanno affrontato per lo più dal punto di vista qualitativo, sia per le peculiarità sociali del fenomeno che per le difficoltà che si incontrano nel tentativo di stimarne in termini quantitativi le dimensioni (Centorrino, Svimez, ecc.). La gran parte delle stime quantitative, che pure esistono, lasciano a desiderare quanto a coerenza, controllabilità e attendibilità del percorso seguito per la loro formulazione.
Chi già fa impresa al Sud ha vita stentata, e, soprattutto, chi potrebbe fare impresa al Sud vi rinuncia, dirigendosi altrove. Per converso, come è stato a più riprese evidenziato tra gli altri dalla Banca mondiale, i migliori tassi di crescita e attrazione di investimenti si riscontrano in nazioni o aree in cui le istituzioni pubbliche vengono ritenute più credibili dalle comunità degli uomini d’affari. Con ciò si intende che esse vengono percepite come intenzionate a, e capaci di, mantenere ferme e condurre a compimento le politiche intraprese, nonché come dotate di comportamenti amministrativi e giudiziari prevedibili e competenti, livelli di criminalità accettabili, corruzione non elevata.
Quando si parla di illegalità nel contesto del Mezzogiorno si fa senz’altro riferimento alle violazioni di norme penali da parte di organizzazioni di stampo mafioso. Questa è certamente un’importantissima (certamente la più rilevante) forma di illegalità, ma, come si è detto, non è l’unica. In questa sede si parla anche di altre due forme di illegalità: lo scambio occulto (connesso ai reati di corruzione, concussione); e la “legalità debole”, vale a dire l’inefficacia e/o la distorsione di norme diverse da quelle di diritto penale rilevanti per l’attività economica. L’illegalità riconducibile ai vari tipi di organizzazione mafiosa consiste, per un verso, nella gestione del racket dell’estorsione su aree territoriali in genere concordemente delimitate, e al contempo nell’orientamento a intrattenere rapporti di collaborazione con esponenti della politica, delle professioni, dell’imprenditoria, in genere della società civile. Ciò sia per controllare appalti e servizi pubblici a vantaggio di mafiosi e collusi, sia in genere per godere di opportunità di protezione, impunità, patronage, guadagni. Le varie mafie, poi, operano su mercati illegali quali quelli della droga, delle armi, delle persone, del credito usurario, dello smaltimento dei rifiuti, dell’acqua; reinvestono i proventi delle attività criminose in settori quali industria del divertimento, ristorazione veloce, supermercati, autosaloni, intermediazione, forniture, immobili, moda e sport (come segnalato da SOS Impresa). L’illegalità riconducibile agli scambi occulti, invece, non presuppone necessariamente un’organizzazione, ma può anche fondarsi su rapporti diadici tra corruttore e corrotto o tra concessore e concusso. Possono, d’altro canto, aversi anche casi di veri e propri sistemi di corruzione (che vedono di norma, almeno nelle pubbliche amministrazioni, la cooperazione tra vertici politici, funzionari e contraenti con l’amministrazione). Se il corrotto accetta la richiesta del corruttore, o se il concusso aderisce alle pressioni del concessore, si ha un abuso del potere decisionale, tale da generare un’utilità indebita per almeno uno dei due, o per entrambi. Anche se lo scambio occulto dipende da scelte che fanno capo in ultima istanza agli individui, vi sono alcune condizioni strutturali che lo rendono più o meno probabile: ad esempio, l’ampiezza degli spazi di discrezionalità amministrativa, se non vi sono controlli di risultato; il numero dei passaggi amministrativi e dei soggetti coinvolti, e in genere la complessità, l’opacità e la lunghezza delle procedure; le ampie dimensioni del settore pubblico e in particolare della spesa, specie se canalizzabile verso impieghi distributivi.
Il terzo tipo di illegalità si ha infine quando risultano sistematicamente inefficaci norme diverse da quelle di diritto penale, che tuttavia devono essere prese in considerazione da parte dell’imprenditore. In prima battuta si potrebbe ritenere che il mondo dell’impresa guardi sempre con fastidio verso qualunque laccio o lacciolo, o se si preferisce verso qualunque onere regolatorio in materia ambientale, previdenziale, lavoristica, fiscale, urbanistica, e così via. Tuttavia, ciò non è sempre vero. Imprese che svolgessero la propria attività produttiva in un vuoto normativo potrebbero non trovare acquirenti per i loro prodotti (giacché questi non avrebbero garanzie circa la loro qualità, pericolosità, etc.), fornitori di attrezzature, energia e materie prime (i quali potrebbero temere di non veder onorati i loro crediti), proprietari di terreni o immobili (i quali non sarebbero disposti a ospitarli o a tollerarne la vicinanza), e talora neppure lavoratori. L’attività produttiva, tanto quanto quella commerciale, presuppone rapporti di fiducia, che a loro volta non possono basarsi soltanto su relazioni personali. Ecco perché nelle economie anche minimamente sviluppate saranno gli stessi operatori economici a pretendere la statuizione e il rispetto di quelle regole che sono necessarie allo svolgimento calcolabile della loro attività. Ed ecco perché, se vi sono alcuni imprenditori che violano impunemente certe norme (ad esempio in campo lavoristico, o ambientale), mentre altri non lo fanno, si crea una distorsione della concorrenza a vantaggio dei primi, il che non potrà certo far piacere ai secondi. L’illegalità consistente nella violazione di norme rilevanti per l’economia, ma diverse da quelle penali, dipende ovviamente dall’inclinazione dei singoli violatori, che a loro volta è favorita o ostacolata da certi atteggiamenti culturali diffusi nelle varie comunità sociali.
Se la criminalità organizzata costituisce uno dei maggiori elementi "ostativi" dello sviluppo del Mezzogiorno, va dunque analizzata come dimensione a parte rispetto alle dinamiche dello sviluppo - o del mancato sviluppo. Accanto a queste vanno però analizzati, come preannunciato, i fattori "permissivi", ossia le attività di policy making orientate alla crescita di competitività delle imprese locali - e in tal senso diventa importante analizzare il rapporto fra sviluppo e innovazione - prima fra tutte quella tecnologica - e all'integrazione attraverso politiche sociali.
In questo senso assumono particolare rilievo le modalità di determinazione e gestione delle politiche pubbliche, e tra esse delle politiche sociali, sempre più affidate alle capacità dei destinatari e degli attori locali di definire i problemi, di mobilitare risorse, di tracciare percorsi di sviluppo e di partecipare attivamente e responsabilmente ai processi decisionali localmente avviati. I contesti locali si inseriscono nei processi complessivi collegati alle politiche di sviluppo. Il contesto meridionale paradossalmente “sfrutta” una regolazione statuale e sopranazionale che appare affidarsi sempre di più a una capacità ed una possibilità progettuale dei privati e delle amministrazioni che finisce per essere presupposta e quasi mai sperimentata a fronte tanto della inadeguatezza degli strumenti giuridico amministrativistici di configurazione della decisione pubblica, quanto dei limiti della riflessione e delle conoscenze tecnico-scientifiche sui fenomeni sui quali si intende intervenire.
Il progressivo diffondersi e maturare delle esperienze di programmazione dello sviluppo locale ha messo in evidenza, parallelamente, la impraticabilità di una programmazione economico territoriale che non sapesse tematizzare le dimensioni di integrazione sociale e, con esse, le condizioni di vita e di benessere delle popolazioni interessate.
Politiche di sviluppo e politiche sociali intese come aree di intervento e di progettazione sempre meno settorializzabili, sempre meno riconducibili agli orizzonti temporali della politica e sempre meno affrontabili con l'uso tradizionale degli strumenti giuridici del governo locale (Wilhelmsson, Hurri 1999, O'Faircheallaigh, 2002, Bifulco, 2005,). Ciò appare in stridente contrasto con la percezione della modalità di “regolazione” tipica dei contesti meridionali, e siciliano in particolare, la cui presenza e centralità è stata ancora oggi testimoniata da alcuni recenti contributi scientifici.
In senso più generale appare tuttavia avviato un processo, la cui rapidità appare dipendente dai contesti politico-amministrativo-sociali locali, di profonda ridefinizione negli usi delle conoscenze disponibili da parte degli attori di queste politiche a cui, tuttavia, è forse possibile imputare alcuni limiti dei processi di programmazione e progettazione. Se una corretta progettazione e attuazione delle politiche pubbliche necessita di conoscenze e informazioni sempre maggiori, sia in termini quantitativi che qualitativi, si assiste spesso ad un loro utilizzo rituale, quando non anche ad un loro più o meno “argomentato” rifiuto da parte dei responsabili politici.
In questo quadro appaiono di assoluto interesse analisi volte alla disanima dei problemi legati al rapporto tra nuovi caratteri emergenti dell'azione pubblica e prassi tradizionali, il ruolo della mediazione compiuta dalla cultura giuridica e politica rispetto agli interessi sociali i profondi processi di reistituzionalizzazione delle professioni e le incertezze politiche e culturali che ancora si registrano sulla proceduralizzazione delle decisioni pubbliche (Teubner, 20005, Ladeur, 1999).
Posizione centrale nelle riflessioni sui processi di sviluppo assumono, in un tale contesto, la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica. Il ruolo costitutivo attribuito alla scienza nell’evoluzione della società si esplica nelle più generali attese che ad essa sono rivolte, con diversa prevalenza nei diversi contesti politico-culturali, sia nei termini di regulatory science, prevalente nel contesto americano, che di policy-oriented research, prevalente nel contesto europeo (Tallacchini, 2001). Le dimensioni dello sviluppo non possono essere così limitate esclusivamente a quelle economiche. La conoscenza scientifica implica nuove esigenze di legittimazione sociale per sé e i suoi “prodotti”, nonché nei confronti di altri saperi (su tutti quello giuridico) e di altri sottosistemi sociali (su tutti quello giuridico e politico).
È diventata consapevolezza comune, peraltro, che molte discipline scientifiche (anche se non tutte: Stokes, 1997) sono orientate a obiettivi latamente pragmatici, dal punto di vista umano o sociale, rendendo spesso prevedibili sia gli ambiti di applicazione dei risultati attesi dalla ricerca fondamentale che la loro brevettabilità (Nelson, 2004). A tale idea conferiscono credibilità scientifica i modelli teorici della “tripla elica” (Etzkovitz, 1983, 1988) e della contrapposizione tra Modello 1 e Modello 2 di scienza (Gibbons et al., 1994) o, ancora, la prospettiva dei “sistemi d’innovazione” (Lundvall, 1992., Nelson, 1993, Borras, 2004). L’emergere di nuove forme di produzione della conoscenza si inserisce in un processo più generale di evoluzione delle istituzioni sociali e delle loro relazioni reciproche, che incide sull’interpretazione delle categorie e delle istituzioni della modernità: lo stato e il mercato, la sfera pubblica e quella privata, le arti e le scienze. È in questo complessivo insieme di mutamenti che si inserisce, soprattutto in Europa, l’incorporazione dello sviluppo economico e sociale tra gli obiettivi dell’università e la riproposizione del modello americano dell’università imprenditoriale (Ezkovitz, 1983, Feldman, 2003). La valorizzazione della conoscenza viene indicata come una nuova missione, che si aggiunge alla ricerca e all’insegnamento, collegando in maniera più stretta le università agli utilizzatori della conoscenza. Mentre si moltiplicano i livelli di regolazione e governo dello sviluppo economico e si suddividono le competenze tra ambito europeo, statale, regionale e locale, s’incoraggiano nell’ambito della politica economica processi di apprendimento e d’innovazione che sollecitano da parte delle regioni il ruolo di agenti del proprio sviluppo (Humphrey, Pike and Pinkney, 2004; Salvador, Harding, 2005). In questo come in altri ambiti d’intervento pubblico, peraltro, la regolazione statale e comunitaria rinvia sempre più all’autonoma capacità delle amministrazioni (in questo caso sia regionali che universitarie) di progettare e valutare riflessivamente nuove pratiche e nuovi processi decisionali (La Spina, Majone, 2000; Donolo, 2003; Raiteri, 2004). Partendo dal concetto di “lavoro sui confini” proposto da Gyerin (1983, 1999) per definire, in relazione a materie controverse, la distinzione tra scienza e politica come risultato contingente e iterativo di specifiche attività, Guston (1999) introduce, nell’ambito dei Social Studies of Science, il concetto di “organizzazioni di confine”. Egli richiama l’attenzione su quelle forme organizzative che mediano le relazioni tra lo Stato (con le sue politiche) e le istituzioni di ricerca pubbliche descritte da S. Turner come relazioni di patronage e formalizzate nei modelli degli economisti come relazioni tra principale e agente. Secondo la descrizione datane da Guston, queste organizzazioni “internalizzano il carattere contingente del confine tra politica e scienza”. La negoziazione di tale confine diventa l’oggetto del loro lavoro quotidiano ed il successo di tali organizzazioni nel soddisfare sia il principale che l’agente è la misura della stabilità delle identità degli ambiti separati da quel confine, che nella pratica delle stesse organizzazioni continua iterativamente ad essere negoziato. <<<



