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PROGRAMMA DI RICERCA
italiano - english
Unità di Ricerca
Programmi di ricerca simili:
- 1 - Disuguaglianza e coesione sociale
- 2 - Diseguaglianza, poverta' ed esclusione sociale: analisi e coerenza delle fonti informative, nuove misure e modelli interpretativi
- 3 - La rappresentazione dello straniero e il suo effetto sulle relazioni inter-etniche: basi cognitive, dinamiche sociali, differenze culturali.
- 4 - Terzo Settore, mondi vitali e capitale sociale in Italia
- 5 - Agire di mercato e culture della responsabilità. Nuovi orientamenti dei consumatori e delle imprese.
- 6 - Risorse Educative, Discontinuità e Riorganizzazione del Capitale Umano
- 7 - Costruzione e ricostruzione dello spazio-tempo nelle pratiche del quotidiano
- 8 - Adolescenti figli di migranti in Italia: valori, identificazioni, consumi, progetti futuri. Ipotesi teoriche a confronto sul percorso di integrazione/esclusione delle "nuove seconde generazioni"
- 9 - La distanza sociale in alcune aree urbane in Italia
- 10 - Elites e ceti subalterni nel Meridione tardoantico: stratificazioni e dinamiche sociali, condizioni materiali e assetti produttivi, spazi urbani e rurali in Apulia e Lucania (ricerche integrate di storia, archeologia e scienze applicate)
Classificazione scientifico-disciplinare
- Area scientifico disciplinare: Scienze politiche e sociali
Classificazione geografica
- Regione: Lombardia
Bibliografia
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Parole Chiave
CONSUMI, POVERTA', IDENTITA', CULTURA MATERIALE, RICONOSCIMENTO, INCLUSIONE/ESCLUSIONE, SCAMBIO, DONO, RECIPROCITA'Negoziare le necessità: scelte di consumo e scelte di risparmio
Università Cattolica del Sacro CuoreAbstract
La ricerca si propone di studiare i percorsi di scelta nella costruzione dei panieri e delle pratiche di consumo di alcune fasce deboli di popolazione. L'aspetto innovativo dell'indagine consiste principalmente nel tentativo di andare al di là di uno stereotipo economicista diffuso secondo cui le persone che vivono in condizioni economicamente, culturalmente e socialmente marginali sarebbero escluse dal più tipico dei processi di consumo contemporanei, vale a dire la possibilità di scegliere beni e pratiche nella loro vita quotidiana, in un campo molto ampio di opportunità offerte principalmente dal mercato, ma non solo; rinuncerebbero dunque a partecipare al generale processo di negoziazione e costruzione della propria identità sociale, che costituisce una delle modalità più diffuse per esprimere l'inclusione e l'appartenenza sociale.La ricerca si fonda invece sull'ipotesi che tutte le persone, indipendentemente dalla loro condizione economica e sociale, seguano strategie e percorsi di procacciamento delle risorse utili alla riproduzione materiale e simbolica della propria esistenza, negoziando costantemente bisogni, necessità, interessi personali, gratuità, solidarietà. L'obiettivo della ricerca è dunque quello di ricostruire come - pur in presenza di forti vincoli materiali, sociali e culturali - le persone elaborino strategie per soddisfare bisogni e desideri che prevedono scambi all'interno del mercato formale, così come nell'ambito di relazioni comunitarie e informali, sulla base volta a volta di logiche di reciprocità, dono e interesse. Verranno individuati i luoghi in cui le persone in stato di bisogno e necessità si incontrano con le risposte che la collettività nelle sue varie organizzazioni pubbliche, privato-sociali, spontanee si sforza di fornire (le mense per i poveri, i luoghi di distribuzione di medicinali, cibo, vestiti, alimenti per l’infanzia, ecc., associazioni laiche e/o religiose che offrono assistenza e beni di consumo, servizi sociali, scuole ecc.). A partire da questo incontro la ricerca intende portare però allo scoperto soprattutto il contenuto immateriale delle risposte, che consiste nel valore simbolico di una serie di beni e servizi, pensabili come corredo per le identità (abbigliamento, cibo, mobili, oggetti personali, informazioni, intrattenimento, cure mediche, contenuti dell’immaginario come quelli forniti dalla televisione, ecc.), ma anche nel potere (sempre ambivalente) di riconoscimento personale e sociale fornito dalle diverse forme di risposta ai bisogni, risposte elaborate anche in contesti molto diversificati, come i circuiti informali di scambio e di solidarietà reciproca tra pari, le forme di solidarietà organizzata secondo i modelli della carità, i circuiti di commercio dell’usato, forme di commercio popolare orientato ai consumi di massa o al radicamento territoriale come i mercati rionali. La ricerca verrà effettuata attraverso prolungate osservazioni all’interno dei luoghi individuati, in cui si terranno colloqui motivazionali con alcuni operatori come testimoni privilegiati e alcuni colloqui semistrutturati con chi tra loro possa fare da mediatore per selezionare un congruo numero di utenti disponibili a essere inclusi nella rilevazione delle pratiche di consumo, che sarà condotta con tecniche di indagine non standard (racconti di vita, shadowing, interviste con stimoli visuali, simulazioni di spesa, interviste e osservazioni nelle case ecc.). Visto il carattere innovativo delle ipotesi da sottoporre a esame, la rete ha progettato di procedere in modo esplorativo e di effettuare le analisi a Milano, Bologna, Trento e Sassari. Verrà effettuata inoltre un’analisi secondaria di dati quantitativi relativi ai consumi presenti in alcune indagini di rilevanza nazionale quali, fra le altre, Istat Multiscopo, Banca d’Italia, Eusilc, Ismu, ecc. <<<
Coordinatore Scientifico del Programma di Ricerca
Laura Bovone Università Cattolica del Sacro CuoreObiettivo del Programma di Ricerca
La ricerca si propone di ottenere risultati innovativi nello studio dei percorsi di scelta e delle pratiche di consumo di alcune fasce deboli di popolazione. In particolare si propone di andare al di là di uno stereotipo economicista diffuso secondo cui le persone che vivono in condizioni economicamente, culturalmente e socialmente marginali seguirebbero quasi esclusivamente la logica del bisogno e sarebbero escluse dal più tipico dei processi di consumo contemporanei, vale a dire la possibilità di scegliere beni e pratiche di vita quotidiana, in un campo molto ampio di opportunità offerte principalmente dal mercato ma non solo; rinuncerebbero così a partecipare al generale processo di negoziazione e costruzione della propria identità sociale, che costituisce una delle modalità oggi più diffuse per esprimere l'inclusione e l'appartenenza sociale.La ricerca si fonda invece sull'ipotesi che tutte le persone, indipendentemente dalla loro condizione economica e sociale, seguano strategie e percorsi di procacciamento delle risorse utili alla riproduzione materiale e simbolica della propria esistenza, negoziando costantemente bisogni, necessità, interessi personali, gratuità, solidarietà. L'obiettivo della ricerca è dunque quello di comprendere se le persone siano in grado, attraverso le loro pratiche di consumo e pur in presenza di forti vincoli materiali, sociali e culturali, di perseguire l'inclusione e il riconoscimento sociale e negozino la propria identità sociale.
Più nello specifico, il programma di ricerca si propone i seguenti obiettivi:
1. Confronto dell'impianto interpretativo ed esplicativo fornito dalle teorie culturali sui consumi con le teorie più consolidate nell'ambito della sociologia generale e dell'economia su questi temi, al fine di mettere a punto un modello analitico che consenta di superare il perdurante dualismo mercato/forme di reciprocità nell'analisi delle interazioni di scambio, cosi`come quello tra strumentalita`/espressività.
2. Identificazione dell'effettivo ruolo che le pratiche di consumo svolgono nei processi di inclusione ed esclusione sociale delle fasce deboli della popolazione. Attraverso la ricostruzione delle fasi di sviluppo delle reti relazionali si cerchera`di capire se quelle raggiunte sono forme di inclusione non solo apparente ma capaci anche di stimolare senso di appartenenza e impegni di cittadinanza.
3. Identificazione del peso relativo che hanno le diverse forme di risposta al bisogno (trovate individualmente, ottenute come erogazione di servizi, negoziate tra pari, ricevute dai vari sistemi della solidarietà) nel favorire il processo di fuoriscita dalla povertà e la costruzione del valore di sé come individuo e come membro della società.
4. Individuazione di nuovi possibili metodi di rilevazione delle condizioni di bisogno e necessità, sensibili anche alle dimensioni del desiderio e della scelta e suscettibili di operazionalizzazione empirica.
Si tratta di obiettivi che, qualora raggiunti, fornirebbero un contributo innovativo di conoscenze utili sotto almeno due profili. Da un lato consentirebbero alle teorie culturali e a quelle generaliste di trovare uno spazio costruttivo di dialogo e di integrazione, per una più accurata e meno riduzionistica comprensione della realtà sociale contemporanea. Dall'altro fornirebbero nuovi criteri di orientamento utili nel lavoro di progettazione delle politiche volte a favorire i processi di inclusione sociale e la riduzione delle povertà vecchie e nuove. <<<
Durata
24 mesiBase di partenza scientifica nazionale o internazionale
La ricerca si propone di studiare i percorsi di scelta nella costruzione dei panieri e delle pratiche dei consumi di alcune fasce deboli della popolazione, a partire dai luoghi comunemente frequentati dalle persone in stato di povertà per il procacciamento dei beni e dei servizi (servizi sociali e di accoglienza pubblici e di privato sociale, ospedali ecc.). L'aspetto innovativo dell'indagine consiste principalmente nel tentativo di andare al di là di uno stereotipo economicista diffuso, secondo cui le persone che vivono in condizioni economicamente e socialmente marginali, disponendo di un budget limitato dal punto di vista economico, ma spesso anche relazionale, culturale e di tempo, seguirebbero principalmente la logica del bisogno e della sua soddisfazione e sarebbero escluse dal più tipico dei processi di consumo contemporanei, vale a dire la possibilità di scegliere beni e pratiche nella loro vita quotidiana, in un campo molto ampio di opportunità offerte principalmente dal mercato, ma non solo. In questo modo non parteciperebbero al generale processo di negoziazione e costruzione della propria identità sociale, che costituisce una delle modalità più diffuse di inclusione e appartenenza sociale.Si tratta di un approccio riduzionista incapace di cogliere la complessità del comportamento umano e la molteplicità delle forme di scambio, che come noto non è riducibile alla pura relazione di mercato, ma contempla anche gli orizzonti complessi del dono e della reciprocità (Caillé 1991; Cella 1997). La nostra ricerca si fonda invece sull'ipotesi che tutte le persone, indipendentemente dalla loro condizione economica e sociale, seguano percorsi di procacciamento delle risorse utili alla riproduzione materiale e simbolica della propria esistenza, negoziando costantemente bisogni, gratuità, solidarietà, interessi personali, impiegando strategie che prevedono scambi all'interno del mercato formale, così come nell'ambito di relazioni comunitarie e informali. Ciò significa aprire uno spazio di analisi scarsamente frequentato sia dagli studi sui consumi, sia da quelli sulla povertà.
Sociologi, antropologi, e psicologi sociali hanno sempre studiato i consumi mettendone in luce la funzione di indicatore di status e quindi svelandone l'intreccio con quei problemi di inclusione e integrazione sociale che nel corso del XX secolo sono poi stati più direttamente analizzati in relazione agli andamenti del mercato del lavoro, delle politiche redistributive del reddito e di quelle di welfare (Keynes 1978, Dusenberry 1969, Veblen 1949, Simmel 1989).
A partire dagli anni '80, sono stati gli studi sulla determinazione della povertà relativa (Sarpellon 1982), sulla qualità della vita (Lanzetti 1990) e sulle nuove forme di cittadinanza (Donati 1993; Kimlicka 1999) a riconoscere e tematizzare in forma innovativa tali questioni. Anche nell'ambito degli studi sulle disuguaglianze sociali si è così aperto uno spazio per l'analisi del ruolo che giocano le variabili culturali nel processo di stratificazione (Rovati 1991; Sen 1999; Crompton 1996). Su un altro versante, l'importanza e la necessità di studiare i consumi in riferimento alla povertà viene sottolineata anche da quegli autori che interpretano la postmodernità come esito di una transizione da una "società dei produttori" a una "società dei consumatori" (Bauman 2004). A un mondo guidato dall'etica del lavoro, che fin dall'inizio dell'epoca moderna si prefiggeva di estirpare la miseria, garantire la pace sociale e inserire i poveri nella vita produttiva, si giunge a un contesto basato sull'estetica del consumo in cui i poveri, da "esercito industriale di riserva" diventano dei sottoconsumatori.
Le teorie sui consumi elaborate nel contesto di un approccio culturalista possono dare un importante contributo alla comprensione di queste dinamiche contemporanee soprattutto in due direzioni: a) i consumi come linguaggio e codice espressivo utile a riprodurre/costruire lo schema strutturale delle appartenenze sociali e delle disuguaglianze; b) i consumi come pratiche comunicative produttive di significato che hanno luogo nell'orizzonte della vita quotidiana dei soggetti. Baudrillard (1976) interpreta il consumo come linguaggio, "struttura di scambio" tramite cui gli individui si inseriscono nel sistema di relazioni di classi e strati socialmente riconosciuti partecipando così dell'ordine sociale dato. Bourdieu (1983) intraprende questa strada introducendo, però, un importante elemento di differenziazione: attraverso un sistema complesso di ricerca empirica svolta a cavallo fra gli anni '60 e '70, infatti, egli mette a fuoco le dimensioni sociali del gusto, che si trasforma da variabile socio-psicologica utile per la comprensione delle scelte individuali a una delle componenti attraverso cui è possibile risalire alla struttura di classe. L'approccio di Bourdieu introduce un'interessante innovazione, riconoscendo l'arduo lavoro di negoziazione svolto dagli individui nel maneggiare i beni-segni del linguaggio del consumo. Il contributo di Bourdieu apre così la strada anche a quegli approcci che tendono a stratificare a priori i segmenti di consumatori non più solo in base a variabili strutturali, come reddito e istruzione (classe sociale), ma anche e soprattutto in base a pattern di variabili socio-culturali, che vengono definite stili di vita (Fabris - Mortara 1986; Codeluppi 1992; Calvi 1977 e 1993; Fabris 2003). Queste analisi, però, non sviluppano fino in fondo tutte le potenzialità comunicative del consumo che, secondo altri autori, può consentire non soltanto di articolare un discorso definito a priori, ma anche di costruire nuove relazioni sociali in vista di un ordine non ancora disponibile. Proprio in questa direzione va il contributo di Douglas e Isherwood (1984), secondo i quali i beni di consumo costituiscono il sistema dei significati simbolici e culturali che consentono l'esistenza della società. Infatti è solo attraverso l'uso, lo scambio, la produzione, l'accumulazione, la distribuzione degli oggetti in un contesto intersoggettivo che avviene la produzione, la fissazione, la condivisione e la convalida dei significati e l'istituzione delle regole che fanno di una società ciò che essa è e che vengono definite le soglie della partecipazione sociale, dell'essere parte di un gruppo, di un mondo. Le pratiche di consumo servono a indicare la condivisione di un sistema di significati e il controllo su essi.
Questo tipo di approccio al problema del consumo può rappresentare un'utile chiave interpretativa per spiegare i consumi delle fasce marginali della società, in particolare in una fase storica come quella attuale in cui con l'avvento della "società del rischio" (Beck 2000), l'attenzione sul "ritorno delle povertà" ha messo in luce l'aumento delle diseguaglianze sociali in tutto il mondo occidentale (Fitoussi e Rosanvallon, 1996), con la conseguente crescita della frammentazione sociale (Crompton 1996) e l'emersione di una popolazione, sempre più numerosa, di esclusi dai principali canali di integrazione sociale (Castel 1995) che ha determinato nuove forme di povertà e fragilità sociale.
Nella letteratura sociologica si è imposto un approccio dinamico e multidimensionale alla povertà, sempre più spesso richiamato nei rapporti nazionali e internazionali. L'idea prevalente è che la povertà sia un problema che va oltre l'esperienza individuale, per diventare una questione di rilevanza sociale: come tale, può essere compresa soltanto se studiata nel contesto più ampio delle dinamiche culturali e delle relazioni sociali esistenti (Sarpellon 1990). Alla povertà reddituale si affiancano così altre dimensioni, relative alla salute, all'istruzione, alla malnutrizione, alle relazioni sociali, dove il numero e la natura degli indicatori sono largamente influenzati e, talvolta, del tutto determinati dalla disponibilità di dati statistici (Rector, Johnson e Youssef, 1999). Nonostante questi limiti, l'immagine multidimensionale della povertà ha trovato una compiuta formulazione a livello teorico nel caso paradigmatico del capability approach di Amartya Sen (Sen 1999), e si è tradotta anche in tentativi completi e coerenti di misurazione della povertà attraverso indicatori appropriati (Atkinson et al. 2002; Atkinson 2003).
Questa articolazione della multidimensionalità del fenomeno ha trovato in Italia un terreno di sviluppo particolarmente fertile, come dimostrano le analisi che guardano alle diseguaglianze sociali come a un intreccio tra una pluralità di fattori non gerarchizzabili (Paci, 1996; Ranci, 2002), o i tentativi di definizione della povertà non circoscritti all'analisi della posizione occupazionale del soggetto, ma che allargano lo sguardo ad altri aspetti rilevanti ai fini dell'effettiva inclusione sociale: l'accesso ai servizi di primaria necessità o l'accesso alle fonti di informazione e di partecipazione (Negri e Saraceno, 1996). Lo stesso concetto di esclusione sociale viene introdotto per indicare le molteplici fonti del disagio, non solo economiche ma anche e soprattutto sociali e relazionali (Mingione, 1999; Negri e Saraceno, 2000). Su quest'ultimo fronte, le evidenze più chiare giungono dalle analisi sui complessi ambiti della multietnicità (Cesareo 2000), dove il volto della povertà non è necessariamente (o principalmente) di tipo economico, ma legato a quella "fatica di integrarsi" (Ambrosini, 2001) che rappresenta la fonte principale di diseguaglianza e di esclusione sociale e che è visibile negli stili di vita quotidiana, attraverso gli atti apparentemente più banali, quali sono appunto le scelte di consumo, di risparmio, di investimento, ecc (Leonini et alii 2005). Ma lo stesso può dirsi per altre categorie di popolazione, che ricadono nelle forme classiche di povertà (anziani a basso reddito, in condizione di solitudine e/o di malattia; disoccupati di lungo periodo; tossico-ealcool-dipendenti ecc.) così come negli spazi di quelle "nuove povertà", non necessariamente economiche, che abitano le nostre città e che hanno a che vedere con l'intermittenza lavorativa (lavoratori atipici), con le crisi famigliari (persone separate o divorziate), con l'impossibilità a sostenere debiti contratti, con le nuove forme di disagio psichico (Rovati 2003; Saraceno 2003).
In quest'ottica sarebbe di particolare rilevanza il confronto e l'integrazione tra posizioni teoriche che legano all'ampliamento delle "possibilità di scegliere" sia l'idea di uguaglianza che l'idea di giustizia (Sen 1986, 1999) e le analisi culturaliste che studiano i percorsi di sperimentazione e costruzione delle identità sociali alla luce dell'incremento delle possibilità di scelta. Tale integrazione consentirebbe di esplorare in modo non stereotipato sia i percorsi (discendenti e ascendenti) all'interno della povertà (assoluta e relativa) sia le strategie adattive-innovative messe in atto da chi deve gestire la scarsità (di reddito, di relazioni sociali, di competenze culturali) e tenta di fuoriuscire dal rischio di una persistente marginalità. Un caso emblematico è rappresentato dal fronteggiamento della povertà da parte dei nuovi immigrati, per i quali è concreto il rischio di rimanere (più o meno a lungo) ai margini della struttura sociale, ma è altrettanto frequente la possibilità di emanciparsi dalle fragili condizioni di partenza, in funzione delle loro elevate capacità di adattamento, sacrificio, risparmio. La possibile compresenza di forme di povertà con forme di risparmio esprime un interessante e inedito paradosso culturale e sociale, tipico sembra delle nuove forme di povertà e gravido di conseguenze per gli stili di vita quotidiani, oggetto specifico di questa ricerca. Su questo paradosso intende far leva il nostro progetto per aggiungere un tassello tanto all'analisi dei comportamenti di consumo, quanto all'analisi degli "stili di povertà" che si elaborano nell'intersezione tra "stati di necessità", "legami sociali", "spinte motivazionali". Così come risulta interessante, specularmente, provare ad approfondire la diffusione delle sempre più popolari forme di indebitamento proposte dal mercato, cercando di comprendere in particolare per quali generi di consumi vengano utilizzate tali pratiche da persone in condizioni di disagio economico, sociale, psicologico e relazionale.
Per comprendere dunque i fenomeni di povertà che tornano a essere rilevanti anche nelle società avanzate, occorre indagare lo spessore culturale delle pratiche della vita quotidiana. L'analisi sociologica su questo versante (De Certeau 2001; Bovone 1986, Jedlowski 1986) ha sottolineato come le persone intrattengono con gli oggetti relazioni niente affatto stabili e scontate per quanto attiene ai significati di cui essi sono investiti. Gli oggetti, infatti, vengono desiderati, scambiati, acquistati, abbandonati ecc. nell'ambito di situazioni ed esperienze della vita quotidiana, nel corso delle quali essi acquisiscono significati e valori che ne alterano lo statuto di merce (vale a dire di beni di scambio per un equivalente monetario) e li rendono piuttosto degli oggetti sociali con i quali le persone interagiscono (Douglas M. e Isherwood 1984; Appadurai 2005). In quest'ottica possiamo dunque dire che i significati di cui i beni di consumo sono investiti si costruiscono nell'ambito di interazioni e negoziazioni tra gli attori sociali. Si diffondono così forme di "consumo creativo" (Bovone 2000: 23; Di Nallo 1997; Lull 1990; De Certeau 2001; Fiske 1995; Sassatelli 2004), che si ritiene riguardino anche gruppi sociali che condividono tenori e stili di vita di povertà assoluta e/o povertà relativa. Nel caso degli immigrati, per esempio, le possibilità di emanciparsi dalle condizioni di incertezza e fragilità sono strettamente legate alla capacità/competenza nell'uso, fruizione e consumo di una articolata offerta di prodotti mediali (Gadotti 2001a; 2001b; 2005). In questa prospettiva, inoltre, diviene possibile indagare anche altri aspetti strettamente congiunti al tema del consumo e della povertà quali la gratuità, il dono, lo scambio di servizi e di oggetti come strategie emergenti per stare dentro al mercato utilizzando però forme di scambio alternative, ovviando così a quella condizione di "consumo difettoso o mancante" che sempre più spesso viene percepita come una condanna sociale. La riflessione sociologico-economica degli ultimi due decenni ha sotto questo aspetto aperto scenari molto produttivi, nello sforzo di giungere a paradigmi esplicativi della realtà sociale alternativi agli approcci che a vario titolo si rifanno a modellistiche di tipo utilitarista: si pensi alla riscoperta della tematica maussiana della triplice logica del dono "dare - ricevere - restituire" (Mauss 1965), che ha dato origine a una ricca scuola antropologica ma anche a un tentativo assai fecondo di costruzione di un "paradigma anti-utilitarista" (Caillé 1991) che vede nel dono il principio regolatore della socialità primaria.
Il recupero in chiave polanyana del concetto di reciprocità (Polanyi 1974; Cella 1997), le analisi di "antropologia del quotidiano" sulle forme di dono tipicamente moderne analizzabili nelle società contemporanee (Godbout 1991) e sulle pluralità di significati da attribuirsi alle fome di dono (Donati 2000), gli studi sul vicinato (Mutti 1992), le analisi sull'altruismo (Manghi 1995) e la letteratura sulla rinascita della comunità (Etzioni 1995; Bagnasco 1999) forniscono evidenze teoriche ed empiriche sulle molteplici possibilità di integrazione dell'economico in forme tipicamente sociali. Ciò che resta da comprendere nelle pratiche di consumo è la natura delle relazioni tra dono e scambio, così come rimane da analizzare compiutamente la distinzione tra interesse e utilità. (Bourdieu 1992). <<<



