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PROGRAMMA DI RICERCA
italiano - english
Unità di Ricerca
- Università degli Studi di BOLOGNA
DISCIPLINE STORICHE
- Università degli Studi di PADOVA
FILOSOFIA
- Università degli Studi di SALERNO
TEORIA E STORIA DEL DIRITTO E DELLA POLITICA
- Università degli Studi del PIEMONTE ORIENTALE "Amedeo Avogadro"-Vercelli
POLITICHE PUBBLICHE E SCELTE COLLETTIVE
- Università degli Studi Suor Orsola Benincasa - NAPOLI
ISTITUTO UNIVERSITARIO SUOR ORSOLA BENINCASA
Programmi di ricerca simili:
- 1 - Costituzione e governo della vita nell'epoca della crisi della democrazia
- 2 - Il potere e la parola: religione, politica, comunicazione
- 3 - La ricerca qualitativa: teorie, metodi ed applicazioni
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- 8 - La cultura europea e il problema dell'alterità: storiografia, politica e scienze dell’uomo in età moderna (XVI-XIX sec.)
- 9 - Vita e forme della cultura in età moderna e contemporanea
- 10 - Educazione e politica in italia dalla caduta del Fascismo ai giorni nostri
Classificazione scientifico-disciplinare
- Area scientifico disciplinare: Scienze politiche e sociali
Classificazione geografica
- Regione: Emilia Romagna
Bibliografia
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"Filosofia politica", 2006, n. 1 (parte monografica dedicata al concetto di biopolitica).
Parole Chiave
DISUGUAGLIANZA, IDENTITÀ/DIFFERENZA, BIOPOLITICA, RAZZISMO, ARMONIA, DISOBBEDIENZA, UGUAGLIANZA, PLURALITÀ, GIUSTIZIA/INGIUSTIZIADisuguaglianza: gerarchia, ingiustizia, pluralità. Con edizione di testi
Università degli Studi di BolognaAbstract
L'obiettivo della ricerca consiste nell'elaborare una griglia interpretativa della nozione di disuguaglianza, intesa nelle sue diverse forme di organizzazione gerarchica, di pratiche di ingiustizia e di differenziazione; l'obiettivo è la ricognizione delle modalità in cui il concetto di disuguaglianza è stato declinato dal pensiero politico nelle sue diverse fasi (classica, moderna e contemporanea) in relazione ai differenti concetti, di volta in volta proposti, di uguaglianza e di giustizia; inoltre il concetto di disuguaglianza verrà indagato quale cartina di tornasole delle difficoltà odierne in cui si dibatte la teoria e la prassi politica.A questo scopo la ricerca sarà condotta su alcuni filoni, sinergici e strettamente intrecciati tra loro:
A) un'analisi e una ricostruzione genealogica del concetto di disuguaglianza, con particolare riferimento, in epoca classica, alla sua relazione dialettica con il paradigma della giustizia come armonia (di cui principale modello è la Repubblica di Platone) e in epoca moderna con il concetto di uguaglianza, così come viene pienamente definito da Rousseau e, in generale, dal razionalismo politico moderno (le forme di costituzionalizzazione continentale sette-ottocentesche di una disuguaglianza 'debole', le lotte otto-novecentesce contro la disuguaglianza negli Stati Uniti);
B) una mappatura dei punti di crisi teorico-politica del paradigma moderno dell'uguaglianza formale-giuridica sia in età moderna sia in età contemporanea (le teorie razziste);
C) una riflessione sulle moderne e contemporanee forme di uguaglianza e disuguaglianza implicate dal disciplinamento e dal governo della vita e della società, alla luce del paradigma della biopolitica e del pensiero femminile della differenza;
D) la ricognizione della possibilità del pensiero contemporaneo di uscire dal paradigma formale dell'uguaglianza moderna, ma non nella direzione classica del regime armonico, né nella direzione gerarchica, sì come indicazione di una pratica politica centrata sulla pluralità, cioè sull'interazione-relazione di molteplici soggettività diverse e complesse, sull'azione concreta e plurale, ossia su una visione della politica che in un orizzonte post-moderno conserva le conquiste prodotte dalla riflessione moderna sull'uguaglianza solo traducendola in una tensione alla libertà-non dominata (il dibattito attuale sul multiculturalismo).
La base della ricerca è costituita dal confronto dialettico con le principali piste di indagine individuate dal dibattito internazionale sull'argomento, dai risultati già raggiunti dai membri della ricerca, dalla consuetudine al lavoro comune, documentato da una serie di iniziative editoriali (tra cui si ricorda, fra le altre, la rivista "Filosofia politica", di cui il coordinatore nazionale è direttore), dal Centro di Ricerca sul Lessico Politico e Giuridico Europeo (con sede presso l'Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa), che collega le Unità locali ed è in relazione organica con una serie di gruppi di ricerca europei, e da precedenti progetti Prin (2000 e 2004) cofinanziati dal Ministero. <<<
Coordinatore Scientifico del Programma di Ricerca
Carlo Galli Università degli Studi di BOLOGNAObiettivo del Programma di Ricerca
E' di singolare rilievo l’affermarsi contemporaneo di paradigmi apertamente orientati alla disuguaglianza, tanto in ambito penalistico (il ‘diritto penale del nemico’ come circuito giudiziario alternativo rispetto a quello descritto dal ‘diritto penale del cittadino’) quanto in ambito internazionalistico (che coinvolge nozioni come egemonia, ordinamenti regionali, ‘civiltà’, responsabilità globale unilaterale), come se l’età globale accettasse apertamente che per la costituzione di ordini politici sia necessario passare attraverso l’affermazione della disuguaglianza, la normalizzazione e la legalizzazione delle eccezioni.Sulla base dei risultati raggiunti nelle ricerche precedenti, alcune delle quali già finanziate con fondi Prin, del confronto con il dibattito internazionale sul tema in oggetto e della realtà organizzativa che unisce e collega le diverse unità di ricerca che partecipano al progetto che viene qui presentato (cfr. punto 2.2), l'obiettivo della ricerca è una ricognizione del concetto di disuguaglianza al fine di fornire categorie atte ad intendere la realtà nuova che si è venuta determinando. A questo scopo la ricerca sarà condotta su due filoni che sono sinergici e strettamente intrecciati tra loro:
A) mettere in questione il concetto di disuguaglianza (declinato tanto come gerarchia quanto come ingiustizia) così come è stato indagato nell'ambito del pensiero politico dall'età classica a quella moderna, al fine di individuare le procedure di costituzionalizzazione e le pratiche di conservazione della disuguaglianza, che proprio il tentativo politico di governare (nella forma dei regimi di giustizia armonica dell'aetà classica) o eliminare (nella forma dell'uguaglianza moderna instaurata dalla sovranità) la disuguaglianza ha prodotto;
B) grazie alla realizzazione di questa mappatura delle diverse forme concettuali e pratiche che la disuguaglianza assume nel corso dei secoli, il procedere a un'indagine teorico-politica del riemergere della disuguaglianza nelle pratiche politiche e giuridiche a cui stiamo oggi assistendo. E questo a partire dai risultati raggiunti dalle analisi dei cosiddetti pensatori critici della modernità, che mettono in evidenza come l’uguaglianza sia l’esito di un preciso agire politico che implica la presenza costitutiva della disuguaglianza (dell’esclusione del diverso, dell’identificazione stigmatizzante del disomogeneo, dell’eccezione ordinante). A questo punto della ricerca, pare interessante portare a evidenza come intorno all’uguaglianza si siano giocate le partite decisive della crisi della modernità nel XX secolo, attraverso il recupero ideologico, nell’ambito dei totalitarismi, della ‘naturale’ disuguaglianza degli antichi o della ‘scientifica’ disuguaglianza dei moderni.
Si vuole evidenziare che l’emergere odierno della disuguaglianza come possibile asse dell’ordine politico segnala la difficoltà crescente in cui è coinvolta la politica moderna, a livello categoriale e istituzionale; ed è una difficoltà in gran parte assumibile in ‘negativo’ – cioè come ‘ingiustizia’, come ‘disordine’ –. D'altra parte la ricerca, grazie ai risultati che verranno raggiunti attraverso i due filoni di analisi individuati sopra, intende fornire al pensiero politico la possibilità di aprire un orizzonte nuovo e non abitualmente praticato per pensare la disuguaglianza anche in positivo, cioè come indicazione di una politica centrata sulla ‘pluralità’, sulla interazione di molteplici soggettività diverse e complesse. Il reperimento di linee alternative, nel pensiero moderno e, insieme, l’indicazione teorica di alcune delle caratteristiche politiche e istituzionali di questo nuovo orizzonte, sono tra i risultati che ci si aspetta dalla ricerca, con l'obiettivo di indicare vie che possano forse consentire di dare più piena attuazione ad una serie di esigenze a cui i processi di democratizzazione e di estensione dei diritti hanno teso per buona parte del XX secolo (giustizia, solidarietà, partecipazione, pluralismo, difesa delle minoranze) e a cui oggi non sembrano più dare efficace risposta le procedure che si richiamano alla concettualità racchiusa nel termine "uguaglianza giuridica", inteso in senso costituzionale e formale.
Per gli obiettivi sopra indicati sembra adatta una ricerca che raccolga competenze diverse, che superi gli steccati disciplinari analizzando in modo incrociato temi comuni, mediante una precisa consapevolezza storico-concettuale e una metodologia tesa da un lato alla critica dei concetti e alla comprensione dei loro effetti nello spazio della vita politico-istituzionale, dall'altro all'ibridazione del paradigma concettuale grazie agli apporti che provengono da altri plessi categoriali quali quello della biopolitica, del pensiero della differenza, del multiculturalismo. <<<
Durata
24 mesiBase di partenza scientifica nazionale o internazionale
La base di partenza scientifica del programma di ricerca che qui si presenta è duplice, in quanto costituita sia dal lavoro comune che unisce da tempo i gruppi impegnati e con cui la presente ricerca si presenta in continuità (punto A), sia dallo stato dell'arte sui temi in oggetto nell'ambito della comunità scientifica nazionale e internazionale (punto B).A) La ricerca si basa su un ventennale lavoro comune tra i membri e le unità operative, che nel corso degli anni sono state collegate attraverso diverse modalità organizzative, che hanno trovato il loro esito nel Centro Interuniversitario di Ricerca sul Lessico Politico e Giuridico Europeo (CIRLPGE), di cui il coordinatore nazionale è attualmente vice-direttore e Giuseppe Duso direttore. Questo Centro, che ha la sua sede amministrativa presso l'Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa ed è collocato all'interno del Centro di eccellenza, che svolge ricerche sulle Istituzioni europee (CRIE, coordinato da Francesco De Sanctis) collega, sia nella ricerca, sia nella formazione a livello europeo, le Università impegnate nella ricerca e alcuni membri di altri Centri (ad esempio P. Costa, M. Fioravanti e P. Cappellini, del Centro di Ricerca per la Storia del Pensiero Giuridico Moderno di Firenze). Le ultime iniziative seminariali di maggiore entità, della durata di mesi o anche di un intero anno, hanno riguardato il rapporto tra antico e moderno (coordinatore De Sanctis), la biopolitica (coordinatore Esposito), la guerra e le sue trasformazioni (coordinatore Galli), la storia dei concetti politici e giuridici della tradizione europea (coordinatori Duso e Chignola). Questo centro è collegato ad una serie di realtà di ricerca europee. Si ricordano in particolare: Hasso Hofmann, studioso di diritto costituzionale e filosofia del diritto e dello Stato presso la Humboldt-Universitaet di Berlino; J-F. Kervégan, che dirige un gruppo di ricerca sulla filosofia politica alla Sorbona -Parigi 1; L. Jaume, direttore di ricerca presso il CNRS a Parigi e direttore del CEVIPOF (Centre d'études sur la vie politique française), C.Y. Zarka, direttore di ricerca CNRS a Parigi e direttore del CHPM (Centre d'Histoire de la Philosophie Moderne); J. Coleman (professore ordinario di History of ancient political Thought presso la London School of Economics); R. Bellamy (professore ordinario di Political Science presso l'University of Exeter); J.L. Villacanas, professore di Filosofia politica a Murcia, che dirige un gruppo di ricerca sui concetti politici spagnoli; Th.Hueglin, che in Canada conduce fondamentali ricerche sul tema del federalismo; O. Beaud, che conduce rilevanti ricerche sulla costituzione federale. Questi studiosi fanno parte della consulta scientifica del CIRLPGE e collaborano sia nella ricerca, sia nella formazione di quadri di ricerca (seminari rivolti a dottorandi e a borsisti post-dottorato).
I risultati fin qui raggiunti, che, per quanto riguarda la riflessione comune dei membri della ricerca, costituiscono in parte la base di partenza, hanno trovato il loro esito in una serie di saggi e di monografie, ma spesso sono apparsi all'interno di iniziative editoriali comuni. Si ricordano la rivista di "Filosofia politica" (diretta dal coordinatore nazionale), che da 20 anni costituisce un punto di discussione e di comune organizzazione della ricerca, la collana "Per la storia della filosofia politica" di Franco Angeli (diretta da De Sanctis, Duso, Esposito, Galli, Marramao), la collana "Libertà nella storia" (editore la Rosa di Torino),
diretta da Galli; la collana "Lessico della politica" (editore Il Mulino), diretta da Galli; la serie "Comunità e libertà" (editore
Laterza), diretta da Esposito e Galli; la collana "Pensiero giuridico e politico", diretta da De Sanctis (editore Editoriale Scientifica). Ulteriori iniziative sono state l'"Enciclopedia del pensiero politico" della Laterza, diretta da Esposito e Galli, Il manuale di storia del pensiero politico curato da Galli (il Mulino 2001) e "Il potere. Per la storia della filosofia politica moderna", (Carocci 1999) curato da Duso.
Si ricorda che la gran parte degli esiti della ricerca fin qui condotta è frutto non solo del lavoro dei singoli, ma di una serie di incontri seminariali sia a livello locale, sia a livello nazionale e internazionale.
L'elemento unificante dei lavori fin qui condotti è costituito dal metodo storico-concettuale con cui vengono affrontati i temi, gli
autori, la lettura dei processi storici. Punto di partenza è costituito dalla Begriffsgeschichte tedesca, nella forma che ha assunto attraverso i lavori di O. Brunner, R. Koselleck e W. Conze. Tale riferimento ha avviato alla comprensione della specificità della concettualità moderna e all'attenzione per il rapporto che i concetti hanno con la realtà storica, costituzionale e sociale. Coerentemente con questo consolidato indirizzo di ricerca, nel presente progetto la storia dei concetti sarà intesa sia come storia delle categorie che consentono di pensare il rapporto tra uguaglianza, ingiustizia, rappresentanza e ribellione sia come storia costituzionale, attenta a ricostruire le concrete determinazioni di potere che sottendono le diverse concettualizzazioni dello spazio politico e gli aspetti istituzionali e normativi attraverso i quali, in epoca moderna e contemporanea, emerge la crisi del paradigma moderno dell'uguaglianza.
B) Il tema della disuguaglianza, che nella modernità è stato prevalentemente declinato in contrapposizione al concetto di uguaglianza, si pone invece nell’antico dal punto di vista politico lungo due direttrici. La prima delle quali nella cultura greca spacca il mondo in due, gli elleni e i barbari, ciascuno visto come portatore di un ethos che politicamente raffigura i primi come liberi i secondi come servi, mentre la seconda produce un analogo processo di divisione dentro la polis: prima in Platone e poi in Aristotele diventa chiara la non coincidenza tra le parti necessarie alla vita della città e quelle che ne sono costitutive in senso eminentemente politico, quelle che posseggono insomma la cittadinanza. La fondazione della disuguaglianza sul carattere abbrutente di certi lavori manuali svolti dai banausoi, che impediscono a chi li pratica di essere e vivere in modo libero, bello ed autonomo, costituirà un topos di lunga durata nella cultura occidentale valendo come è noto fino a Kant.
La disuguaglianza nel Medioevo, all’interno della medesima città, verrà veicolata da quelle tendenze correzionali del potere che insisteranno su una differenza insieme etica ed ontologica, che attraversa governanti e governati, non consentendo ai secondi di poter intervenire nella legumlacionem (Marsilio), perché affetti da costitutiva malizia cui il potere si deve frontalmente opporre, conducendoli secondo le modalità pastorali messe bene in rilievo da Foucault (Omnes et singulatim) verso il bene.
Nel mondo moderno i dibattiti costituzionali interni al fronte repubblicano (Venezia e Firenze) insisteranno nel privilegiare il ruolo dei pochi prudenti nella direzione dello stato (Guicciardini), mentre a Venezia una forma schiettamente aristocratica di gestione della cosa pubblica, come gli osservatori stranieri subito videro (Commynes, Bodin), fu a lungo dissimulata sotto la forma della costituzione perfetta: quella mista, che inclinava però anche per i teorici della mistione (Paruta) verso la direzione ottimatizia della cosa pubblica. Teorie della disuguaglianza politica saranno veicolate nel Seicento dai teorici libertini dello Stato (Naudè) e più ancora tra Otto e Novecento dai critici della democrazia come i pensatori dell’élitismo (Mosca, Pareto, Michels).
Questa breve ricostruzione storica (i cui riferimenti bibliografici si trovano all'interno del punto 2.2a del presente modello e in ogni singolo modello B), mostra come la disuguaglianza, la differenza, abbiano rappresentato il “dato” a partire dal quale si è mossa l’aspirazione formalistica della politica e del diritto moderno, con la sua ricerca dell'ordine come composizione di uguaglianze; e mostra anche come il superamento dell'uguaglianza sia stato funzionale alla negazione della pluralità e della contingenza. Da qui l’individuazione, a partire da Foucault, del paradigma biopolitico come prospettiva dalla quale osservare e svelare le dinamiche politiche della modernità (dinamiche potenziate e modificate dall’attuale fase di globalizzazione), che vedono coinvolta la vita biologica degli uomini. La biopolitica, attraverso i regimi di sapere/potere della biologia e dell’economia, descrive l’uomo (in quanto essere biologico/vivente e produttivo/consumante) per oggettivarlo; questi regimi di sapere, questi discorsi di veridificazione, rappresentano il “luogo” del controllo dei comportamenti, della gestione delle differenze e delle disuguaglianze, della loro normalizzazione.
A questo proposito, molte sono, oggi, le discussioni teoriche che affrontano il problema del razzismo a partire dal lascito foucaultiano relativo alla cosiddetta ‘biopolitica’. Come è noto, con il concetto di biopolitica Foucault ha inteso designare una nuova configurazione dei rapporti di dominio, che verrebbe così a distinguersi dal potere sovrano «tradizionale». Sottraendo sempre più importanza alla prerogativa della «messa a morte», esso si rivolge direttamente alla «produttività» della vita. Non si concentra più sulla persona, intesa come soggetto di diritto, e la sua proprietà, attraverso la forza di interdizione della legge, ma investe direttamente, e in maniera «positiva», i processi biologici dell’intera popolazione. La biopolitica pone ad oggetto del potere la vita stessa: nascita, riproduzione, malattia e morte. Ciò che però Foucault non esplicita fino in fondo è la tendenza monistica ed omogeneizzante delle strategie biopolitiche. Anche se non si tratta di un vero e proprio progetto intenzionale, è chiaro infatti che il bio-potere risulta assai più efficace della sovranità tradizionale nel produrre unità e compattezza nel corpo sociale grazie a una rafforzata funzione omologante, che procede intensificando i processi di esclusione. I discorsi sulla razza, che a partire dal XIX secolo iniziano a pretendere uno statuto scientifico, diventano perciò uno dei presupposti essenziali dell’esempio per eccellenza di biopolitica, il totalitarismo nazista, che da potere sulla vita si trasforma in «tanatopolitica».
In questa prospettiva, uno dei meriti di Foucault, in questo anticipato dalla Arendt, è stato senz’altro quello di aver complicato i topoi della letteratura critica sul razzismo. La bibliografia sulle teorie della razza e sul razzismo è sterminata. Ci limitiamo qui a segnalare i lavori di P.-A. Taguieff, che ha lavorato intensamente, negli ultimi vent’anni, a una decostruzione dei luoghi comuni del razzismo, così come di quelli prodotti da un troppo facile antirazzismo, che nella sua semplice opposizione speculare al razzismo ne perpetua i topoi. In una prospettiva di provocazione concettuale più strettamente filosofica si vedano anche gli scritti di K. A. Appiah e di A. David.
Il razzismo non è semplicemente un corpus di idee alle quali gli intellettuali aderiscono, più o meno in cattiva fede, nella loro ansia di ‘reazione’, e al contempo di positivizzazione scientifica. Il problema dell’ideologia razzista va affrontato, non tanto attraverso l'analisi dei suoi contenuti dottrinali, quanto attraverso il vaglio della capacità che gli enunciati sulla razza hanno nell’attivare dispositivi di potere, nel produrre funzionalità identitaria ed escludente, nell’eliminare un’alterità costruita ad hoc. Quella fornita dal corpo e dalla vita biologica, infatti, è una identificazione identitaria potentissima, più efficace di qualsiasi altro richiamo comunitario. Importante, allora, non sono tanto i contenuti delle ideologie razziste, quanto la dinamicità degli enunciati all’interno delle relazioni di potere. In altri termini, Foucault non crede che il razzismo abbia operato così bene nel totalitarismo per la forza persuasiva delle sue dottrine, ma per la funzione altamente discriminante che hanno giocato i suoi enunciati. Le teorie evoluzionistiche della razza hanno infatti servito al meglio nel discriminare tra ciò che è umano e ciò che non lo è, anche graduando e mediando tra i due estremi; tra quale vita è degna di essere vissuta, protetta e ottimizzata, e quale, invece, contraddicendo la legge dell’umanità da realizzare, può e deve essere eliminata.
Il razzismo rappresenta allora in primo luogo il modo attraverso cui nell’ambito di quel potere che ha preso in gestione la vita diventa possibile separare l’eguale dal disuguale per eccellenza: ciò che deve vivere e ciò che deve morire. Attraverso il razzismo, il potere può trattare una popolazione come una mescolanza di razze, può suddividere la specie in sottogruppi. Può insomma frammentare, istituire delle cesure, riprodurre la disuguaglianza all’interno di quel continuum biologico che è diventato il suo nuovo oggetto.
Tuttavia vi sono alcuni aspetti lasciati in ombra da Foucault e dalla sua interpretazione di un razzismo nazista impregnato essenzialmente di darwinismo evoluzionistico. Più precisamente, una lettura in chiave esclusivamente funzionalista dei presupposti razzisti del totalitarismo finisce per fare di quest’ultimo, in modo rassicurante, un’esperienza che rompe bruscamente e drasticamente con le radici millenarie della cultura europea e i suoi valori spirituali.
All’interno del multiforme arcipelago delle teorie razziste, che dalla fine dell’Ottocento occupano la scena del sapere europeo, è invece possibile individuare, accanto al razzismo evoluzionistico, un razzismo per così dire “morfologico”, che ha l’ambizione di trascendere i confini del biologismo: un razzismo che è assai di più l’esito di una metafisica della forma, di quanto sia uno dei tanti rivoli del darwinismo sociale. Si tratta di una teoria che utilizza assai più Platone delle leggi della genetica, che crede assai più nella forza di un mito autoconsapevole che nel discorso scientifico, che sa cioè perfettamente che l’efficacia della razza sta nella sua forza mitica e ‘trasfigurante’. Presente tanto nelle dottrine razziste pre-naziste quanto in quelle naziste, questa versione platonica di una diseguaglianza razziale basata sulla coppia anima-corpo, arriva ad influenzare alcuni esponenti del fascismo ‘eretico’ italiano come Julius Evola.
Non sono affatto pochi gli ideologi pre-nazisti e nazisti che concorrono a complicare in tale direzione il quadro dei rapporti tra biopolitica, razzismo e totalitarismo. Non sono tuttavia molti gli studiosi che l’hanno riconosciuto. Ad esempio G. Lukács, (1954), riconosce che la teoria dell’evoluzione rimane secondaria all’interno di quel razzismo che sfocerà nel nazismo. Così anche G. L. Mosse, ma soprattutto J.-L. Nancy e P. Lacoue-Labarthe. <<<



