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PROGRAMMA DI RICERCA

italiano - english

Il barbaro e il sacro. Fonti, spazi, monumenti, oggetti, immagini dei santuari indigeni della periferia greca

Università degli Studi di Cagliari
Abstract
Il progetto prevede di raccogliere ed analizzare le testimonianze letterarie, epigrafiche e archeologiche relative ai culti e ai santuari collettivi delle popolazioni autoctone dell'Italia antica della Sardegna e della Sicilia, allo scopo di verificare il grado di interferenza tra la religiosità indigena e quella dei colonizzatori, con particolare attenzione alla distribuzione territoriale, all'aspetto architettonico e urbanistico dei santuari indigeni e al regime delle offerte. <<<

Coordinatore Scientifico del Programma di Ricerca
Simonetta Angiolillo Università degli Studi di CAGLIARI
Obiettivo del Programma di Ricerca
Il progetto si propone un obiettivo principale e una serie di obiettivi minori, ma non meno interessanti. La finalità principale della ricerca consiste nel verificare l'esistenza di modelli diversi di contatto tra greci, fenicio-punici e popolazioni indigene dislocate nel diretto hinterland degli insediamenti coloniali, misurandone il grado di influenza esercitata dai diversi gruppi di colonizzatori nell'ambito delle forme di culto indigene. Dal momento che la religione rappresenta una delle forme di pensiero in cui si esercita al massimo grado la resistenza alle pressioni di culture esterne in posizione di egemonia, quello cultuale rappresenta un terreno nel quale è possibile misurare in modo più accurato di ogni altro sia il grado di acculturazione che, al contrario, quello della resistenza: com'è noto, dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, il tema dell'acculturazione delle genti indigene dell'Italia meridionale tra l'VIII e il II sec.a.C. occupa un posto importante nella ricostruzione della storia dei popoli italici stanziati tra la Basilicata e la Calabria e nelle isole della Sicilia e della Sardegna, sulle cui coste si è sviluppato il fenomeno colonizzatorio greco e fenicio-punico, quest'ultimo in misura più ridotta per la Sicilia, ma esclusiva per la Sardegna. Per quanto riguarda in particolare quest'isola, in essa, a differenza che nelle altre aree interessate dalla ricerca, la presenza di popolazioni elleniche - si vedano le recenti acquisizioni di ceramica greca provenienti da Olbia - è ancora da accertare, mentre sono i fenici prima e i punici poi a costituire il tramite tra popolazioni indigene e cultura greca. A margine di ciò va aggiunto, e costituirà un ulteriore oggetto di studio, il fatto che il sostrato punico manterrà questo particolare carattere di intermediatore culturale anche nel momento di contatto tra mondo sardo e romani, come ben dimostrano realtà sacre quali il santuario di Antas.
Le finalità minori del progetto sono rappresentate innanzi tutto dalla costituzione di corpora di informazioni di carattere religioso relative alle singole aree dei diversi ethne dell'Italia, della Sicilia e della Sardegna, corpora che, a tutt'oggi, là dove esistono, sono limitati alle fonti letterarie ed epigrafiche, mentre comprendono solo in pochi casi i dati archeologici, oggi sempre più rilevanti per la comprensione delle forme di culto praticate. In secondo luogo la raccolta dei dati potrà fornire informazioni preziose, oltre che sulle tipologie edilizie sacrali attualmente note solo per l'area lucana, sulle varie classi di materiali coloniali o frutto di importazione a lungo raggio: le ricerche ad es. sulle importazioni greche nelle aree indigene, ove condotte, stanno dimostrando, soprattutto per le ceramiche ioniche ed attiche, che i materiali rinvenuti nelle necropoli hanno fisionomia nettamente diversa da quelli rinvenuti nei santuari, a dimostrazione che nella circolazione degli oggetti importati si manifestano orientamenti ideologici a volte assai forti. <<<
Risultati parziali attesi
Una prima parte del progetto si propone l'acquisizione completa dei dati analitici fondamentali per un'analisi comparativa delle singole realtà sacre prese in considerazione.
La seconda fase del progetto di ricerca si propone lo studio comparato e la pubblicazione dei dati ottenuti dalle varie unità nel corso della prima parte del progetto. Ciò permetterà di verificare le diverse dinamiche che caratterizzano i modi di interscambio culturale in ambito santuariale, verificando altresì le diverse prospettive che devono denotare diacronicamente i processi acculturativi in aree storicamente e culturalmente diversificate. <<<
Durata
24 mesi
Base di partenza scientifica nazionale o internazionale
Lo studio delle culture dei popoli dell'Italia meridionale antica, della Sicilia e della Sardegna ha conosciuto due fasi: la prima, che dal Rinascimento giunge fino agli anni Sessanta del secolo scorso, ha coinciso da un lato con l'antiquaria e con l'umanesimo diffuso tra le classi aristocratiche prima e borghesi poi delle diverse aree della penisola e dall'altro con la pubblicistica risorgimentale, nella quale, nel solco della tradizione vichiana, l'immagine positiva e quasi mitica degli antichi popoli italici assumeva il valore paradigmatico di promessa di riscatto unitario dell'Italia (Torelli 1987); la seconda fase, che prende le mosse nel corso degli anni Settanta del '900, si apre invece con la presa di coscienza che la migliore cultura europea assume della fine dell'età coloniale e dell'emergere alla storia dei popoli ex-coloniali (Rouveret-Gruzinski 1976). Collegato a tutto questo, si assiste all'ingresso dei modelli antropologici nello scenario della storia e dell'archeologia dell'Occidente greco e della dialettica tra Greci e popolazioni anelleniche (Lepore 1989), un evento che negli ultimi anni, anche sotto la spinta dei potenti flussi migratori dalle zone del sottosviluppo verso gli stati ricchi, orienta la ricerca sui rapporti tra mondo coloniale greco e genti indigene che si è polarizzata sul tema dell'"etnicità" (Morgan 1991) e sui processi identitari, con interessanti applicazioni proprio alle colonie greche d'occidente e delle correlate aree barbariche (Morgan 1999). Sia i santuari greci (Marinatos-Hägg 1993; Malkin 1996) che quelli indigeni appaiono essere luoghi fondamentali nei quali si realizza uno dei momenti più significativi e produttivi del rapporto interculturale (Torelli 1999), documentato dallo scambio di oggetti e di modelli di comportamento, come l'acquisizione di iconografie sacre, di tecniche sacrificali, di regimi delle offerte, di modelli di organizzazione dei santuari, e dove al tempo stesso si polarizza l'identità culturale ed etnica del gruppo che quel santuario cotrolla, un'identità ben attestata dal persistere in esso di usi religiosi di origine anellenica, di tipologie di edifici di culto talora assai peculiari, di collocazioni nel territorio dalle quali si ricava la funzione del santuario di coagulo delle genti poste all'intorno.
A fronte di tutto ciò lo stato della ricerca relativa ai santuari e alle religioni delle varie e poco uniformi realtà delle popolazioni indigene dell'Italia meridionale, della Sicilia e della Sardegna a contatto con i colonizzatori greci e fenicio-punici appare fortemente arretrato, soprattutto per la scarsa attenzione che l'archeologia convenzionale ha posto e continua a porre su aspetti "minori" o francamente devianti dagli usi greci, spie preziose delle logiche religiose locali. Nella letteratura, quando si pubblicano santuari indigeni, prevale - spesso in forma consciente, ma non di rado anche in forma inconscia - l'interpretazione del dato basata sui modelli greci, o addirittura sul "common sense"; ma ancor più spesso il santuario non viene riconosciuto come tale, qual'è il caso del grandioso complesso sacrale di Centuripe in Sicilia (Libertini 1926), oppure, pur nell'eventualità che si giunga ad un riconoscimento, del santuario viene fraintesa la funzione sociale o culturale, come accade ad es. nel centro di Monte Adranone nel territorio dell'odierna Agrigento (Fiorentini 1999). Ancor più diseguale, per le differenti tradizioni di studio sviluppatesi in rapporto ai vari ethne, è il livello delle informazioni tra le diverse zone.
Venendo ad un'analisi delle singole aree, possiamo considerare assai buono il grado delle conoscenze per l'area della moderna Basilicata, per la quale disponiamo di un'eccellente monografia (Masseria 2000), che richiede però sostanziali aggiornamenti alla luce di nuove scoperte, e, per la parte del territorio della Lucania antica va completato con le testimonianze della religiosità lucana nei centri già greci della costa, da Paestum a Laos. Viceversa i luoghi di culto riferibili ai centri antichi del Bruttio, corrispondente a gran parte dell'attuale Calabria, sono praticamente ignoti alla letteratura anche recentissima, fatto salvo il grande santuario presso Temesa (La Torre 2002), che costituirà certamente un "caso di studio" centrale per lo sviluppo della ricerca che ci si propone di avviare, visto che la tradizione antica è esplicita sul ruolo avuto dalla religione nel rapporto tra greci indigeni, proprio a proposito dell'eroe di Temesa (Visintin 1992), oggetto persino di un quadro dedicato ad Olimpia e descritto da Pausania VI, 6,11 (Biraschi 1996).
Se per il Bruttio si può parlare di una documentazione lacunosa per sostanziale difetto della ricerca, la situazione della Sicilia si caratterizza invece per una relativa abbondanza di materiale, che tuttavia non è mai stato oggetto di una sia pur minima attenzione da parte della riflessione archeologica moderna, ad onta del fatto che un filone storiografico, la cui lontana ascendenza va ricercata nel clima culturale degli anni fra le due Guerre (Manni 1972-73; 1981; 1983; 1990), abbia parlato insistentemente, ma di certo a torto (Malkin 1998), di un "fondo" indigeno della religiosità siceliota. L'indirizzo più generale e più largamente condiviso dell'archeologia classica continua a ignorare la componente indigena della cultura siceliota, come dimostra il lavoro standard sull'archeologia dell'isola, che, pur richiamandosi nel titolo (Sikanie 1986) al nome del più centrale degli ethne della Sicilia, non contiene alcuna trattazione delle culture sicule, sicana ed elima e meno che mai quella dell'aspetto religioso. Al pregiudizio classicista, che relega ai margini dei loro interessi le situazioni delle genti indigene, si aggiunge il fatto che a queste ultime sia stata data attenzione solo da parte di studiosi di formazione pre-protostorica, i quali, sia per la centralità dei loro interessi spostata sul versante delle fasi anteriori alle colonizzazioni greca e fenicia, non solo sono alieni dal trattare gli esiti storici (e dunque le testimonianza di natura cultuale) della vicenda indigena, ma non hanno dimestichezza con le fonti letterarie ed epigrafiche che delle connotazioni culturali delle genti anelleniche della Sicilia parlano più diffusamente di ogni altra testimonianza. Perfino la sintesi più recente (Albanese Procelli 2003), peraltro assai pregevole, su Siculi, Sicani ed Elimi tratta in maniera molto corsiva l'aspetto dell'ideologia religiosa indigena e delle sue concrete testimonianze archeologiche. Per contro, scoperte anche recentissime, come quelle avvenute nell'importantissimo centro indigeno di Monte Saraceno di Ravanusa (Calderone 1996), che lasciano intravedere l'esistenza di un santuario monumentale arcaico nel cuore del vasto abitato. Dunque anche in questo ambito un lavoro di analisi dell'evidenza archeologica cultuale sicula e di valutazione dell'impatto tra culture dei conquistatori su quella dei conquistati sotto la particolare angolatura religiosa costituisce un'esigenza urgente della ricerca.
Un quadro ulteriormente differente è quello che emerge dalla situazione storico-archeologica della Sardegna. Qui la presenza di una cultura indigena "forte" fin da epoca molto lontana, come quella nuragica, la cui grandiosità addirittura ha ispirato e ispira, sia pur con diverso grado di consapevolezza, moderne forze politiche autonomiste, e, per contro, la "debolezza" dovuta alla recente data di nascita degli studi di archeologia fenicio-punica hanno di fatto impedito, sia pur con alcune rimarchevoli eccezioni (Bernardini 1982; 1985; 1989; Bondì 2001), che anche in Sardegna si verificasse l'apertura nei confronti delle tematiche antropologiche, come è invece accaduto in Magna Grecia. Se rari sono gli interventi sull'interferenza tra Fenici e indigeni della Sicilia (ad es. Bondì 1988-89; 2000), a tutt'oggi, le due tradizioni di ricerca, quella dell'archeologia nuragica e quella dell'archeologia fenicio-punica, non hanno sviluppato che in maniera molto occasionale (Bartoloni 2000) il tema dei culti come forme di incontro e di resistenza, benchè la documentazione sia straordinariamente promettente, come può attestare lo straordinario caso del culto della divinità fenicia Sid nel santuario di Antas nella Sardegna sud-occidentale, identificato come Sardus Pater, oggetto di culto sia fenicio punico che indigeno (Minutola 1976-77; Zucca 1989; Angiolillo 1995; Esposito 1999) ed entrato nell'immaginario mitico e nella pratica cultuale dei Greci, come attestano sia la statua del dio eretta a Delfi e le tradizioni mitistoriche raccolte da Pausania nel suo commento all'ex-voto delfico (Pausania, X,17,1). Va aggiunto a tale riguardo che recenti indagini attualmente in corso sul territorio isolano - area di Cuccuru Nuraxi presso Settimo S. Pietro (Atzeni 1987; Bernardini-Tore 1987), nuraghe Santu Millanu (Murgia 2007), presso Nuragus, unitamente ai materiali ceramici greci provenienti da Olbia (D'Oriano 2005) - sembrano mostrare un quadro di scambio interculturale molto più articolato di quanto ritenuto sinora e meritevole di essere analizzato in profondità.
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