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INIZIO_TESTO_DA_INDICIZZARE

PROGRAMMA DI RICERCA

italiano - english

Aspetti della verità.

Università degli Studi di Torino
Abstract
Nel contesto della ricerca filosofica sulla verità degli ultimi decenni (soprattutto in ambito analitico), ci proponiamo di occuparci di questioni che hanno a che fare con la definizione e la concezione della verità, con l'epistemologia della verità, con il contestualismo e il relativismo. Alcune delle domande a cui si cercherà di dar risposta sono le seguenti: ha senso definire la verità come corrispondenza con i fatti? La teoria del linguaggio può fare a meno del concetto di verità? Che cos'è un contesto? Esiste il significato letterale di una parola o di un enunciato? Che cosa vuol dire che una certa proposizione è vera PER qualcuno? Che cosa si intende per 'regola costitutiva'? Che cosa rende attendibile un testimone? Sembra chiaro che queste domande intersecano molti problemi filosofici oltre a quello della verità, e che le eventuali risposte possono avere ricadute di qualche interesse anche per molte questioni pubbliche attualmente in discussione. <<<

Coordinatore Scientifico del Programma di Ricerca
Diego Marconi Università degli Studi di TORINO
Obiettivo del Programma di Ricerca
La ricerca si propone di contribuire alla discussione di alcuni dei problemi che sono stati individuati nell'ambito delle discussioni sulla verità degli ultimi decenni. Distinguiamo tre aree, all'interno di ciascuna della quali intendiamo portare alcuni contributi.

A) Nozione di verità e concezioni della verità. - Si è visto che la concezione della verità per certi aspetti più naturale e intutiva, quella che la considera come corrispondenza con i fatti, va incontro a varie obiezioni importanti, alcune delle quali investono la nozione stessa di corrispondenza. La ricerca intende stabilire se, utilizzando l'apparato concettuale messo in opera da Tarski nel suo lavoro sulla verità, si possono soddisfare almeno alcune delle intuizioni che sono alla base della teoria della corrispondenza.
Si è visto che la tradizione antirealistica in semantica (Dummett, Prawitz) e la concezione del linguaggio (e della scienza del linguaggio) proposta da Chomsky convergono nella critica del concetto realista di verità e della sua utlizzabilità nella teoria del linguaggio. Molti chomskiani hanno concluso che la nozione di verità non abbia nessun posto nella teoria del linguaggio. Essendo invece convinti che una teoria semantica non possa fare a meno del concetto di verità, ci proponiamo l'obiettivo di formulare una concezione (epistemica) della verità che sia coerente con una teoria computazionale della mente, cioè una concezione della verità che sia accettabile in una prospettiva internistica come quella di Chomsky.


B) Dipendenza della verità dal contesto e/o relatività della verità - Si è parlato della dipendenza della verità dal contesto in molti sensi diversi. Il primo obiettivo di questa parte della ricerca è dunque mettere ordine tra i vari concetti di contesto che sono stati proposti (e, quindi, tra i vari tipi di contestualismo) e, in seguito, decidere sulla possibilità di ridurre il contesto "oggettivo" -la situazione reale in cui avviene un determinato uso del linguaggio- al contesto cognitivo, l'insieme dei presupposti che caratterizzano una determinata situazione di uso del linguaggio.
Il secondo obiettivo è intervenire nella discussione tra contestualismo indicale e contestualismo radicale [v. Progetto], cercando di stabilire se è possibile in generale prevedere da quali parametri dipende il contenuto di un'asserzione (e quindi il suo valore di verità), e se i processi pragmatici intervengono a integrare e specificare il significato letterale o se invece il loro ruolo è così rilevante da vanificare la nozione stessa di significato letterale.
Il terzo obiettivo è stabilire se il cosiddetto relativismo -la concezione per cui almeno di alcune proposizioni non si può dire che sono semplicemente vere (o false), ma si deve dire che sono vere per qualcuno (ed eventualmente non per qualcun altro)- è una forma di contestualismo, cioè asserisce la dipendenza della verità di un enunciato da un particolare parametro contestuale, o se è tutt'altra cosa dal contestualismo, perché sostiene che una determinata asserzione, con un certo contenuto determinato (in parte) dal contesto d'uso, può avere valori di verità diversi in dipendenza da un ulteriore parametro, che è di tipo diverso rispetto ai parametri contestuali.
Il quarto obiettivo è chiarire la posizione relativistica, domandandosi qual è il senso del predicato 'vero per' che compare nelle affermazioni relativistiche del tipo di "La proposizione P è vera per X, ma non per Y".


C) Problemi epistemologici della verità - Si è visto che la verità è stata concepita come la norma dell'asserzione: si è autorizzati ad asserire P solo se P è vera. Questo condizionale è stato descritto come "regola costitutiva" dell'asserzione. Ma che cos'è una regola costitutiva? Il nostro primo obiettivo è chiarire questa nozione, che fino ad ora non è stata definita con precisione ma soltanto suggerita da filosofi come Rawls e Searle. Un tale chiarimento è essenziale ai fini dell'identificazione della regola costitutiva dell'asserzione, e in particolare per valutare il dibattito tra Williamson -secondo cui non la verità, ma la conoscenza è la norma dell'asserzione- e i suoi critici.
La testimonianza è una fonte autonoma di conoscenza, o una testimonianza è fonte di conoscenza solo se ha determinate caratteristiche (per esempio, come sosteneva Hume, se chi la fornisce è degno di fede)? La prima posizione è più plausibile se è lecito aspettarsi che chi asserisce che P -che fornisce la testimonianza- SAPPIA che P, cioè se la regola costitutiva dell'asserzione è quella di Williamson. Preliminare ad una discussione sulla testimonianza è il chiarimento della nozione di "accettazione di un'asserzione". Intendiamo sostenere che l'accettazione di un'asserzione ha una certa complessità concettuale (per esempio, che Y non può apprendere che P dalla
testimonianza di X senza apprendere al tempo stesso che X sa che P).
Di fatto, spesso accettiamo una testimonianza in forza delle informazioni che abbiamo sul potenziale testimone: in particolare, abbiamo ragione di ritenere il testimone AFFIDABILE. Ci sono buone ragioni per non identificare un testimone affidabile (in certe circostanze) semplicemente come un testimone che molto probabilmente dice il vero (in quelle circostanze). In che cosa consiste allora l'affidabilità? Rispondere a questa domanda è un ulteriore obiettivo della nostra ricerca.

Riassumendo, queste sono alcune delle domande a cui la presente ricerca si propone di tentare di dar risposta: ha senso definire la verità come corrispondenza con i fatti? La teoria del linguaggio può fare a meno del concetto di verità? Che cos'è un contesto? Esiste il significato letterale di una parola o di un enunciato? Che cosa vuol dire che una certa proposizione è vera PER qualcuno? Che cosa si intende per 'regola costitutiva'? Che cosa rende attendibile un testimone? Sembra chiaro che queste domande intersecano molti problemi filosofici oltre a quello della verità, e che le eventuali risposte possono avere ricadute di qualche interesse anche per molte questioni pubbliche attualmente in discussione. <<<
Risultati parziali attesi
Come si è accennato nella sezione sullo Stato dell'arte, negli ultimi decenni il tema della verità è stato sia un argomento di intensa ricerca e discussione filosofica (in ambito analitico come in ambito continentale), sia al centro di una discussione pubblica spesso accesamente polemica, motivata da eventi politici e sociali di rilievo. Ci aspettiamo di dare un certo numero di contributi specifici alla discussione filosofica sulla verità (in particolare sui punti che verranno indicati fra poco), ma non escludiamo di contribuire anche al miglioramento della qualità intellettuale della discussione pubblica, quando essa chiami in causa temi come la relatività o assolutezza della verità, la stabilità o variabilità dei significati, l'attendibilità delle testimonianze.

I contributi strettamente scientifici che ci proponiamo di fornire sono soprattutto i seguenti:

- Per quanto riguarda la discussione su, e tra le concezioni della verità, (a) analizzare a fondo l'idea di corrispondenza e mostrare entro che limiti può essere esplicata da una teoria plausibile; (b) proporre una concezione della verità che sia compatibile con le critiche rivolte da Chomsky e da altri alle concezioni realistiche della verità e del riferimento (sostenendo in questo contesto l'indispensabilità della nozione di verità in una teoria del significato).

- Per quanto riguarda i problemi epistemologici della verità, (a) analizzare in modo preciso (come finora non è stato fatto) la nozione di regola costitutiva, da cui dipende la discussione sul rapporto tra asserzioni e verità, e tra asserzioni e conoscenza; (b) difendere una posizione non riduzionista sulla testimonianza (= la testimonianza è fonte autonoma di conoscenza) contro il riduzionismo ispirato a Hume, mettendo però in chiaro che la nozione di "accettare un'asserzione (altrui)" è concettualmente più complessa di quanto sia stato finora ritenuto; (c) definire in modo adeguato la nozione di affidabilità, mostrando l'inadeguatezza della definizione che considera affidabile un testimone che ha un'alta probabilità di dire la verità in determinate circostanze.

- Per quanto riguarda la discussione sul contestualismo, (a) far chiarezza sui diversi concetti di contesto diffusi nella letteratura, e descrivere in modo uniforme le diverse forme di contestualismo che sono state proposte; (b) analizzare la discussione (attualmente centrale) tra contestualismo indicale e contestualismo radicale, arrivando ad una ridefinizione dei confini tra semantica e pragmatica.

- Per quanto riguarda la discussione sul relativismo, (a) chiarire meglio di quanto sia stato fatto finora la nozione di verità relativa, cioè il significato dell'espressione 'vero per X', mostrando che non è affatto scontato che le si possa attribuire un senso preciso, compatibile con le motivazioni del relativismo; (b) riesaminare la distinzione tra relativismo e contestualismo, cercando di determinare se il parametro che è pertinente alle formulazioni relativistiche ("punto di vista", contesto di assessment, "mondo-secondo-X", ecc.) può essere considerato come un parametro contestuale al pari di altri.

In termini di risultati concreti, prevediamo che la ricerca produca

A) pubblicazioni: due libri e circa 20 articoli;

B) i seguenti convegni e workshop:
Workshop internazionale sulla verità in un contesto antirealista (Siena);
Workshop internazionale su verità e relativismo (Torino);
Convegno su asserzione, convenzione e regole costitutive (Milano);
Workshop sull'epistemologia della testimonianza (Milano).

C) un numero della rivista on line "Networks" sui temi della ricerca;

D) un sito web dedicato a contesti e contestualismo;

E) alcune visite di studio (in particolare un lungo soggiorno di David Kaplan a Bologna nel corso del primo anno della ricerca);

F) un convegno finale in cui, secondo un modello già sperimentato più volte, le singole unità esporranno risultati rappresentativi della loro ricerca, che saranno commentati da studiosi stranieri particolarmente competenti su ciascun tema. <<<
Durata
24 mesi
Base di partenza scientifica nazionale o internazionale
Negli ultimi due decenni il tema della verità, di cui la filosofia non ha mai cessato di occuparsi, è stato in primo piano non solo nella ricerca filosofica ma anche nel dibattito pubblico. Alla base della centralità pubblica del tema stanno senza dubbio due fenomeni in parte connessi tra loro: in primo luogo, gli eventi geopolitici che hanno indotti alcuni a parlare (a torto o a ragione) di uno "scontro di civiltà", che coinvolgerebbe in particolare da un lato il mondo occidentale, tollerante e largamente secolarizzato, dall'altro il mondo islamico, arretrato, aggressivo e restio a distinguere tra sfera religiosa e sfera civile e politica. In secondo luogo, i fenomeni migratori che hanno interessato più intensamente che in passato l'Europa occidentale, rendendo culturalmente più plurali società che erano abituate a percepirsi come omogenee. In entrambi i casi, è sembrato ad alcuni che le esigenze della pace tra le nazioni e della convivenza civile imponessero di mettere in parentesi le questioni di verità, e anzi di attenuare o respingere l'idea stessa di verità. La tolleranza e il rifiuto della chiusura dogmatica -si è sostenuto- potevano fondarsi soltanto sulla rinuncia a presentare le proprie credenze e opinioni come verità. Altri, al contrario, hanno ritenuto che la fedeltà alla propria tradizione e alle proprie convinzioni richiedesse una difesa intransigente anzitutto del concetto di verità, e hanno rivendicato il diritto di presentare come vere le proprie credenze, l'alternativa essendo il cedimento all'aggressione culturale e la perdita del senso del proprio pensare ed agire. Questo dibattito ha stimolato anche l'intervento di filosofi di professione, sia in ambito analitico (Lynch 2004, Boghossian 2006, Marconi 2007)), sia in ambito ermeneutico (Borutti e Fonnesu 2005, Ruggenini 2006), e ha in parte motivato le nuove discussioni sulla relativitià della verità [v.oltre].
Questi interventi si ponevano in continuità con un lavoro di ricerca che negli ultimi decenni è stato intenso, e ha prodotto anche tentativi di sintesi (Kirkham 1992, Volpe 2005), di cui uno particolarmente imponente e quasi enciclopedico (Künne 2003). Un intenso confronto si è sviluppato tra due concezioni della verità, la teoria della corrispondenza (David 1994, Vision 2004) e il deflazionismo (Horwich 1990, 1998, Soames 1999, Field 2001); ma ha continuato a trovare sostenitori anche la tesi dell'indefinibilità del concetto di verità, che sarebbe caratterizzabile soltanto attraverso il suo rapporto con altri concetti quali credenza, asserzione, significato (Davidson 1996), né sono mancati i difensori della concezione epistemica della verità (v. ad es. Putnam 1981) per cui "vero" equivale a "giustificabile in linea di principio" o a qualche altro concetto epistemologico. Per una rassegna aggiornata della discussione sulle diverse concezioni della verità v. Künne 2003, Volpe 2005.
La discussione sulle teorie della corrispondenza ha continuato ad occuparsi di obiezioni tradizionali, come la difficoltà di chiarire la nozione stessa di corrispondenza (v. ad es. Horwich 1990) o l'obiezione detta della "fionda", secondo cui se un enunciato corrisponde a un fatto allora corrisponde a tutti i fatti (l'argomentazione, elaborata da Gödel e indipendentemente da Quine, è analizzata in Neale 2001). Molta attenzione ha ricevuto anche una versione minimale della teoria della corrispondenza, la teoria dei fattori di verità (Mulligan et al.1984, Armstrong 2004), per cui se un enunciato è vero allora c'è qualcosa che lo RENDE vero: secondo alcuni un fatto, secondo altri un oggetto oppure un "tropo", cioè una proprietà intesa non come universale ma come esemplificata da un oggetto (per una rassegna v. Caputo 2005).
Peraltro, anche il deflazionismo va incontro a obiezioni incisive (per una rassegna v. Künne 2003, 4.2). Per esempio quella dell'asimmetria esplicativa (Vision 1997): il deflazionismo non spiega perché diciamo, veridicamente, che 'la neve è bianca' è vero perché la neve è bianca mentre non diciamo (veridicamente) che la neve è bianca perché è vero che la neve è bianca. Questa obiezione sembra esprimere un'ineliminabile intuizione corrispondentista, di cui il deflazionismo non sarebbe in grado di dar conto.
Il corrispondentismo e la teoria dei fattori di verità sono di ispirazione realistica: esprimono la convinzione che la verità sia una proprietà relazionale che mette in rapporto espressioni linguistiche (o entità astratte come le proposizioni) con porzioni di realtà. Al contrario, nella prospettiva antirealista la verità è una proprietà epistemica (asseribilità giustificata, asseribilità in condizioni epistemiche ideali, ecc.). Per decenni l'antirealismo è stato difeso, contro il realismo, da Dummett (ad es. 1991), Prawitz (ad es. 1987) e altri. Più recentemente Chomsky (1995) ha criticato la nozione di riferimento -strettamente associata alla nozione di verità nelle concezioni realistiche- sostenendo che l'assunzione che un'unità lessicale denoti un oggetto del mondo esterno non dà alcun contributo alle strategie esplicative di quella che Chomsky stesso considera la migliore teoria linguistica, e inoltre determina il sorgere di molti problemi imbarazzanti. La posizione di Chomsky ha trovato notevole eco in ambito linguistico e di scienza cognitiva [v.Progetto].
Corrispondentismo e deflazionismo devono fare i conti con i numerosi fenomeni di dipendenza del valore di verità di un enunciato dal CONTESTO in cui esso è usato. La filosofia del linguaggio è stata sensibile a questi fenomeni almeno a partire da Frege (1918). Enunciati come 'Sono stanco', 'Qui fa molto freddo' o 'Ieri pioveva' possono essere considerati veri o falsi solo quando sia determinato, rispettivamente, un parlante, un luogo o un momento del tempo, e il loro valore di verità dipende dai valori di quei parametri. Si usa chiamare 'contesto' l'insieme dei parametri i cui valori contribuiscono a determinare il contenuto espresso da un enunciato, quindi -derivatamente- il suo valore di verità (v. Penco (a c. di) 2002). La teoria dei dimostrativi di Kaplan (1977, 1979) fornisce una sistemazione di questo genere di dipendenza contestuale nell'ambito della semantica formale. Nei casi citati, i parametri sono esplicitamente indicati da costituenti degli enunciati ('ieri', 'qui', la forma flessa di prima persona), ed è il significato linguistico di quei costituenti a guidare l'attribuzione ai parametri di valori determinati, e quindi l'attribuzione di un valore di verità agli enunciati. Ma non sempre è così: si pensi al semplice enunciato 'Piove', che ha un valore di verità solo in relazione a un luogo e un tempo determinato, anche se nessun elemento dell'enunciato indica esplicitamente che sia così (Perry 1986).
Si può pensare che la teoria kaplaniana possa essere estesa a casi di dipendenza contestuale in cui l’enunciato non contiene elementi indicali espliciti, cioè che nella struttura sintattica di un enunciato ci possano essere elementi “nascosti” non visibili a livello di grammatica superficiale. Secondo questa ipotesi, la struttura sintattica o “forma logica” di un enunciato può contenere variabili implicite, il cui funzionamento semantico è analogo a quello degli indicali. Se tutti i casi di dipendenza contestuale sono descrivibili in termini di indicali in questo senso allargato, allora la dipendenza contestuale si riduce alla determinazione del contenuto semantico di un enunciato, guidata dal significato linguistico dei suoi costituenti e da vari fattori tra cui le intenzioni di chi parla e lo sfondo della conversazione. Per chi la vede a questo modo, il significato stabile dei costituenti dell'enunciato ha un ruolo essenziale nella determinazione delle condizioni di verità; altri processi (come quelli descritti dalla teoria griceana delle implicature, Grice 1989) contribuiscono ad arricchire il contenuto comunicativo ma non modificano le condizioni di verità (Kaplan 1989, Stanley 2005, Predelli 2005). Altri hanno assunto una posizione più radicale, sostenendo anzitutto che non è possibile indicare un numero definito di parametri sufficienti a fissare le condizioni di verità di un enunciato in ogni suo contesto d'uso: i parametri pertinenti possono essere determinati solo per ciascun contesto d'uso (Travis 1981). Inoltre, la dipendenza del contenuto dal contesto non riguarda solo certi particolari enunciati in forza di certe loro caratteristiche, ma, in linea di principio, tutti gli enunciati di una lingua. In generale, il significato linguistico non è sufficiente a determinare le condizioni di verità di un enunciato. Questa posizione (per cui v. ad es. Recanati 1993, 2004) porta ad una revisione radicale della distinzione fra semantica e pragmatica e, in ultima analisi, all'abbandono della nozione di significato letterale (per la discussione v. Bianchi (ed.) 2004). Posizioni radicalmente anticontestualiste sono invece difese da Cappelen e Lepore 2005 e Borg 2006.
Il contestualismo è solitamente distinto dal RELATIVISMO, che sostiene la relatività della verità ad un'epoca (storicismo), ad una società o cultura (relativismo socio-antropologico), ad un insieme di criteri o standard epistemici (relativismo epistemico), ad uno schema concettuale (relativismo concettuale) o anche alla valutazione di un singolo individuo (soggettivismo) (per una rassegna delle varie forme di relativismo v.Baghramian 2004). La proposta relativistica più recente (MacFarlane 2005; per una discussione v. Garcia Carpintero e Kölbel (eds.) in c. di pubbl.) è più astratta di quelle tradizionali: non è legata a un dominio specifico (storia, cultura, ecc.) ed è più strettamente dipendente da un’analisi semantica degli enunciati. MacFarlane distingue tra contesto d'uso –la nozione presupposta nelle teorie della dipendenza contestuale- e contesto di valutazione (assessment), e identifica il relativismo con la posizione secondo cui il valore di verità di un enunciato, interpretato in un particolare contesto d’uso, varia in funzione del contesto di valutazione. Ma non è del tutto chiaro che il contesto di valutazione non possa a sua volta essere interpretato come un parametro del contesto d'uso, sicché il relativismo, così inteso, si ridurrebbe a una tesi sulla dipendenza contestuale (Kölbel 2004, Wright in c. di pubbl.). Resta comunque aperto il problema dell'esatta formulazione e della sostenibilità del relativismo sulla verità.
Secondo alcuni (Dummett 1959, Wright 1992) è parte integrante del concetto di verità il suo RUOLO NORMATIVO: la verità è la norma delle asserzioni, nel senso che un parlante è autorizzato ad asserire P solo se P è vero. Che un tale ruolo normativo sia parte del concetto di verità è stato contestato, sostenendo che la verità ha proprietà normative senza essere essa stessa un concetto normativo (Horwich 1998). Altri (Williamson 2000) hanno sostenuto che non la verità ma la conoscenza è la norma delle asserzioni: si è autorizzati ad asserire P solo se si SA che P. Questa discussione è parte di un più ampio dibattito che riguarda la funzione del concetto di verità più che la sua natura, e si colloca all'incrocio fra epistemologia e metafisica: ne fanno parte la questione del rapporto tra verità e trasmissione delle informazioni (Casalegno 2005) e la discussione sul concetto di affidabilità.

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