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PROGRAMMA DI RICERCA
italiano - english
Unità di Ricerca
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Classificazione scientifico-disciplinare
- Area scientifico disciplinare: Scienze politiche e sociali
Classificazione geografica
- Regione: Toscana
Parole Chiave
INNOVAZIONE, BREVETTI, INVENTORI, RETI SOCIALI, SVILUPPO LOCALEGeografia e sociologia dell'innovazione in Italia
Università degli Studi di FirenzeAbstract
Nei nuovi scenari della globalizzazione l’innovazione rappresenta una risorsa chiave per lo sviluppo delle economie avanzate. La concorrenza dei paesi a basso costo del lavoro, infatti, spinge le imprese delle aree più industrializzate ad abbandonare una strategia di competizione basata esclusivamente su fattori di costo. Il processo, tuttavia, è meno lineare e scontato di quanto generalmente si pensi. L’Italia, ad esempio, risulta particolarmente in ritardo su questo fronte.Nonostante il forte sbilanciamento della struttura produttiva verso i settori tradizionali, anche nel nostro Paese esistono comunque imprese e territori orientati verso l’economia della conoscenza. Il ruolo delle istituzioni nella costruzione di queste “vocazioni territoriali” è decisivo, vista la tendenza delle imprese più innovative a concentrarsi laddove possono avvalersi di economie esterne di particolare pregio. La letteratura sui distretti high tech e sui sistemi d’innovazione ha fornito spiegazioni convincenti su questi fenomeni di agglomerazione, mettendo chiaramente in evidenza due aspetti.
a) Il primo è che l’innovazione tecnologica si basa su processi d’interazione che coinvolgono una pluralità di attori ed istituzioni, di tipo economico e non. Le dinamiche d’innovazione si avvalgono infatti di una complessa trama di relazioni che unisce le imprese tra di loro (forme di collaborazione che implicano rapporti di co-progettazione, di subfornitura, di scambio di informazioni e esperienze), così come unisce le imprese e le istituzioni universitarie e di ricerca, le istituzioni specializzate nella finanza per l’innovazione, i governi locali, le fondazioni, ecc..
b) Il secondo aspetto riguarda la dimensione territoriale di questi processi, che lega la performance delle imprese alla presenza di un ricco tessuto di attività produttive e di beni collettivi locali. La prossimità geografica, infatti, facilita l’integrazione del “sapere tacito/contestuale” e di quello “codificato”, producendo consistenti economie di agglomerazione nella generazione di conoscenze, che si trasformano in vantaggi competitivi per le aziende. Ciò non esclude il ruolo di reti “lunghe”, extra-locali, ma è la combinazione di reti corti, locali, e di reti “lunghe” a favorire l’innovazione.
Gli studi finora compiuti, specie nel campo dell’economia dell’innovazione, hanno prevalentemente analizzato i punti sopra indicati. La strategia analitica più diffusa si basa su modelli econometrici e sulla verifica, tramite correlazioni statistiche, del legame tra diffusione dell’output innovativo (di solito misurato con i brevetti) e indicatori di economie esterne (presenza di altre imprese specializzate, di capitale umano qualificato, di strutture formative e di ricerca, ecc.). Tuttavia, risultano ancora poco approfonditi i “meccanismi” attraverso cui il contesto socio-istituzionale, a livello nazionale e locale, si connette alle scelte dei soggetti innovatori e alle reti di rapporti che legano gli attori dei sistemi d’innovazione (imprenditori, “inventori”, aziende, università, istituzioni pubbliche ecc.). Il progetto di ricerca che viene proposto intende gettare più luce sulla “scatola nera” dell’innovazione, cercando di ricostruire come essa prenda concretamente forma nel rapporto tra un particolare contesto (territoriale e aziendale) e specifiche caratteristiche socio-professionali e relazionali degli inventori. In altre parole, si tratta di ricostruire meccanismi di causazione che colleghino più efficacemente livello macro e livello micro, attori dell’innovazione e sistema.
L’ipotesi di fondo su cui si basa la ricerca è che lo spostamento verso le attività innovative, oggi dipende molto dalla capacità di costruzione sociale dell'innovazione; in altri termini, dalla integrazione efficace tra il capitale umano e relazionale degli innovatori interni alle aziende con i beni collettivi e le risorse provenienti dall’esterno (dal contesto locale ed extra-locale). L’indagine che proponiamo avrà due obiettivi principali. In primo luogo intende studiare i contesti dell’innovazione, esplorandone sia l’aspetto territoriale che quello organizzativo. In particolare, vogliamo individuare:
a) i “poli innovativi” presenti in Italia;
b) i fattori socio-istituzionali che favoriscono la proliferazione delle attività high tech in certe aree territoriali e non in altre;
c) le caratteristiche delle imprese più innovative e le scelte organizzative che le contraddistinguono.
In secondo luogo, intendiamo studiare gli attori dell’innovazione (imprenditori e inventori), ricostruendo:
a) il profilo personale e professionale degli “innovatori”;
b) la dimensione relazionale legata al lavoro e al tempo libero;
c) la trama specifica di relazioni formali e informali attraverso la quale ha preso forma l’invenzione/scoperta. <<<
Coordinatore Scientifico del Programma di Ricerca
Carlo Trigilia Università degli Studi di FIRENZEObiettivo del Programma di Ricerca
Nei nuovi scenari della globalizzazione l’innovazione rappresenta una risorsa chiave per lo sviluppo delle economie avanzate. La concorrenza dei paesi a basso costo del lavoro, infatti, spinge le imprese delle aree più industrializzate ad abbandonare una strategia di competizione basata esclusivamente su fattori di costo. Il processo, tuttavia, è meno lineare e scontato di quanto generalmente si pensi. L’Italia, ad esempio, risulta particolarmente in ritardo su questo fronte.Un ritardo che emerge chiaramente guardando i dati provenienti dall’European Innovation Scoreboard. Questo strumento elaborato dalla Commissione Europea per monitorare annualmente i risultati della “strategia di Lisbona”, si basa su un set di 26 indicatori che misurano la prestazione dei “sistemi nazionali della ricerca e dell’innovazione” su diversi versanti: a) quello degli input dell’innovazione; b) quello degli output; c) quello della performance complessiva.
Guardano la collocazione nelle rispettive graduatorie, l’Italia si posiziona al 20° posto (nell’Europa a 25) sul fronte degli input (laureati in materie scientifiche, spese in R&S ecc.), al 13° posto su quello dell’output (occupazione ed esportazioni nei settori high tech; innovazioni di prodotto; ecc.). La troviamo poi al 15° posto nella classifica complessiva, con un punteggio (0,36) che la colloca al di sotto della media europea (0,42) e a notevole distanza dai paesi più avanzati. Lontano non solo dagli Stati Uniti (0,60) e dal Giappone (0,65), ma anche dal drappello delle 5 european leading countries: Svezia (0,72); Svizzera (0,71); Finlandia (0,68); Danimarca (0,60); Germania (0,58).
Nonostante il forte sbilanciamento della struttura produttiva verso i settori tradizionali, anche nel nostro Paese esistono comunque imprese e territori orientati verso l’economia della conoscenza. Si tratta tuttavia di esperienze ancora limitate sia in termini assoluti che relativi. Nel 2004 solamente 323 mila addetti alle unità locali erano occupati nei settori manifatturieri ad alta tecnologia (il 2% di quelli rilevati nel registro Asia-Ul). Inoltre, appena 86 dei 686 sistemi locali del lavoro risultavano specializzati nelle attività high tech, in base al quoziente di localizzazione (Lq).
Il ruolo delle istituzioni nella costruzione di queste “vocazioni territoriali” è decisivo, vista la tendenza delle imprese più innovative a concentrarsi laddove possono avvalersi di economie esterne di particolare pregio. La letteratura sui distretti high tech e sui sistemi d’innovazione ha fornito spiegazioni convincenti su questi fenomeni di agglomerazione, mettendo chiaramente in evidenza due aspetti.
a) Il primo è che l’innovazione tecnologica si basa su processi d’interazione che coinvolgono una pluralità di attori ed istituzioni, di tipo economico e non. Le dinamiche d’innovazione si avvalgono infatti di una complessa trama di relazioni che unisce le imprese tra di loro (forme di collaborazione che implicano rapporti di co-progettazione, di subfornitura, di scambio di informazioni e esperienze), così come unisce le imprese e le istituzioni universitarie e di ricerca, le istituzioni specializzate nella finanza per l’innovazione, i governi locali, le fondazioni, ecc..
b) Il secondo aspetto riguarda la dimensione territoriale di questi processi, che lega la performance delle imprese alla presenza di un ricco tessuto di attività produttive e di beni collettivi locali. La prossimità geografica, infatti, facilita l’integrazione del “sapere tacito/contestuale” e di quello “codificato”, producendo consistenti economie di agglomerazione nella generazione di conoscenze, che si trasformano in vantaggi competitivi per le aziende. Ciò non esclude il ruolo di reti “lunghe”, extra-locali, ma è la combinazione di reti corti, locali, e di reti “lunghe” a favorire l’innovazione.
Gli studi finora compiuti, specie nel campo dell’economia dell’innovazione, hanno prevalentemente analizzato i punti sopra indicati. La strategia analitica più diffusa si basa su modelli econometrici e sulla verifica, tramite correlazioni statistiche, del legame tra diffusione dell’output innovativo (di solito misurato con i brevetti) e indicatori di economie esterne (presenza di altre imprese specializzate, di capitale umano qualificato, di strutture formative e di ricerca, ecc.). Tuttavia, risultano ancora poco approfonditi i “meccanismi” attraverso cui il contesto socio-istituzionale, a livello nazionale e locale, si connette alle scelte dei soggetti innovatori e alle reti di rapporti che legano gli attori dei sistemi d’innovazione (imprenditori, “inventori”, aziende, università, istituzioni pubbliche ecc.). Il progetto di ricerca che viene proposto intende gettare più luce sulla “scatola nera” dell’innovazione, cercando di ricostruire come essa prenda concretamente forma nel rapporto tra un particolare contesto (territoriale e aziendale) e specifiche caratteristiche socio-professionali e relazionali degli inventori. In altre parole, si tratta di ricostruire meccanismi di causazione che colleghino più efficacemente livello macro e livello micro, attori dell’innovazione e sistema.
In Italia non esistono ricerche esaustive sull’innovazione, specialmente nei comparti high tech. Raramente infatti la complessa architettura che sostiene i processi d’innovazione è stata adeguatamente analizzata sia a “livello macro”, ricostruendo l’articolazione territoriale e le logiche di agglomerazione delle “imprese innovative”, che a “livello micro”, analizzando le imprese e gli “attori dell’innovazione” (imprenditori e inventori). Il progetto di ricerca che viene proposto intende fornire un contributo di conoscenza su questi temi, confrontandosi con le ipotesi elaborate dalla letteratura scientifica sia di taglio sociologico che economico.
L’ipotesi di fondo su cui si basa la ricerca è che lo spostamento verso le attività innovative, oggi dipende molto dalla capacità di costruzione sociale dell'innovazione; in altri termini, dalla integrazione efficace tra il capitale umano e relazionale degli innovatori interni alle aziende con i beni collettivi e le risorse provenienti dall’esterno (dal contesto locale ed extra-locale).L’economia contemporanea, infatti, risulta sempre più relazionale: è più aperta a fattori non di mercato, meno governabili solo con relazioni contrattuali, e più basati invece su condizioni di contesto che facilitano la cooperazione tra soggetti individuali e collettivi. Non tutti i territori sono però ugualmente attrezzati per svolgere questa funzione. Anche sul fronte aziendale si osserva un’analoga variabilità. La pluralità di scelte organizzative, la diversa dotazione di capitale umano e di capitale sociale, infatti, influenza la capacità delle imprese di mettere a frutto le opportunità offerte dal contesto. A questo proposito un ruolo cruciale assume il cosiddetto “innovatore aziendale”. Si tratta di una figura di particolare rilievo - individuata dagli studi sull’innovazione industriale - che svolge una delicata funzione di coordinamento, tenendo sotto controllo tutte le relazioni e tutte le fasi del processo innovativo.
L’indagine che proponiamo avrà due obiettivi principali. In primo luogo intende studiare i contesti dell’innovazione, esplorandone sia l’aspetto territoriale che quello organizzativo. In particolare, vogliamo individuare:
a) i “poli innovativi” presenti in Italia;
b) i fattori socio-istituzionali che favoriscono la proliferazione delle attività high tech in certe aree territoriali e non in altre;
c) le caratteristiche delle imprese più innovative e le scelte organizzative che le contraddistinguono.
In secondo luogo, intendiamo studiare gli attori dell’innovazione (imprenditori e inventori), ricostruendo:
a) il profilo personale e professionale degli “innovatori”;
b) la dimensione relazionale legata al lavoro e al tempo libero;
c) la trama specifica di relazioni formali e informali attraverso la quale ha preso forma l’invenzione/scoperta. <<<
Risultati parziali attesi
In Italia esistono poche ricerche sull’innovazione, specialmente nei comparti high tech. Si tratta di lavori di taglio prevalentemente econometrico, tendenti a valutare l’associazione dei brevetti a particolari caratteristiche dell’ambiente aziendale e territoriale. Più in particolare appaiono carenti analisi di taglio sociologico che tengano insieme il livello macro e micro: ovvero lo studio dell’articolazione territoriale e delle logiche di agglomerazione dei fenomeni innovativi, insieme a quello delle imprese e degli “attori dell’innovazione” (imprenditori e inventori). Il progetto di ricerca intende perciò fornire un contributo di conoscenza su questi temi, confrontandosi con le tesi elaborate sia dalla letteratura sociologica che da quella economica.Ricapitolando brevemente quanto già illustrato nelle sezioni precedenti, l’ipotesi da cui parte la ricerca è che lo spostamento verso attività e servizi più innovativi oggi dipende molto dalla capacità di costruzione sociale dell'innovazione e che questa è legata ai beni collettivi disponibili a livello locale che accrescono le economie esterne legate alla generazione di nuove conoscenze. L’economia contemporanea, infatti, risulta sempre più relazionale: è più aperta a fattori non di mercato, meno governabili solo con relazioni contrattuali, e più basati invece su condizioni di contesto che facilitano la cooperazione tra soggetti individuali e collettivi. L'innovazione e la ricerca della qualità dipendono meno dalle singole aziende isolate, e sono invece maggiormente radicate nella capacità del contesto istituzionale locale di offrire un ambiente favorevole: economie esterne materiali e immateriali (infrastrutture, servizi, ricerca, formazione, ma anche qualità sociale e urbana, reti cooperative tra imprese e capacità di collaborazione tra attori pubblici e privati nel governo dei territori). In altri termini, i sistemi produttivi locali alimentano la costruzione sociale dell'innovazione, offrendo beni collettivi di cui i singoli attori hanno più bisogno, ma che non sono in grado di produrre da soli.
D’altra parte i concreti processi d’innovazione dipendono molto anche dalle modalità di organizzazione delle imprese e dal capitale umano e relazionale di cui possono avvalersi, che ne differenziano notevolmente l’abilità di mettere a frutto le opportunità offerte dal contesto. In breve il “capitale creativo” dei territori e degli attori economici che vi operano, dipende molto dalla capacità di integrare gli assets e il capitale umano interni alle aziende con le risorse provenienti dall’esterno: non solo dal contesto locale (reti corte), ma anche da quello extra-locale (reti lunghe).
Viste queste premesse, i risultati che la ricerca si attende di conseguire sono sia di tipo descrittivo che esplicativo. Sul versante descrittivo, l’indagine intende ricostruire l’intensità e la distribuzione territoriale dei fenomeni innovativi nel nostro Paese, in particolare nei settori high tech. Sul versante esplicativo, l’obiettivo è di raccogliere informazioni sistematiche sul contesto socio-territoriale, su quello organizzativo-aziendale e sugli attori dell’innovazione, in modo da ricostruire i meccanismi sociali che governano questi processi. L’architettura complessiva della ricerca, inoltre, mira a colmare il gap conoscitivo che separa le riflessioni di livello “macro”, che si concentrano sulla dimensione socio-istituzionale dell’innovazione, da quelle più “micro” che si focalizzano sugli aspetti personali e relazionali di questi fenomeni.
Riteniamo, infine, che i risultati dell’indagine possano fornire un utile contributo conoscitivo, non solo sotto il profilo teorico ma anche per la messa a punto di adeguati strumenti di intervento. Infatti, una efficace politica per l’innovazione passa oggi non solo dal sostegno alle singole imprese, ma dalla costruzione di ambienti sociali che ne facilitino la cooperazione e l’apprendimento. La formazione di sistemi locali innovativi è certo influenzata dalla storia e dalla geografia, ma può essere promossa da interventi intenzionali intelligenti e da buone politiche. Se l’innovazione è una costruzione sociale, occorre pensare anche a politiche capaci di promuovere la mobilitazione e la cooperazione efficace tra i soggetti locali: la formazione di buone reti per l’innovazione. <<<
Durata
24 mesiBase di partenza scientifica nazionale o internazionale
Nelle condizioni di funzionamento dell’economia contemporanea la dimensione sociale e relazionale dell’innovazione tende a diventare sempre più importante rispetto a quella più strettamente aziendale, e con essa aumenta anche il radicamento locale dei processi innovativi. L’innovazione non riguarda solo la soluzione più efficace di un problema ma la scoperta di nuovi problemi. Non si tratta di trovare il modo più efficiente di percorrere una strada, ma di scoprire nuove strade. In questo senso l’innovazione ha una fondamentale componente interpretativa e dialogica, riguarda interazioni efficaci, o “conversazioni” – come le hanno chiamate di recente Lester e Piore – tra più soggetti con esperienze diverse che potenziano l’apprendimento e la scoperta. Ma per funzionare le conversazioni richiedono una componente informale e di interazione diretta che chiama in causa la vicinanza territoriale.Anche in passato, negli assetti sociali e produttivi dominati dal fordismo, c’era una costruzione sociale dell’innovazione, ma essa era legata più al mondo delle grande aziende che dei territori, proprio perché l’impresa verticalmente integrata era per sua natura più autonoma dal contesto ambientale. Dominava l’ambiente più che esserne tributaria. Le cose sono cambiate negli ultimi decenni del 900. L’innovazione fordista aveva tempo, poteva permettersi ritmi lenti di introduzione e diffusione. Il mondo post-fordista è diverso. I mercati si differenziano e diventano più instabili, aumenta la concorrenza dei paesi emergenti nelle attività più standardizzate.
L’innovazione diventa la risorsa chiave per le imprese dei paesi più avanzati, che non possono competere più sui costi del lavoro con quelli meno sviluppati. Ma i tempi dell’innovazione si fanno più brevi e i suoi costi e i suoi rischi crescono quanto più le traiettorie tecnologiche sono aperte e i mercati sono incerti e variabili. Le imprese che perseguono la strada dell’innovazione non possono assumersi da sole questi costi e rischi crescenti. Devono condividerli con altre imprese specializzate, devono aprirsi di più alle collaborazioni esterne. Le architetture possono essere diverse: le grandi o medie imprese organizzate a rete con collaboratori esterni, o le reti di piccole imprese e i distretti. In ogni caso, l’economia che punta sull’innovazione si fa più relazionale. L’apprendimento e la scoperta di nuove strade si basa cioè su reti di relazioni formali e informali tra soggetti operanti in imprese radicate in un determinato territorio. Si formano così dei sistemi locali dell’innovazione in cui si concentrano piccole e medie imprese che collaborano tra di loro, ma anche grandi aziende che operano in settori oligopolistici, con volumi di produzione più ampi e economie di scala, tendono a collocare le loro antenne dell’innovazione in questi poli. Basti pensare agli esempi più noti come la Silicon Valley a ridosso dell’ Università di Stanford o al polo delle biotecnologie intorno ad Harvard e al MIT a Boston. Ma le attività innovative in genere tendono ad un forte radicamento territoriale.
In questi nuovi scenari, la diffusione e la qualità di economie esterne alle singole imprese, ma interne ad una determinata area, acquistano dunque un peso cruciale per le aziende. Le economie esterne si possono considerare come il frutto di beni collettivi locali che aumentano la competitività delle imprese situate in un determinato territorio, sia perché ne abbassano i costi, sia perché possono accrescere la loro capacità di innovazione. Ci possono essere beni che creano economie esterne nel campo della produzione per il mercato, e abbassano appunto i costi (per esempio: manodopera specializzata, infrastrutture e servizi). Altri beni collettivi favoriscono invece la generazione di nuove conoscenze e l’apprendimento, e sono quelli più rilevanti per le attività innovative.
E' evidente il rilievo di questo tipo di beni collettivi per le imprese specializzate in settori ad alta tecnologia, per le quali l'innovazione è più strettamente legata alla possibilità di incorporare i progressi continui nel campo della ricerca scientifica. Ma i beni collettivi legati alla generazione di conoscenza crescono d’importanza anche per i distretti industriali tradizionali che si riorganizzano efficacemente. In essi molte fasi produttive manifatturiere vengono delocalizzate, ma le attività di progettazione, di organizzazione del processo produttivo, di controllo dei mercati - insomma le fasi più innovative – si potenziano e tendono ancor di più a territorializzarsi, cioè a concentrarsi in specifici sistemi locali specializzati.
Le spinte alla globalizzazione, infatti, hanno conseguenze contraddittorie sui processi produttivi. Da un lato, esse comportano una maggiore facilità di accesso alla conoscenza codificata, cioè a quella conoscenza che può essere incorporata nelle macchine, appresa nelle scuole, o raccolta e trasmessa con i mezzi di comunicazione, attraverso le pubblicazioni o anche con mezzi a rapida diffusione come Internet. Ciò porta ad accrescere la concorrenza su produzioni che incorporano un'elevata quantità di conoscenze standardizzate, facilmente riproducibili ed esposte ad una competizione di costo. Dall'altro lato, si amplia però lo spazio per innovazioni capaci di valorizzare una conoscenza non codificata o tacita, che non è facile riprodurre.
Questa conoscenza è specifica di un certo contesto: un'organizzazione o un determinato territorio. Gli attori coinvolti in tali ambienti condividono, attraverso la loro interazione diretta, particolari codici e sviluppano routines e convenzioni che li aiutano ad assorbire e a trasformare la conoscenza standardizzabile in nuova conoscenza per l’innovazione. Si può così costruire un vantaggio competitivo per un determinato territorio, e si affermano dei sistemi locali innovativi che vanno dalla specializzazione nei settori ad alta tecnologia – come l’informatica, le biotecnologie, la produzione dei media – ad altri considerati più tradizionali – come quelli tipici del made in Italy – dove la ricerca di qualità si lega sempre più all’innovazione.
Ma da cosa derivano questi vantaggi competitivi? Innanzitutto occorre considerare un primo tipo di economie esterne: l'accesso alla ricerca e le possibilità di collegamento con strutture scientifiche e universitarie. Un secondo tipo riguarda la disponibilità di fornitori specializzati di beni e servizi per le imprese e la presenza di operatori specializzati nel settore dei servizi avanzati (nei servizi finanziari, specie nella forma del venture capital, in quelli di assistenza agli start-up, e in quelli legati al marketing). Un terzo tipo di esternalità positive, è legato alla qualità del contesto. Naturalmente, la disponibilità di aree adeguatamente attrezzate o di parchi tecnologici, così come di adeguate infrastrutture di comunicazione è importante per le imprese. Ma per i sistemi produttivi high tech e per i distretti innovativi sembra esservi una specificità aggiuntiva. In questi casi la qualità socio-culturale e ambientale è particolarmente rilevante. Tale fattore incide infatti sulla capacità di attrarre - e di trattenere - specialisti altamente istruiti e qualificati, con le loro famiglie; e anche studenti stranieri che, come mostrano le ricerche, alimentano spesso la formazione di imprese innovative (un aspetto sul quale ha attirato molto l’attenzione il sociologo Richard Florida). La qualità dell’ambiente quindi condiziona le possibilità che si formino comunità professionali innovative. Ciò può aiutare anche a spiegare perché la localizzazione in città di medie dimensioni, con ricche istituzioni formative, scientifiche e culturali, e con un buona qualità ambientale e sociale, è spesso un'alternativa per i sistemi locali dell’innovazione, rispetto a quella nelle grandi aree metropolitane (si pensi a Oxford, a Cambridge, a Basilea, a Colonia o a Grenoble). <<<



