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PROGRAMMA DI RICERCA
italiano - english
Unità di Ricerca
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Classificazione scientifico-disciplinare
- Area scientifico disciplinare: Scienze politiche e sociali
Classificazione geografica
- Regione: Veneto
Parole Chiave
CAPITALE UMANO, CAPITALE SOCIALE, SOCIALIZZAZIONE, RIFLESSIVITÀ, DISCONTINUITÀRisorse Educative, Discontinuità e Riorganizzazione del Capitale Umano
Università degli Studi di PadovaAbstract
La ricerca che proponiamo è centrata sul legame tra contesti sociali, “tipi” umani che emergono dai percorsi di socializzazione nelle società complesse (con particolare riferimento alla società italiana contemporanea) e capacità soggettiva di sintetizzare, accrescere e rigenerare il proprio “capitale umano” lungo il corso della vita.In questo quadro, la nostra attenzione va anzitutto al soggetto umano e alla sua capacità di sviluppare un’identità personale e sociale coerente, attraverso un percorso complesso e rischioso, carico di incertezze e di precarietà simbolica oltre che materiale. Va, inoltre, alle varie situazioni sociali che condizionano la riuscita di tale operazione di costruzione dell’identità.
Le domande fondamentali sono dunque le seguenti: a quali condizioni e in quali modalità l’identità personale e sociale dei giovani emerge come capacità di dare un senso compiuto e relativamente coerente alla propria esistenza nella società? Perché, ad esempio, dalle medesime condizioni di partenza emergono spesso nei soggetti esiti estremamente divergenti in termini di integrazione sociale nei contesti della vita adulta?
Dal punto di vista operativo, i concetti evocati negli obiettivi e nello stato dell’arte entrano in gioco nel nostro progetto nelle seguenti modalità specifiche.
Tre sono i nodi fondamentali:
1) le agenzie di socializzazione e le loro influenze condizionanti e abilitanti;
2) il tipo di identità personale e sociale e il tipo di capitale umano che emerge dai percorsi socializzativi;
3) la riflessività umana, come elemento attivo e operatore della “costruzione soggettiva”, che pensiamo come nesso tra forme di capitale sociale e capitale umano.
Il legame che li connette nel disegno della nostra ricerca è il seguente:
(1) osserviamo il soggetto umano come emergente da un percorso di socializzazione – la cui coerenza ovviamente non può essere affatto garantita a priori – che passa per “ambienti dell’azione” o sfere sociali diverse. Noi le riconduciamo sinteticamente a tre ambiti: la famiglia, le agenzie e i soggetti extra-familiari (ulteriormente articolate in scuola, comunità religiose, altre esperienze socializzative formalizzate), e infine le reti di relazioni informali (amicizia, vicinato, e altro). Tutte queste sfere sociali producono un “capitale” sociale e culturale che viene reso disponibile ai soggetti, in maggiore o minore quantità e qualità.
(2) Attraverso questo lavoro di rete emerge l’identità personale e sociale; emerge in altri termini un soggetto umano capace di orientarsi (di trovare un senso) nella complessità sociale. Noi non faremo qui ipotesi forti circa un qualche “tipo umano” ben preciso, preferendo procedere in modo più induttivo e aperto. Precisiamo, però, le dimensioni lungo le quali la “sensatezza” di questo corso di vita può manifestarsi. Useremo per questo lo schema delle “tre dimensioni del senso” (impiegato da N. Luhmann in molte sue opere), domandandoci: (i) come il soggetto definisca sé stesso; (ii) come definisca le sue relazioni con l’altro e il loro significato per identificare sé stesso; (iii) in che modo proietti la propria identità nel tempo. Da questa ipotesi “a maglie larghe” non ci aspettiamo che emerga il profilo di uno e un solo “tipo di personalità”, ma molteplici strategie e percorsi, con relative, diverse competenze e probabilità di riuscita che i soggetti avranno nella loro impresa di “diventare sé stessi”.
(3) La “riflessività” è qui intesa come variabile che interviene in questo processo e attraverso cui il soggetto – tra condizionamenti strutturali e “premure” (concerns) fondamentali – tenta di “posizionarsi” e “muoversi” nel contesto sociale complesso in cui vive, tenta cioè di “fare la sua strada nel mondo” (Archer 2007).
I risultati attesi dalla ricerca che presentiamo si situano su piani diversi. Su tutti questi piani la rete di ricerca organizzerà opportune iniziative per la disseminazione dei risultati nei vari contesti – accademici, istituzionali e di società civile – potenzialmente interessati.
Possiamo distinguere in linea generale il contributo:
(1) alla conoscenza sociologica in particolare, e più complessivamente allo studio interdisciplinare dei fenomeni in oggetto, e quello
(2) riconducibile alle possibili applicazioni pratiche dei nostri esiti di ricerca.
Dal punto di vista concettuale, l’impostazione adottata permette un notevole raffinamento del concetto di capitale umano.
Dal punto di vista teorico-formale, la nostra ricerca applica alcune recenti elaborazioni teoriche nel campo della socializzazione e permette di avanzare nella conoscenza dei processi di mediazione soggettiva delle situazioni e dei condizionamenti sociali. Dal punto di vista teorico-sostantivo, la ricerca ci permette di avanzare nella conoscenza dei particolari fenomeni e delle situazioni studiate. A livello di policy, il tema delle forme di costruzione del capitale umano è poi di grande rilievo a vari livelli di intervento. <<<
Coordinatore Scientifico del Programma di Ricerca
Silvio Scanagatta Università degli Studi di PADOVAObiettivo del Programma di Ricerca
La ricerca che proponiamo è centrata sul legame tra contesti sociali, “tipi” umani che emergono dai percorsi di socializzazione nelle società complesse (con particolare riferimento alla società italiana contemporanea) e capacità soggettiva di sintetizzare, accrescere e rigenerare il proprio “capitale umano” lungo il corso della vita.In questo quadro, la nostra attenzione va anzitutto al soggetto umano e alla sua capacità di sviluppare un’identità personale e sociale coerente, attraverso un percorso complesso e rischioso, carico di incertezze e di precarietà simbolica oltre che materiale. Va, inoltre, alle varie situazioni sociali che condizionano la riuscita di tale operazione di costruzione dell’identità.
Le domande fondamentali sono dunque le seguenti: a quali condizioni e in quali modalità l’identità personale e sociale dei giovani emerge come capacità di dare un senso compiuto e relativamente coerente alla propria esistenza nella società? Perché, ad esempio, dalle medesime condizioni di partenza emergono spesso nei soggetti esiti estremamente divergenti in termini di integrazione sociale nei contesti della vita adulta? (su questa “divergenza” si veda ad esempio la recente, importante ricerca di Laub e Sampson, 2006)
C’interessa dunque scoprire qualcosa di più di quanto oggi è noto circa le condizioni e le modalità in cui i soggetti che abitano le società complesse “navigano” entro le differenti reti sociali a cui partecipano. Talora i soggetti riescono a impiegarne efficacemente il “capitale sociale” per costruire la propria identità e in ultima analisi se stessi come “capitale umano”, a volte invece no. Osserveremo questo legame in quanto è mediato dalla riflessività dei soggetti umani.
Per chiarire i processi generativi di questa mediazione intendiamo sfruttare la particolare portata euristica di alcune situazioni particolari in cui i soggetti possono trovarsi, precisamente di eventi e circostanze che rappresentano “discontinuità” forti nella vita delle persone. Un esempio è la rottura del nucleo familiare, oppure la migrazione, o ancora situazioni diverse che comunque impongono la necessità di un ri-orientamento forte della propria esistenza, la capacità di ridefinire le proprie priorità e obiettivi fondamentali, e uno sforzo per ricuperare e rendere operative, nella nuova situazione, tutta una serie di risorse simboliche acquisite in precedenza. Tentiamo ora di articolare più dettagliatamente gli obiettivi menzionati.
L’obiettivo principale, come accennato sopra, è quello di comprendere il “meccanismo” attraverso cui i soggetti “costruiscono e investono se stessi” come capitale umano in una situazione sociale di elevata complessità.
L’idea in breve è la seguente: pensiamo il processo di socializzazione/educazione, dal punto di vista del soggetto, come esposizione a molteplici risorse educative/socializzative, di vario genere: valori, norme, competenze cognitive e comportamentali, eccetera. L’esposizione avviene naturalmente in situazioni diverse: per esempio formalizzate o informali, entro agenzie ad hoc o in situazioni sociali varie.
I soggetti esposti a queste risorse, lungo il corso della vita, se ne appropriano, le accumulano, le elaborano e sintetizzano, le “investono” in contesti particolari, e poi le rigenerano nel tempo. Queste risorse sono riassumibili come capitale sociale e capitale culturale disponibile.
In questo modo essi a poco a poco si auto-investono nei vari contesti della vita sociale, ad esempio (ma non solo) quello del lavoro e delle relative scelte professionali.
Questa complessa operazione non riguarda – malgrado il linguaggio apparentemente economico ora impiegato – soltanto o primariamente le relazioni dei soggetti con il sistema dell’economia e delle professioni. A essere coinvolto è complessivamente il “tipo di persone” che questi soggetti saranno, e il successo o insuccesso della loro intrapresa esistenziale. Tutto questo può essere visto come un processo attraverso cui essi riescono a costruire se stessi come “capitale umano”.
Nelle scienze sociali manca ancora una spiegazione soddisfacente di questo processo.
Assumendo un approccio non-deterministico, l’idea è che queste risorse educative – e più in generale i condizionamenti positivi e negativi delle sfere sociali entro cui i soggetti sono inscritti – non operino in modo automatico. Si tratta invece di un complesso movimento, che dura per l’intero corso della vita, e che chiama in causa la soggettività della persona e si articola in molteplici momenti riflessivi. Il soggetto deve individuare delle priorità esistenziali; soltanto in relazione a questi obiettivi soggettivamente validi le risorse a cui si è esposti, o la mancanza che se ne avverte, i vincoli e le opportunità in cui si è immersi diventano abilitanti od ostacolanti. Lo diventano solo in relazione a un progetto di vita, più o meno esplicito, che “sta a cuore” al soggetto. Occorre poi elaborare una strategia per selezionare le risorse necessarie, appropriarsene, e “investirle” in modo adeguato, stabilendo dei corsi d’azione concreti che si ritengono coerenti con gli obiettivi.
In tutto questo è la soggettività e la riflessività umana ad agire, in rapporto alla situazione e ai suoi vincoli. Il nostro obiettivo primario è descrivere e spiegare alcune modalità in cui ciò avviene nella nostra società.
Alcune osservazioni precisano e delimitano il nostro discorso.
a) Naturalmente tale processo è altamente contingente, per molte ragioni. Anzitutto per la fallibilità dei soggetti e della loro capacità progettuale di calcolare e di investire se stessi in modo corretto e realistico. In secondo luogo, perché questa stessa capacità soggettiva è in sé contingente: è a sua volta una “competenza” e può essere più o meno sviluppata ed esplicita in soggetti diversi, così come lo è la loro penetrazione discorsiva dei contesti in cui si trovano e delle proprie stesse preferenze e finalità;
b) non ci proponiamo di spiegare in modo esaustivo come gli individui fanno tutto questo, o tutti i modi possibili di compiere queste operazioni di “auto-costruzione” e conferimento di senso alla propria esperienza. Intendiamo far emergere alcune forme e modalità in cui questo sta avvenendo, sottolineando i casi in cui l’operazione può dirsi compiuta “con successo” e tentando di capire perché;
c) con questo vorremmo illuminare le forme della razionalità che i soggetti manifestano nello strutturare il loro corso di vita. Utilizziamo come concetto catalizzatore quello di “capitale umano” in quanto esso esprime bene la relazione tra risorse acquisite e progetto di vita (certe risorse e competenze sono capitale “per qualcosa”, mentre sarebbero insignificanti per qualcos’altro). Ciò non significa assumere una prospettiva di “scelta razionale”, in senso economico o generalizzato. Siamo anzi dell’idea che il processo di costruzione del sé che tentiamo di spiegare non sia riducibile a un’operazione di razionalità strumentale, ma che anche la “razionalità al valore” si manifesti sempre, in una certa misura, nei corsi di vita dei soggetti, e che sia possibile comprendere in che modo essa operi, nelle condizioni non di una società tradizionale, ma di una società complessa e globale.
In tutte queste dimensioni dell’indagine, l’integrazione della prospettiva sociologica e di quella psicologica costituisce da un lato uno strumento per rendere l’analisi più soddisfacente, dall’altro a suo modo un ulteriore obiettivo sotto l’aspetto metodologico, epistemologico e della concettualità impiegata.
Tutto questo ci pare di forte interesse sia sul piano teorico, sia a livello pratico, da molteplici punti di vista, che vorremmo chiarire nella successiva sezione 15 di questo modello A (Risultati attesi dalla ricerca, il loro interesse per l’avanzamento della conoscenza e le eventuali potenzialità applicative). <<<
Risultati parziali attesi
I risultati attesi dalla ricerca che presentiamo si situano su piani diversi. Su tutti questi piani la rete di ricerca organizzerà opportune iniziative per la disseminazione dei risultati nei vari contesti – accademici, istituzionali e di società civile – potenzialmente interessati.Possiamo distinguere in linea generale il contributo:
(1) alla conoscenza sociologica in particolare, e più complessivamente allo studio interdisciplinare dei fenomeni in oggetto, e quello
(2) riconducibile alle possibili applicazioni pratiche dei nostri esiti di ricerca.
(1) Il contributo alla conoscenza nel campo delle scienze sociali
L’indagine che proponiamo può fornire molteplici contributi all’avanzamento della conoscenza in campo sociologico e scientifico-sociale in genere. Tentiamo di seguito di specificarne alcuni.
a) dal punto di vista concettuale, l’impostazione adottata permette un notevole raffinamento del concetto di capitale umano. In particolare, la nostra tematizzazione intende superare le parzialità degli approcci economici (senza negarne il contributo e la rilevanza), con i corrispondenti rischi: quello di pensare al “capitale umano” in un senso tutto strumentale, esclusivamente riferito al sistema economico e all’impiegabilità dell’individuo, o ancora di confonderlo con il capitale culturale, come accade quando lo si identifica con le competenze cognitive acquisite – a scuola, in famiglia o altrove – e spendibili sul mercato del lavoro.
La nozione di capitale umano che puntiamo a elaborare è invece:
(i) comprensiva e multidimensionale, in quanto incorpora la “competenza riflessiva” umana nei suoi vari aspetti, incluse la razionalità strumentale e la razionalità al valore;
(ii) relazionale, in quanto emerge come connessione di tale riflessività con un preciso contesto organizzativo e istituzionale, rispetto al quale – oltre che rispetto ai progetti di vita individuali – il soggetto considera se stesso e può essere considerato “capitale”.
b) dal punto di vista teorico-formale, la nostra ricerca applica alcune recenti elaborazioni teoriche nel campo della socializzazione e permette di avanzare nella conoscenza dei processi di mediazione soggettiva delle situazioni e dei condizionamenti sociali. Ciò rappresenta uno spunto interessante per esplicitare ed elaborare un nuovo paradigma della socializzazione, anch’esso multidimensionale e connettivo, che tenga insieme la realtà del sociale con i suoi condizionamenti e la realtà dell’umano con le sue proprietà emergenti personali. Articolare, completare e arricchire di ricerca empirica un tale paradigma costituisce oggi un’impresa innovativa per la sociologia, che spinge la teoria sociale oltre le contrapposizioni del passato tra visioni iper-socializzate e ipo-socializzate dell’umano – nelle loro varie forme. In particolare, si profila non più solo una critica, ma una nuova proposta sistematica che vada oltre i modelli funzionalistici e quelli della scelta razionale in una direzione realistico-critica, relazionale e personalizzante.
c) dal punto di vista teorico-sostantivo la nostra indagine avanza la conoscenza sociologica sotto vari aspetti.
- Un primo aspetto è generale e riguarda i percorsi soggettivi entro il panorama delle risorse educative e le modalità di appropriazione delle stesse da parte di giovani e famiglie. Si tratta di una conoscenza molto utile anche sul piano delle politiche educative e formative (su questo si veda il punto 2 in questa sezione, circa le applicazioni pratiche).
- Un secondo aspetto riguarda le modalità di investimento, quindi le strategie dei soggetti nel mondo del lavoro.
- Inoltre, la ricerca permette di avanzare nella conoscenza di alcune etnie immigrate e degli specifici processi di integrazione che le riguardano. Sotto questo profilo la nostra indagine comincia a raffinare la conoscenza dei processi migratori in Italia, seguendo una linea già propria della ricerca sociologica in Paesi di più antica immigrazione, che ha portato a differenziare la conoscenza secondo i gruppi etnici, rispondendo alle rilevanti differenze manifestate da questi quanto alle forme e modalità di integrazione nella società.
- Ancora, la prospettiva particolare delle discontinuità-fratture nei percorsi biografici oltre alla sua portata euristica circa i processi di mediazione riflessiva sopra accennati implica anche un contributo alla conoscenza dei processi in atto nelle peculiari situazioni analizzate.
2) Le possibili applicazioni dei risultati dell’indagine.
Anche sotto il profilo applicativo la ricerca potrà avere esiti estremamente rilevanti. Si possono anche qui distinguere livelli operativi diversi:
a) a livello di policy, sia le politiche educative, sia le politiche del lavoro, a livello locale, regionale e nazionale, possono trarre informazioni utili dalla conoscenza dei percorsi e delle strategie soggettive. Tale utilità si situa ad esempio sul lato dell’implementazione delle politiche, che può essere adeguatamente osservata solo includendo la specifica angolatura che tiene conto della soggettività e dei suoi percorsi progettuali e decisionali. Ma anche dal punto di vista delle competenze da costruire e sostenere nei giovani e nelle famiglie (si pensi alle attività di orientamento, ma anche ai curricoli scolastici) i nostri risultati dovrebbero offrire indicazioni di grande interesse. Conoscere a quali logiche s’ispirino i giovani e le loro famiglie nella scelta e nel reperimento delle risorse educative/formative e nell’atteggiamento mantenuto all’interno dei percorsi formativi; quali singole esperienze educative/socializzative e quali percorsi si rivelino più efficaci nel costruire capitale umano; quali competenze i soggetti mettano in gioco, e di quali si mostrino privi, e con quali conseguenze lungo tali percorsi. Tutto questo risponde a domande di sicuro interesse per i policy maker ai vari livelli territoriali e organizzativi.
b) altre dimensioni di intervento sociale e psicologico sono coinvolte dalla nostra indagine. In linea generale, l’analisi della riflessività umana secondo l’impostazione assunta dalla nostra ricerca e applicata ai campi specifici di cui ci occupiamo, e inoltre la particolare angolatura offerta dallo studio delle discontinuità biografiche, appare molto rilevante in molteplici settori d’intervento sociale. Che cosa si può fare, a fronte di vari problemi e/o di situazioni multiproblematiche di varia natura, per suscitare, promuovere, sostenere, ricostituire nei soggetti la capacità riflessiva, di auto-orientamento e auto-costruzione di progetti e pratiche adeguate a “fare la propria strada nel mondo” di una società complessa?
I concreti campi d’intervento sono molteplici: si pensi – per esemplificare in modo non esaustivo – al vasto panorama del servizio sociale e delle numerose e differenti situazioni in cui i problemi da fronteggiare implicano direttamente:
(i) il coordinamento tra capitale sociale e capitale umano;
(ii) l’acquisizione di risorse educative e formative in genere;
(iii) la costruzione di traiettorie individuali, familiari, associative e comunitarie basate su una capacità riflessiva forte, spesso da ricostituire a seguito di traumi e fratture biografiche anche gravi. In questa riorganizzazione della riflessività consiste in gran parte la capacità di individui e gruppi di manifestare “resilienza”.
c) Anche in casi e in ambiti non “problematici” o “patologici” ma del tutto “normali” l’approccio ce perseguiamo si presta a notevoli applicazioni: si pensi ad esempio a tutto il campo dell’orientamento giovanile, scolastico, universitario e professionale e all’orientamento familiare, ancora assai poco sviluppato, ma che emerge come ambito sempre più rilevante nell’ambiente sociale complesso e rischioso in cui le famiglie si trovano a vivere. <<<
Durata
24 mesiBase di partenza scientifica nazionale o internazionale
Uno studio come quello che proponiamo coinvolge concetti e filoni teorici molteplici. E’ possibile precisarne la base di partenza scientifica attraverso alcuni concetti chiave, che dobbiamo definire, di cui dobbiamo chiarire l’uso che faremo nel nostro lavoro ed esplicitare l’interrelazione reciproca.Possiamo dunque trattare la base di partenza scientifica della nostra indagine per riferimento ai concetti chiave di: (a) socializzazione, (b) riflessività, (c) capitale umano e (d) capitale sociale.
(a) Il campo teorico della socializzazione è centrale per la presente ricerca e ne costituisce in qualche modo il quadro di riferimento e l’orizzonte concettuale: la nostra indagine assume un punto di vista originale, tentando di cogliere quello che, in via preliminare, descriviamo come un emergente cambiamento di paradigma. Ci collochiamo, cioè, dal punto di vista delle più recenti concettualizzazioni del tema dell’identità e della socializzazione, per trarne una guida sociologica pratica per la nostra ricerca sostantiva.
Il processo di socializzazione e di costruzione dell’identità nella società contemporanea è spesso definito dalla letteratura sociologica come rischio e come sfida (Beck; Giddens; Luhmann; Rossi 2006), sia per i soggetti che ne emergono, sia per quelle agenzie che si propongono di strutturare per essi dei percorsi coerenti. Ciò vale naturalmente per la società italiana come per gli altri sistemi societari complessi, in condizioni di globalizzazione.
Ora, è noto che il tema dell’identità è stato ed è centrale nella società occidentale e nella sua sociologia (per l’ultimo decennio oltre ai testi sopra citati si vedano, per il contesto della società italiana, almeno Cesareo 2005; Crespi 2004; Melucci 1992; 2001). Non è questo, nella sua generalità, l’obiettivo della nostra ricerca. Si tratta piuttosto di focalizzare l’attenzione sulla dimensione della socializzazione/formazione del Sé e sui problemi specifici che caratterizzano questo campo di ricerche e di fenomeni empirici. La società in cui viviamo viene sempre più spesso descritta in quanto tale, cioè con riferimento a tutte le sue relazioni e istituzioni, come una società “del sapere” e “dell’apprendimento”. La letteratura sul tema è ormai vastissima (per una rassegna si può vedere Maccarini 2003) e questa determinazione della società appare ormai come un luogo comune. In breve, si può ricordare che essa si sviluppa nel quadro di tre grandi tendenze strutturali:
(i) la globalizzazione (in tutte le dimensioni, per esempio in ambito culturale, e non solo in campo economico);
(ii) lo sviluppo vertiginoso delle nuove tecnologie informative;
(iii) la contestuale crisi dei sistemi di welfare moderni e la conseguente emergenza di nuove forme e approcci alle politiche sociali e, per quanto ci riguarda, educative.
Sono naturalmente emerse tesi e previsioni diverse circa la risultante probabile di queste complesse trasformazioni: per alcuni porterà verso una sempre maggiore mercificazione e verso una regressione complessiva dell’educazione e della socializzazione, secondo altri aprirà invece grandi opportunità di “personalizzazione” (qualunque cosa poi s’intenda con questo termine) dell’esperienza formativa per tutti i soggetti coinvolti. Ma in ogni caso è chiaro che le trasformazioni in atto – in campo educativo e negli altri sottosistemi della società – comportano un impatto forte ed esteso sull’esperienza soggettiva (Bauman 1999a; 1999b; 2000; Giaccardi e Magatti 2003; Giddens 1991; Luhmann 1991), oltre che sul modo di pensare e organizzare i sistemi educativi (Maccarini 2003).
In riferimento alla socializzazione, che cosa significa tutto questo? La cosa importante qui non è tanto il fatto che la socializzazione si prolunghi sino a diventare “infinita”. La sottolineatura più forte e rilevante in letteratura dice che le trasformazioni provocate da queste emergenze, quale che ne sia l’esito, implicano tutte una forte “centralità del soggetto”, della sua “pro-attività”, iniziativa, creatività, capacità comunicativa e decisionale (Besozzi 2002; Geulen 2005; Scanagatta 2002). L’idea è che gli individui, dato il loro posizionamento nelle condizioni che ho elencato, debbono costruire la propria identità personale e sociale, e la propria biografia nelle varie sfere della società (dal lavoro alla famiglia, e così via), in un gioco di costante evoluzione, adattamento, apertura e flessibilità. Sapendo stare in relazione con gli altri onde definire e ri-definire continuamente sé stessi; sapendo scegliere le opportunità educative che trovano sul loro cammino, istituendo percorsi personali e senza poter contare su percorsi pre-definiti e “oggettivamente” coerenti, che siano anche adatti alla realizzazione dei loro progetti di vita. Imparando a de-limitare un proprio “territorio soggettivo” (Scanagatta 1995; 2002) entro cui esercitare un controllo sulle informazioni, sugli eventi, sulle variabili in gioco e che possono influire sulla propria identità ed esperienza.
Questa idea è stata talora espressa affermando che i processi educativi/socializzativi e il corso di vita degli individui nelle nostre società tendano ad assumere il carattere di un’“auto-socializzazione” (Luhmann 1996; 2002; Scanagatta 2002). Questa formula comincia a trarre alcune conseguenze dai mutamenti in corso, e pone l’accento sulla necessità strutturale, appunto, di soggetti attivi, dotati di forte “imprenditorialità” e spirito d’iniziativa, di flessibilità, coniugata a forti capacità selettive e decisionali. Proprio perciò, tuttavia, essa suscita evidentemente un grosso problema, dal momento che le ricerche empiriche registrano a distesa la sempre maggiore debolezza e insicurezza delle giovani generazioni, l’instabilità delle personalità, la difficoltà nel costruirsi identità stabili e operativamente “affidabili”. Le esigenze della costruzione del Sé nelle suddette condizioni strutturali chiamano in causa, insomma, delle qualità personali – anche ma non solo comunicative – che peraltro sembrano assai difficili da far emergere proprio in quelle condizioni.
(b) D’altra parte, la teoria sociologica degli ultimi anni ha sempre più messo in luce la categoria della riflessività umana, come mediazione attiva che qualifica le decisioni e le azioni dei soggetti come propriamente umane e come guidate sia dal condizionamento strutturale (non deterministico) della società, sia da “premure ultime” (ultimate concerns) che il soggetto stesso elegge a sue priorità esistenziali (Archer 2000; 2003; 2007).
E’ proprio il tema della riflessività che assume per noi una rilevanza centrale. La categoria della riflessività, oltre all’importante ma poco sviluppato precedente del pragmatismo americano (si pensi soprattutto a Mead per una fonte ancora attiva di molte riflessioni attuali in campo sociologico e psicologico-sociale), è recentemente riemersa all’attenzione della teoria e della ricerca sociologica (Archer 2000; 2003; 2007; Wiley 2003; 2005), oltre che della psicologia sociale (con le varie concettualizzazioni del “Sé dialogico”) e della storia della cultura, talora su base evoluzionistica (Jaynes 1990).
Senza entrare qui nei dettagli, ciò che c’interessa è che questo concetto esprime una visione peculiare del nesso individuo/società. La riflessività rappresenta la sfera interiore in cui il soggetto umano opera la mediazione attiva tra le forze, le tendenze e i condizionamenti che la società gli pone – da un lato – e ciò che egli vuole e decide di essere – dall’altro. Il che dipende dunque non solo dal condizionamento sociale, né dagli interessi individuali in termini utilitaristici, ma dalla capacità soggettiva di “dominare” questa complessità e di fissare delle priorità esistenziali per sé stesso, basate su “premure ultime” (ultimate concerns), cioè in ultima analisi “ciò che davvero ci sta a cuore” (Frankfurt 1988).
Il concetto di riflessività viene dunque attualmente ri-valutato su base propriamente sociologica, fungendo da nesso tra il sociale e l’umano entro una visione non ipersocializzata né iper-individualista della socializzazione e del nesso tra individuo e società. Esso serve a comprendere non solo quali decisioni gli individui prenderanno, e per quali ragioni, entro determinate coordinate strutturali e culturali, ma anche diventa strumento sia teorico (di comprensione) che pratico (per l’azione sociale) rispetto alla mobilità sociale in condizioni di elevata complessità. E’, insomma, ciò che dobbiamo studiare se vogliamo capire i diversi modi, le diverse strategie che le persone applicano per “farsi strada nel mondo” (Archer 2007), per muoversi e posizionarsi nella società.
Tale concetto ci permette di dare concretezza operativa all’idea di una socializzazione “orientata al soggetto” e che ne realizza l’ “epigenesi” nei suoi ambienti sociali (Geulen 2005; Scanagatta 2002).
(c) Allo stesso tempo, questa concettualizzazione si presta alla sintesi teorica con l’idea di “capitale umano”, non inteso però secondo la letteratura soprattutto economica, che lo pensa come insieme di caratteristiche e competenze personali (soprattutto cognitive, di problem solving eccetera) che aumentano l’impiegabilità del soggetto, il suo valore sul mercato del lavoro, in un’ottica più o meno esplicitamente strumentale. Trattiamo qui come “capitale umano” proprio di un soggetto quell’insieme di capacità personali che lo mettono in grado di “dare senso” alla complessità del suo percorso socializzativo, scoprendo, mobilitando e “investendo” in modo fruttuoso – dal punto di vista individuale e collettivo – il capitale sociale emergente dalle reti sociali a cui partecipa. “Capitale umano” in senso esteso potrà anche definirsi il risultato di tali operazioni, ossia la potenzialità di una determinata “personalità” o “carattere” di muoversi nella struttura sociale, producendo beni privati per sé stesso e orientandosi alla produzione di beni collettivi.
(d) Questo ci porta, infine, a chiarire in che senso la ricerca faccia uso del concetto di capitale sociale. La nostra impostazione si colloca nel solco delle classiche analisi di Bourdieu, Coleman e Putnam, ma si caratterizza per il tentativo di superare la opposizione fra le definizioni del capitale sociale come dotazione individuale oppure invece come patrimonio collettivo tramite una teoria della differenziazione relazionale del capitale sociale in quattro dimensioni: il capitale sociale familiare, il capitale sociale comunitario (reti primarie non parentali), il capitale sociale associativo e il capitale sociale generalizzato – o civico, corrispondente alla cultura civica (per questo approccio si veda Donati 2003; 2006).
Concretamente, tali dimensioni saranno indagate cercando di cogliere il contributo di ciascuna, e delle loro interrelazioni, alla costruzione identitaria dei giovani.
Riferimenti bibliografici
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