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PROGRAMMA DI RICERCA

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Parole Chiave
OVINI, CAPRINI, PRODUZIONE, QUALITA', SALUTE PUBBLICA

ASPETTI DELLA PRODUZIONE DEI PICCOLI RUMINANTI CON PARTICOLARE IMPATTO SULLA SALUTE UMANA

Università degli Studi di Brescia
Abstract
L'allevamento di ovini e caprini rappresenta uno strumento molto valido nell'utilizzazione di aree caratterizzate da difficili condizioni climatiche e geopedologiche, quali si riscontrano in estese aree del territorio italiano. In questo contesto si avverte l'esigenza, sia del consumatore che dei produttori, di informazioni sempre più dettagliate sui caratteri che maggiormente contribuiscono alla qualità globale dei prodotti. Il progetto intende affrontare alcune caratteristiche della produzione dei piccoli ruminanti di particolare attualità per le ricadute sulle salute pubblica. Sono state individuate cinque tematiche:
1. PEPTIDI BIOATTIVI DEL LATTE DEI PICCOLI RUMINANTI - Le proteine del latte sono precursori di numerosi peptidi biologicamente attivi. In generale le attività di ricerca su tali peptidi bioattivi si sono concentrate sulla specie bovina e sulla sequenza aminoacidica primaria senza considerare la variazione genetica ai loci lattoproteici. Si intende individuare effetti nutraceutici di alcuni peptidi derivati dalle lattoproteine dei piccoli ruminanti e studiare le differenze dovute a variazioni genetiche. Verranno analizzate mediante modelli sperimentali in vitro le attività biologiche inerenti il trasporto del calcio e la regolazione del metabolismo energetico. Verranno valutate le implicazioni dal punto di vista selettivo in razze ovine e caprine italiane.
2. ASPETTI SALUTISTICI E NUTRIZIONALI DELLA MEMBRANA E DEL CORE DEL GLOBULO DI GRASSO DEL LATTE OVINO - I globuli di grasso del latte sono costituiti da un core di trigliceridi avvolti da una membrana di origine cellulare dalle elevate potenzialità nutraceutiche. Le conoscenze sulla sintesi degli acidi grassi che costituiscono i fosfolipidi della membrana sono piuttosto esigue e soprattutto rivolte alla specie bovina. Lo studio valuterà le caratteristiche fisico-chimiche, nutrizionali e salutistiche del latte ovino con particolare riferimento alla morfometria dei globuli di grasso, alla composizione acidica del core e della membrana degli stessi e all’attività di alcuni enzimi di membrana, al fine di migliorare la qualità del latte ovino e dei derivati, in vista di una loro utilizzazione più mirata nell’alimentazione umana.
3. INDICATORI DELLO STATO DI BENESSERE DELLA PECORA E DELLA QUALITÀ NUTRIZIONALE DEL LATTE E DEL FORMAGGIO IN RELAZIONE ALL'INTENSITÀ DI PASCOLAMENTO - L’utilizzo del pascolo può contribuire al miglioramento dell’immagine del prodotto ovino sul mercato e delle sue caratteristiche qualitative. Saranno considerati il comportamento alimentare, indicatori della funzione biologica degli animali (livello produttivo, efficienza alimentare, parametri del metabolismo energetico, funzionalità epatica, stato sanitario della mammella, presenza di parassitosi) e delle forme di stress (stato ossidativo, parametri di immunità aspecifica e di immunità cellulomediata). Questi parametri saranno messi in relazione con la qualità di latte e formaggio, considerando implicazioni dietetico-nutrizionali (contenuto di acidi grassi polinsaturi, vitamine liposolubili, composti ad azione antiossidante) e igienico-sanitarie (presenza di microflora patogena nel latte, in caso di mastite).
4. RECUPERO DELLE COMPONENTI BIOATTIVE DI SIERI E SCOTTA RESIDUI ALLA PRODUZIONE DEI FORMAGGI OVI-CAPRINI - Il siero residuo dalla lavorazione del Pecorino viene generalmente utilizzato per la produzione della Ricotta di pecora; dopo questo processo residua la 'scotta', altamente inquinante. Nonostante il siero di caseificio sia ricco di componenti bioattive, solo una minima parte di questi sottoprodotti (siero e scotta) viene recuperata. Il progetto di ricerca si propone di valorizzare sia il siero residuo alla lavorazione del Pecorino, del Cacioricotta e dei formaggi tipici ovi-caprini, che la scotta che residua dalla lavorazione della Ricotta di pecora, mediante il recupero dei componenti bioattivi che potranno essere impiegati nell’industria alimentare, farmaceutica o come integratori a seconda dell’effetto benefico che possono avere sulla salute umana.
5. RELAZIONI FRA RESISTENZA GENETICA ALLE ENCEFALOPATIE SPONGIFORMI TRASMISSIBILI, POTENZIALI FONTI DI RISCHIO PER LA SALUTE PUBBLICA, ED EFFICIENZA ECONOMICA E BIOLOGICA IN RAZZE OVINE - La normativa UE che regola l’applicazione dei programmi di miglioramento genetico della resistenza alla scrapie ovina prevede alcune deroghe per razze in cui l’aplotipo resistente ARR ha una frequenza limitata, e per razze a rischio di abbandono. Tale normativa può suscitare perplessità sotto il profilo rigorosamente sanitario. L’accettabilità delle deroghe può essere rafforzata da vantaggi concreti posseduti dagli animali poco resistenti. Il progetto analizzerà le relazioni fra genotipi PRNP e alcune caratteristiche connesse ad aspetti produttivi nelle razze Biellese e Sambucana. Verranno formulati piani di accoppiamento che consentano di aumentare la resistenza alla scrapie minimizzando il processo dispersivo. <<<

Coordinatore Scientifico del Programma di Ricerca
Anna Maria Caroli Università degli Studi di BRESCIA
Obiettivo del Programma di Ricerca
Gli obiettivi principali del progetto di ricerca sono i seguenti:
1) Individuazione di particolari effetti nutraceutici di alcuni peptidi derivati dalle lattoproteine dei piccoli ruminanti e di differenti effetti biologici dovuti a differenze genetiche nella sequenza aminoacidica. Analisi mediante modelli sperimentali in vitro delle attività biologiche inerenti il trasporto del calcio e la regolazione del metabolismo energetico. Valutazione della distribuzione dei più interessanti peptidi in alcune razze ovine e caprine, e delle implicazioni selettive.
2) Valutazione delle caratteristiche fisico-chimiche, nutrizionali e salutistiche del latte ovino con particolare riferimento alla morfometria dei globuli di grasso, alla composizione acidica del core e della membrana degli stessi e all’attività di alcuni enzimi di membrana, al fine di stabilire l’origine dei diversi acidi grassi e le funzioni delle diverse proteine, valutare la possibilità di modularne la quantità, e favorire la presenza di quelli ritenuti benefici per la salute umana.
3) Verifica del legame tra l’allevamento delle pecore da latte al pascolo, a diverse intensità di carico e su specie botaniche differenti, e la quantità e qualità delle produzioni, con riferimento ad aspetti significativamente importanti per la salute del consumatore (contenuto di acidi grassi essenziali, CLA, rapporto tra Pufa n-3 ed n-6, vitamine liposolubili ad azione antiossidante). Verifica delle relazioni tra indicatori di benessere degli animali e salubrità dei prodotti alimentari.
4) Valorizzare del siero residuo alla lavorazione del Pecorino, del Cacioricotta e dei formaggi tipici ovi-caprini, e della scotta che residua dalla lavorazione della Ricotta di pecora, mediante il recupero dei componenti bioattivi che potranno essere impiegati nell’industria alimentare, farmaceutica o come integratori a seconda dell’effetto benefico che possono avere sulla salute umana.
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Risultati parziali attesi
La ricerca proposta, nell’insieme dei suoi aspetti, presenta notevoli potenzialità applicative. Al centro della ricerca è posto l’apporto che l’allevamento dei piccoli ruminanti può fornire alla salute umana.
Da questo punto di vista, alcune UR, come Brescia, Napoli e Pisa, svilupperanno temi di forte interesse per l’INDUSTRIA alimentare e farmaceutica, fornendo le basi allo sviluppo di protocolli per la produzione e l’isolamento di molecole ad azione biologica dal latte. Diventa quindi necessario approfondire le conoscenze circa la variabilità genetica/fenotipica delle lattoproteine e circa gli enzimi che possono portare all’ottenimento di peptidi con la sequenza desiderata, da impiegare, in seguito, su larga scala. D’altro canto, molti composti con un importante valore biologico, possono anche essere già presenti nei residui della lavorazione del formaggio. Questi rappresentano generalmente solo un costo per l’industria di trasformazione, tuttavia, numerose molecole dotate di proprietà benefiche per la salute umana, si possono formare nel siero di caseificio e nella scotta, per il susseguirsi di condizioni di pH, trattamenti termici e attività enzimatiche intrinseche ed estrinseche. Il recupero e la valorizzazione dei sottoprodotti della trasformazione, quindi, può diventare vantaggioso, qualora si mettano a punto le migliori tecniche per isolare le molecole bioattive di interesse. In fine, l’approfondimento dello studio sul globulo di grasso e sulla membrana che lo avvolge, potrà contribuire a verificare l’influenza dei lipidi polari, delle proteine e degli enzimi che lo caratterizzano sulle caratteristiche fisico-chimiche e tecnologiche del latte.
Infine, l’approfondimento dello studio del globulo di grasso potrà contribuire ad ampliare la definizione di qualità nutrizionale e salutistica del latte ovino, valutando inoltre la possibilità di modulare le quantità dei composti ritenuti benefici per la salute umana, presenti nella membrana del globulo. La ricerca rappresenterà, quindi, un punto di partenza per la produzione di latte che meglio si adatti alle diverse utilizzazioni industriali cui sarà destinato.

Le UR di Torino e Perugia svilupperanno temi piuttosto rivolti alle esigenze degli ALLEVATORI. La prima vuole verificare l’eventuale impatto della selezione genetica per il fattore “resistenza alla scrapie” sui caratteri di interesse economico per le aziende, in particolare in razze autoctone italiane, le quali presentano consistenze ridotte. Dalla conoscenza della reale frequenza degli alleli resistenti e sensibili e del possibile legame tra questi e i parametri produttivi, potranno certamente scaturire le informazioni necessarie all’attuazione di piani di selezione che concilino la garanzia della sicurezza per il consumatore con la conservazione dei caratteri che presentano rilevanza economica per l’azienda e, in generale, della biodiversità degli animali. L’UR di Perugia, invece, intende dimostrare in che misura un corretto utilizzo del pascolo possa garantire il benessere degli animali e come questo si rifletta, a più livelli, sull’efficienza dell’allevamento: dalla ottimizzazione delle risorse foraggere, alle condizioni di benessere degli animali, fino al miglioramento dello stato di salute e performances produttive. È da sottolineare, comunque, che il lavoro di tutte le UR contribuirà a valorizzare le produzioni dei piccoli ruminanti e, pertanto, le nuove conoscenze acquisite nel corso della ricerca saranno spendibili per incrementare il valore aggiunto dei prodotti e, quindi, favorire la vitalità economica delle aziende.
È noto che i CONSUMATORI mostrano un crescente grado di interesse verso le caratteristiche dei prodotti di origine animale e sono sempre più attenti alle informazioni che ricevono in questo campo. Questo interesse comprende, da un lato, le proprietà dietetiche, nutrizionali e nutraceutiche dei prodotti stessi, ma, dall’altro, anche la preoccupazione per i possibili rischi igienici e sanitari e le considerazioni di carattere etico legate all’allevamento. Il conseguimento dei risultati previsti da tutte le UR e la loro divulgazione, potrà certamente contribuire ad accrescere il livello di consapevolezza dei consumatori al momento dell’acquisto, e permetterà di indirizzare la scelta di acquisto anche in base alle caratteristiche del prodotto che maggiormente promuovono la sua salute. <<<
Durata
24 mesi
Base di partenza scientifica nazionale o internazionale
PEPTIDI BIOATTIVI DEL LATTE DEI PICCOLI RUMINANTI
Le proteine del latte sono precursori di numerosi peptidi biologicamente attivi che agiscono come fattori di crescita, antimicrobici, modificatori del consumo di cibo, regolatori immunitari, agenti anti-ipertensivi e trasportatori di minerali (Lorenzini et al., 2007). Queste attività sono latenti nelle proteine native e richiedono, per potersi estrinsecare, il clivaggio proteolitico dei peptidi in esse contenuti. La digestione enzimatica determina la formazione di peptidi liberi, che acquisiscono le caratteristiche biofunzionali a loro proprie ed agiscono da regolatori esogeni con attività simile a quella ormonale, motivo per cui sono considerati ormoni alimentari o “formoni” (food hormones). A differenza dei peptidi bioattivi endogeni, un peptide bioattivo derivato dalle lattoproteine può avere più effetti, infatti, alcune regioni nella struttura primaria delle lattoproteine contengono sequenze sovrapposte che hanno effetti biologici diversi e pertanto sono considerate “zone strategiche” altamente conservate e particolarmente protette dai processi proteolitici (Meisel, 1997; Meisel, 1998). Il fatto che le lattoproteine siano la fonte principale di peptidi bioattivi con diversa funzione, dimostra come il ruolo del latte non sia semplicemente quello di nutrire il neonato, ma sia fondamentale anche per determinarne il corretto sviluppo. I peptidi biologicamente attivi liberati dalle proteine progenitrici a seguito della proteolisi enzimatica presentano, infatti, una vasta gamma di proprietà – attività (Meisel e Bockelmann, 1999). In base agli effetti indotti nell’organismo, i biopeptidi possono essere classificati in: oppioidi agonisti; oppioidi antagonisti; antiipertensivi; antitrombotici; immunomodulatori; antimicrobici; trasportatori di minerali (Lorenzini et al., 2007). Tra le molecole biologicamente attive, i caseinofosfopeptidi (CPP) sono peptidi altamente fosforilati che esercitano il loro effetto sul metabolismo del calcio e su altri minerali (Bouhallab e Bouglé, 2004). I CPP hanno una notevole capacità di fissare i cationi divalenti di interesse nutrizionale, quale calcio, ferro e zinco, rendendoli in questo modo stabili e solubili in differenti condizioni fisico-chimiche a particolari pH (Brulé et al., 1982; Meisel e Schlimme., 1993). Un recente studio ha evidenziato come la regione fosforilata dei CPP e la parte N-terminale siano necessarie per un effetto positivo dei fosfopeptidi sull’assunzione di calcio in cellule umane in cultura (Ferraretto et al., 2003). E’ inoltre noto che i biopeptidi derivanti dalle molecole di caseina manifestano esteso pleiomorfismo funzionale. In particolare, è noto che i peptidi ad attività oppioide o oppioide-antagonista (casomorfine e casoxine) possono influenzare l’assunzione di cibo, la motilità gastro-intestinale, l’assorbimento di nutrienti e la secrezione di ormoni pancreatici, partecipando potenzialmente alla regolazione del bilancio energetico dell’organismo. Dal punto di vista genetico, l’attività biologica dei peptidi liberati dalle lattoproteine dopo digestione può essere influenzata da scambi amminoacidici o delezioni conseguenti a mutazioni geniche. Il polimorfismo delle caseine dei piccolo ruminanti è alquanto complesso, dal momento che i geni codificanti per le caseine sono un interessati da un numero elevato di mutazioni (Chessa et al., 2003a; Chessa et al., 2003b; Caroli e Erhardt, 2005). Le lattoproteine dei piccoli ruminanti potrebbero essere un’importante fonte di peptidi biologicamente attivi, e l’elevata variabilità genetica potrebbe essere sfruttata per il miglioramento genetico, allo scopo di selezionare animali che producano latte con caratteristiche nutrizionali specifiche.
LA MEMBRANA E IL CORE DEL GLOBULO DI GRASSO DEL LATTE
La materia grassa del latte è costituita da un insieme di globuli sferici di dimensioni non omogenee, formati da un core di trigliceridi ed avvolti da una membrana di origine cellulare (MFGM) (Danthine et al., 2000). Quest’ultima si può definire come un complesso sistema di proteine, glicoproteine, enzimi, lipidi neutri e polari come i fosfolipidi, che viene assemblato e secreto dall’epitelio della cellula ghiandolare mammaria e che consente al grasso del latte di rimanere disperso nella fase acquosa e di proteggere i trigliceridi del core del globulo dalla lipolisi. Negli ultimi anni è stata posta una crescente attenzione nei confronti della membrana del globulo di grasso del latte (Danthine et al., 2000; Keenan, 2001; Ye et al., 2002; Mather, 2000; Scolozzi et al.,2006), la quale non solo contribuisce in modo determinante alla definizione della qualità chimica, tecnologica ed organolettica del latte, ma sempre più viene considerata come un sistema biofisico a sé stante, applicabile all’alimentazione umana come nuovo ingrediente dalle elevate potenzialità nutraceutiche (Correding et al., 2003; Spitsberg, 2005; Rombaut et al., 2006, Singh, 2006).
Un ruolo fondamentale in questo senso è svolto da alcune proteine della MFGM, attive in vari processi di difesa dell’organismo dei neonati contro virus e batteri (Stevens et al., 2000; Fong et al., 2007; Wang et al., 2001), nella modulazione della neovascolarizzazione durante i processi di angiogenesi (Hanayama et al., 2004) e nella prevenzione di alcuni tipi di cancro (Kilara and Panyam, 2003). Inoltre, Noh and Koo (2004) hanno dimostrato, nel ratto, la capacità della sfingomielina di inibire l’assorbimento del colesterolo nell’intestino: tale effetto è riconducibile all’inibizione della velocità di lipolisi esercitata dagli acidi grassi saturi a lunga catena, di cui la sfingomielina è essenzialmente composta. Altre proteine della MFGM, come la xantina ossidasi, mostrano attività enzimatica il cui ruolo, però, non è ancora del tutto noto; sono state formulate varie ipotesi, tra cui quella di agente antimicrobico naturale del latte grazie alla capacità di formazione di specie reattive dell’azoto e dell’ossigeno (Stevens et al., 2000; Martin et al., 2004; Spitsberg, 2005; Harrison, 2006; Fong et al., 2007) ed è stato ipotizzato un coinvolgimento della xantina ossidasi, insieme ad altre proteine della membrana apicale della ghiandola mammaria, nel processo di secrezione dei globuli di grasso non come enzima, ma come proteina (Danthine et al., 2000; McManaman et al., 2002; Vorbach et al., 2002; Heid and Keenan, 2005; Harrison, 2006). Tuttavia, le conoscenze sull’origine e la sintesi degli acidi grassi che vanno a costituire i lipidi polari della MFGM sono ancora limitate, di conseguenza sono scarse le informazioni circa la possibilità di modularne il contenuto e migliorare la qualità nutrizionale del latte e dei prodotti da esso derivati.
STATO DI BENESSERE DELLA PECORA E QUALITÀ NUTRIZIONALE DEL LATTE E DEL FORMAGGIO IN RELAZIONE ALL'INTENSITÀ DI PASCOLAMENTO
Il pascolamento può influire positivamente sul benessere degli animali e sulla produzione di latte (Braghieri et al., 2007); sul piano qualitativo, l’alimentazione al pascolo determina l’aumento non solo del tenore di materia grassa del latte, ma anche del contenuto di acidi grassi essenziali (EFA), della produzione di acido linoleico a dieni coniugati (CLA) e del rapporto tra acidi grassi poli-insaturi (PUFA) delle serie n-3 ed n-6 (Avondo et al., 2002; Cabiddu et al., 2006; Morand-Fehr et al., 2007), nonché di composti aromatici (2000; Bonanno et al., 2004) e di vitamine liposolubili ed antiossidanti (Pizzoferrato et al., 2000; O’Connell e Fox, 2001; Poulet et al., 2002; Bonanno et al., 2004). La specie botanica pascolata, inoltre, può svolgere un ruolo peculiare sull’efficienza alimentare e sullo stato di salute degli animali, nonchè sulle proprietà salutistiche dei prodotti lattiero caseari. In particolare, la sulla (Hedysarum coronarium L.), diffusa nelle aree meridionali, sembra esercitare una positiva influenza sui ritmi e sui livelli di assunzione dell’erba, sulla produzione del latte e sulla presenza dei suoi principali componenti utili ai fini caseari (Molle et al., 2003; Di Miceli et al., 2005; Bonanno et al., 2007). Tali effetti sono ascrivibili in parte alla sua elevata dotazione proteica, al basso tenore in NDF e al buon rapporto tra carboidrati fermentescibili e strutturali (Terrill et al., 1992; Burke et al., 2004), ma, soprattutto, al suo moderato contenuto in tannini condensati, i quali determinano una minore degradabilità proteica nel rumine e, quindi, una maggiore disponibilità di aminoacidi per l’assorbimento nel tratto intestinale (Niezen et al., 2002; Min et al., 2003). I tannini comportano anche un certo dilazionamento dell’ingestione di erba al pascolo, cui consegue una maggiore efficienza dei processi digestivi (Silanikove et al., 1997; Landau et al., 2000) e una ridotta escrezione azotata (Molle et al., 2007). Inoltre, questi possono esercitare una discreta azione antielmintica, contribuendo al generale stato di salute degli animali (Niezen et al., 2002; Stringi et al., 2005). Non si possono tuttavia trascurare i problemi che nascono da un inadeguata gestione dei pascoli (dovuti al pascolamento continuo o al carico non corretto di animali), quali la disponibilità, talvolta insufficiente, di alimento, l’esposizione alle parassitosi ed il degrado del pascolo stesso (erosione, sviluppo di piante infestanti, etc.), che si possono tradurre in perdite economiche per l’azienda. Tuttavia, razionali tecniche di pascolamento turnato, con carichi istantanei di bestiame elevati su ridotte superfici, possono rispondere maggiormente alle esigenza di efficienza dell’allevamento (Sharrow e Krueger, 1979; Marley et al., 2007). Infatti, dovrebbero comportare una riduzione degli sprechi di erba da parte degli animali , evitare il rischio di reinfestazione da parte delle uova e delle larve di parassiti eliminati con le feci (Barger et al., 1994) e permettere al cotico erboso di ciascun appezzamento di ricostituirsi prima di essere nuovamente pascolato (Guretzky, 2005).
COMPONENTI BIOATTIVE DI SIERI E SCOTTA RESIDUI ALLA PRODUZIONE DEI FORMAGGI OVI-CAPRINI
Nell’industria lattiero-casearia, il siero di caseificazione e la scotta che residua dalla lavorazione della Ricotta, rappresentano un problema per lo smaltimento dei reflui che sono soggetti al rispetto delle leggi (D.M. 125/2006). In alternativa, essi trovano un utilizzo per allevamenti zootecnici. Il siero e la scotta sono ancora oggi considerati come rifiuto e non come risorsa da valorizzare, nonostante contengano sieroproteine, galattosio-oligosaccaridi e componenti bioattivi che potrebbero essere isolati e purificati con moderne tecniche chimico-fisiche per essere impiegati nell’industria alimentare, farmaceutica ecc. Attualmente solo una minima parte di questi sottoprodotti, con elevate proprietà funzionali, viene recuperata come polvere di siero o sottoposta a parziale concentrazione per l’utilizzo negli alimenti, cosiddetti funzionali. Sulla valorizzazione del siero di caseificio, i dati della letteratura riferiscono sul ritrovamento delle principali sieroproteine native del siero, a-La, b-Lg, Ig, Lf e BSA nel siero residuo alla lavorazione di Grana, Provolone, Paste Fresche, Crescenza, Pecorino, nonché nei sieri Ultrafiltrati di Grana (Chianese, 1993; Chianese et al., 1993a; Chianese et al., 1993b; Chianese et al., 1993c; Laezza et al., 1995). La scotta ovina risulta conveniente per il recupero di a-La; nel siero dolce residuo alla lavorazione di Provolone e Grana Padano, oltre al GMP (glicomacropeptide, k-CN (f106-169)) sono stati isolati i frammenti (f1-28) e (f1-29) della b-CN, prodotto dall'attività della plasmina nel latte fresco ed i peptidi as1-CN(f1-23) e (f1-22) derivanti dall'azione del caglio. Nel siero ottenuto da formaggi a coagulazione acida, sono stati rinvenuti numerosi peptidi (Chianese et al., 1997) tra i quali: fosfopeptidi ad elevata attività chelante il calcio, che esplicano anche una funzione anticarie in vivo, casomorfine o precursori di casomorfine b-CN(f60-66), e peptidi precursori del k-CN(f106-116), riconosciuto come un potente antitrombotico. Peptidi con attività oppioide-simile, generati delle proteine del siero sono le cosiddette lattorfine (i peptidi 50-53 e 102-105 dell'a-La bovina e di bufala) e lattotensine (peptide 146-149 della b-Lg bovina e di bufala). Alcuni di questi componenti bioattivi sono stati ritrovati nel siero di caseificazione insieme con antiossidanti come CLA, a-tocoferolo, che inibiscono lo stato ossidativo dei tessuti biologici, implicato nello sviluppo dell’aterosclerosi e del cancro (Deker et al., 1997). Anche il sistema lattoferrina/perossidasi è implicato nella riduzione dei radicali liberi (Perraudin et al. 1997), di conseguenza una dieta a base di proteine del siero ha notevoli benefici nutrizionali oltre a effetti anti-tumorali (sia nella prevenzione che durante la malattia) (Chmiel, 1997) perché aumenta lo stato antiossidante nell’organismo.
RESISTENZA GENETICA ALLE ENCEFALOPATIE SPONGIFORMI TRASMISSIBILI ED EFFICIENZA ECONOMICA E BIOLOGICA IN RAZZE OVINE
La scrapie è un’encefalopatia spongiforme trasmissibile (TSE) dei piccoli ruminanti. Nei piani di sorveglianza dell’Unione Europea (UE) la scrapie è un obiettivo importante sebbene non siano noti casi di trasmissione all’uomo. I piccoli ruminanti sono stati esposti ad alimenti potenzialmente contaminati e l’agente dell’encefalopatia spongiforme bovina (BSE) potrebbe essersi diffuso nelle greggi. Pecore e capre alimentate con omogenati di cervello di bovini affetti da BSE sviluppano una TSE eguale alla scrapie. Non essendo disponibili metodi di diagnosi differenziale di immediata applicazione le TSE dei piccoli ruminanti sono considerate fattori di rischio per la salute umana (2003/100/UE; EFSA 2003; EFSA 2005). In Italia la scrapie è ubiquitaria e colpisce soprattutto gli ovini. Nella pecora sono noti 6 alleli del gene del prione (PRNP); ARR è associato a resistenza alla scrapie, VRQ è associato a elevata suscettibilità. Nelle razze in cui VRQ è raro ARQ è associato alla maggior suscettibilità (Acutis e coll. 2003; Agrimi e coll. 2003). Nei piani di sorveglianza l’UE ha introdotto l’analisi di PRNP e la selezione di ovini resistenti. In realtà, come previsto dalla normativa, non si devono ignorare condizioni limitanti: ripartizione delle frequenze alleliche, consanguineità, effetti negativi conseguenti all’azione selettiva. Infatti l’introduzione di un nuovo obiettivo diminuisce l’intensità di selezione per altri obiettivi; inoltre, in assenza di scrapie, alleli responsabili di suscettibilità potrebbero essere associati a produzioni vantaggiose. Si creerebbe così un conflitto fra misure preventive e selezione artificiale per caratteri produttivi. Le relazioni fra resistenza genetica alla scrapie e obiettivi zootecnici non sono state finora chiaramente definite, forse per l’impossibilità di confrontare in modo organico le informazioni della letteratura (eterogeneità dei disegni sperimentali, differenze di razza, notevole varietà dei caratteri considerati). Dal 2003, l’Istituto Zooprofilatico Sperimentale di Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta (IZSTO) tipizza al locus PRNP gli ovini del Piemonte. Sono resistenti o scarsamente suscettibili il 59% della pecora delle Langhe, il 55% della Sambucana, il 51% della Frabosana, il 14% della Biellese (Acutis e coll. 2005). La Biellese conta 50000 capi ed è allevata per la carne; ARR e ARQ hanno frequenze rispettivamente 0,083 e 0,744. Il confronto delle frequenze fra arieti e giovani maschi mette in evidenza che ARR diminuisce e ARQ aumenta nel gruppo degli arieti (Acutis e coll. 2004). Gli allevatori valutano visivamente la conformazione degli animali per cui si ipotizza una differenza di effetto relativamente ampia, associata ai due alleli, che favorirebbe gli animali di aspetto più tozzo ma più suscettibili alle TSE. Per le altre razze non esistono informazioni su possibili effetti correlati a PRNP.
Bibliografia: sui modelli B. <<<