Vai al contenuto| Home page|

   Ti trovi in: HOME »Programmi, progetti e risultati »I progetti »PRIN - Programmi di ricerca di Rilevante Interesse Nazionale»Programma di ricerca
INIZIO_TESTO_DA_INDICIZZARE

PROGRAMMA DI RICERCA 2007

italiano - english

Geografia e sociologia dell'innovazione in Italia

Università degli Studi di Firenze
Abstract
Nei nuovi scenari della globalizzazione l’innovazione rappresenta una risorsa chiave per lo sviluppo delle economie avanzate. La concorrenza dei paesi a basso costo del lavoro, infatti, spinge le imprese delle aree più industrializzate ad abbandonare una strategia di competizione basata esclusivamente su fattori di costo. Il processo, tuttavia, è meno lineare e scontato di quanto generalmente si pensi. L’Italia, ad esempio, risulta particolarmente in ritardo su questo fronte.
Nonostante il forte sbilanciamento della struttura produttiva verso i settori tradizionali, anche nel nostro Paese esistono comunque imprese e territori orientati verso l’economia della conoscenza. Il ruolo delle istituzioni nella costruzione di queste “vocazioni territoriali” è decisivo, vista la tendenza delle imprese più innovative a concentrarsi laddove possono avvalersi di economie esterne di particolare pregio. La letteratura sui distretti high tech e sui sistemi d’innovazione ha fornito spiegazioni convincenti su questi fenomeni di agglomerazione, mettendo chiaramente in evidenza due aspetti.
a) Il primo è che l’innovazione tecnologica si basa su processi d’interazione che coinvolgono una pluralità di attori ed istituzioni, di tipo economico e non. Le dinamiche d’innovazione si avvalgono infatti di una complessa trama di relazioni che unisce le imprese tra di loro (forme di collaborazione che implicano rapporti di co-progettazione, di subfornitura, di scambio di informazioni e >>>

Coordinatore Scientifico del Programma di Ricerca
Carlo Trigilia Università degli Studi di FIRENZE
Obiettivo del Programma di Ricerca
Nei nuovi scenari della globalizzazione l’innovazione rappresenta una risorsa chiave per lo sviluppo delle economie avanzate. La concorrenza dei paesi a basso costo del lavoro, infatti, spinge le imprese delle aree più industrializzate ad abbandonare una strategia di competizione basata esclusivamente su fattori di costo. Il processo, tuttavia, è meno lineare e scontato di quanto generalmente si pensi. L’Italia, ad esempio, risulta particolarmente in ritardo su questo fronte.
Un ritardo che emerge chiaramente guardando i dati provenienti dall’European Innovation Scoreboard. Questo strumento elaborato dalla Commissione Europea per monitorare annualmente i risultati della “strategia di Lisbona”, si basa su un set di 26 indicatori che misurano la prestazione dei “sistemi nazionali della ricerca e dell’innovazione” su diversi versanti: a) quello degli input dell’innovazione; b) quello degli output; c) quello della performance complessiva.
Guardano la collocazione nelle rispettive graduatorie, l’Italia si posiziona al 20° posto (nell’Europa a 25) sul fronte degli input (laureati in materie scientifiche, spese in R&S ecc.), al 13° posto su quello dell’output (occupazione ed esportazioni nei settori high tech; innovazioni di prodotto; ecc.). La troviamo poi al 15° posto nella classifica complessiva, con un punteggio (0,36) che la colloca al di sotto della media europea (0,42) e a notevole distanza dai paesi più avanzati. Lontano non solo dagli Stati Uniti >>>

Risultati parziali attesi
In Italia esistono poche ricerche sull’innovazione, specialmente nei comparti high tech. Si tratta di lavori di taglio prevalentemente econometrico, tendenti a valutare l’associazione dei brevetti a particolari caratteristiche dell’ambiente aziendale e territoriale. Più in particolare appaiono carenti analisi di taglio sociologico che tengano insieme il livello macro e micro: ovvero lo studio dell’articolazione territoriale e delle logiche di agglomerazione dei fenomeni innovativi, insieme a quello delle imprese e degli “attori dell’innovazione” (imprenditori e inventori). Il progetto di ricerca intende perciò fornire un contributo di conoscenza su questi temi, confrontandosi con le tesi elaborate sia dalla letteratura sociologica che da quella economica.

Ricapitolando brevemente quanto già illustrato nelle sezioni precedenti, l’ipotesi da cui parte la ricerca è che lo spostamento verso attività e servizi più innovativi oggi dipende molto dalla capacità di costruzione sociale dell'innovazione e che questa è legata ai beni collettivi disponibili a livello locale che accrescono le economie esterne legate alla generazione di nuove conoscenze. L’economia contemporanea, infatti, risulta sempre più relazionale: è più aperta a fattori non di mercato, meno governabili solo con relazioni contrattuali, e più basati invece su condizioni di contesto che facilitano la cooperazione tra soggetti individuali e collettivi. L'innovazione e la ricerca della qualit >>>

Durata
24 mesi
Base di partenza scientifica nazionale o internazionale
Nelle condizioni di funzionamento dell’economia contemporanea la dimensione sociale e relazionale dell’innovazione tende a diventare sempre più importante rispetto a quella più strettamente aziendale, e con essa aumenta anche il radicamento locale dei processi innovativi. L’innovazione non riguarda solo la soluzione più efficace di un problema ma la scoperta di nuovi problemi. Non si tratta di trovare il modo più efficiente di percorrere una strada, ma di scoprire nuove strade. In questo senso l’innovazione ha una fondamentale componente interpretativa e dialogica, riguarda interazioni efficaci, o “conversazioni” – come le hanno chiamate di recente Lester e Piore – tra più soggetti con esperienze diverse che potenziano l’apprendimento e la scoperta. Ma per funzionare le conversazioni richiedono una componente informale e di interazione diretta che chiama in causa la vicinanza territoriale.

Anche in passato, negli assetti sociali e produttivi dominati dal fordismo, c’era una costruzione sociale dell’innovazione, ma essa era legata più al mondo delle grande aziende che dei territori, proprio perché l’impresa verticalmente integrata era per sua natura più autonoma dal contesto ambientale. Dominava l’ambiente più che esserne tributaria. Le cose sono cambiate negli ultimi decenni del 900. L’innovazione fordista aveva tempo, poteva permettersi ritmi lenti di introduzione e diffusione. Il mondo post-fordista è diverso. I mercati si differenziano e diventano pi >>>