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Considerazioni preliminari L'Italia meridionale rientrò, a seguito della conquista spagnola, in un circuito internazionale, divenendo frontiera assai importante nello scacchiere mediterraneo e nella lotta antiturca. Le province meridionali, inserite nel nuovo più ampio contesto in un momento cruciale per il rinnovamento delle tecniche della difesa e della fortificazione ‘alla moderna', furono oggetto di studi e proposte da parte dei tecnici e degli esperti militari che agivano al servizio della corona di Spagna. L'assetto del territorio, valutato anche in funzione dei profili connessi ai piani strategici di difesa, venne caricato di altri ed ulteriori significati sicché i documenti che conservano la memoria di tali studi sono una fonte importante non solo per le notizie relative all'articolazione delle nuove strutture destinate alla difesa, ma soprattutto per valutare l'impatto economico che queste ebbero sui centri provinciali, sui percorsi a scala territoriale, sulle trasformazioni di numerose città portuali. Nel corso del XVII secolo, in un contesto politico profondamente mutato, si registrò una attenuazione della pressione turca: vennero così realizzati nelle strutture fortificate solo interventi di ordinaria manutenzione anche perché la crisi economica in atto e le mutate tecniche di difesa scoraggiarono i sovrani dall'intraprendere nuove e più ambiziose opere fortificate. Maggiore attenzione alle fortificazioni, ma al livello essenzialmente di progetto, si registrò nei primi decenni del XVIII secolo: il rinnovato interesse era legato alle vicende delle guerre europee che cambiarono gli equilibri politici e portarono il Mezzogiorno italiano, dopo ventisette anni dominazione austriaca, alla costituzione con Carlo di Borbone (1734) del regno indipendente. Poco fu realizzato soprattutto nella capitale perché le vecchie e malridotte strutture subirono trasformazioni di trascurabile entità fino agli adeguamenti ottocenteschi. Questi ultimi interventi costituirono, per molte di esse, solo la premessa alla dismissione e all'abbandono perché raramente vennero destinate ad una nuova utilizzazione. Appare pertanto assai utile incrementare gli studi già esistenti relativi al Regno di Napoli prevalentemente orientati alla conoscenza e catalogazione delle strutture più significative, operando un salto di qualità per mettere in luce – attraverso una sistematica indagine filologica sui manufatti e sulla documentazione cartografica- le figure professionali che si resero interpreti delle più significative trasformazioni, le tecniche di esecuzione utilizzate e, soprattutto, i legami delle nuove strutture con il più ampio contesto internazionale, per ricavarne conoscenze utili all'individuazione dei ‘sistemi' difensivi ancora oggi solo parzialmente leggibili. Linee guida del programma di ricerca Preliminari da un lato l'analisi dei singoli manufatti e la loro catalogazione in un data-base, dall'altro lo studio del territorio meridionale finalizzato all'individuazione delle fortificazioni "alla moderna" con particolare attenzione al ruolo da esse esercitato nel promuoverne un nuovo assetto. La ricerca è rivolta in una prima fase all'individuazione delle strategie difensive attuate dalla Spagna nel viceregno napoletano: l'ampio dibattito sviluppatosi intorno ad un ‘diverso' modello difensivo alimentò, a partire dalla metà del Cinquecento, una accesa polemica tra il governo e alcuni esponenti dell'aristocrazia napoletana capeggiata da Giulio Cesare Caracciolo, fautore di un progetto definito con il nome di ‘frontiera disarmata'. Il Caracciolo nel suo ‘Discorso' dedicava particolare attenzione al problema della salvaguardia del regno e, dopo aver denunciato l'inefficienza delle difese terrestri lungo le estese coste meridionali, indicava una nuova linea politica per la difesa soffermandosi sui vantaggi che si sarebbero ottenuti con l'allestimento di una più adeguata flotta navale. Anche Antonio Doria fu convinto assertore, dopo la battaglia di Lepanto, della necessità di una più aggressiva politica militare e, alcuni anni più tardi, i viceré incrementarono l'organico della milizia napoletana per presidiare con maggiore efficacia le fortificazioni.Nel ‘600, per ovviare al contrabbando, quasi tutti i porti, anche quelli più importanti, divennero "scarii proibiti" e furono chiusi al commercio che decadde mentre il territorio regnicolo assumeva sempre più il carattere di "frontiera disarmata" visto che le fortificazioni - trascurate per mancanza di fondi da dedicare a restauri, adeguamenti e soldati - mostravano sempre maggiore inefficienza. A fine secolo, in piena crisi di successione dinastica, molte strutture militari furono dichiarate "casa llana", premessa alla loro dismissione, e alla loro sistematica distruzione visto anche il difficile adeguamento dei "sistemi" alle nuove esigenze della difesa settecentesca. Una seconda fase si occuperà di ricostruire, per alcuni episodi a scala urbana e territoriale, la consistenza prevista nel momento del progetto (con attenzione oltre che per le figure dei progettisti anche per le maestranze impegnate e per le tecniche costruttive) poiché dalle difficili condizioni del viceregno deriva un "campionario" assai vario di architetture militari alle quali si guarderà con attenzione privilegiando lo studio di relazioni, pareri, proposte di teorici di estrazione assai varia conservati in archivi italiani ed europei. Contemporaneamente verranno analizzate le peculiarità architettoniche con attenzione alle maestranze, ai professionisti responsabili, ai problemi del cantiere e dei costi. La frammentarietà delle fortificazioni sopravvissute (che saranno oggetto di opportuna catalogazione con formazione di un data-base) verrà compensata dallo studio della documentazione cartografica ed iconografica, e, quando possibile, alcuni episodi superstiti sfuggiti alla distruzione saranno ri-collegati alla vicenda che ne avrebbe giustificato la demolizione tenendo conto delle diverse esigenze della difesa, ma anche di quelle delle città e dei territori insofferenti alla costrizioni da parte di sistemi non più rispondenti alle necessità militari e motivati spesso da progetti di migliori collegamenti viari alle diverse scale oltre che dall'acquisizione di suoli per l'edificazione. L'approfondita ricognizione del materiale bibliografico, cartografico ed iconografico, le indagini negli archivi in fondi che consentono la conoscenza "diretta" dei temi e dei problemi, l'individuazione di esempi utili alla verifica sul campo delle tematiche specifiche, i controlli sul territorio indirizzati su specifici manufatti e sulla loro reale consistenza anche come parti di "sistemi" non integralmente preservati, l'attenzione al loro stato di conservazione ed al loro attuale "peso" sugli assetti urbanistici, sono da considerarsi punto d'arrivo e, insieme, strumenti e momento iniziale cui rivolgere particolare attenzione per ulteriore riflessione e studio. L'organizzazione del materiale e la necessaria elaborazione dei dati si configura, pertanto, come premessa all'individuazione di luoghi e manufatti - base sulla quale impostare "percorsi critici"- utile strumento da finalizzare alla conservazione del patrimonio. L'individuazione di "itinerari tematici" tesi a ricontestualizzare episodi e tessuti "deboli" è legata alla conoscenza precisa, puntuale e circostanziata dei contesti storici; lo studio teso ad evidenziare la stratificazione a scala territoriale e architettonica, contribuisce alla salvaguardia di ambienti e architetture, nonché alla corretta fruizione degli stessi. Le fortezze napoletane, il territorio abruzzese, la piazzaforte di Pescara e alcune città – porto inserite nel problema della difesa delle coste adriatiche, sono da considerarsi episodi significativi già individuati da approfondire seguendo i parametri critici propri delle linee di ricerca. Una particolare attenzione verrà dedicata all'analisi della riorganizzazione della difesa lungo la linea del litorale napoletano operata dai Borbone nella seconda metà del XVIII quando era già stato avviato un processo di progressiva demolizione della obsoleta cinta muraria della capitale ormai inadeguata. Già nei primi anni del Settecento il viceré Vigliena aveva approntato un piano che prevedeva la realizzazione di potenziamenti alle difese costiere del regno e del golfo di Napoli: grazie all'ausilio degli ingegneri militari francesi vennero allestite tra il 1703 e il 1705 nuove fortificazioni lungo la costiera orientale fino a Castellammare. Anche la difesa sul fronte occidentale, affidata in passato al solo castello di Baja, venne integrata con la realizzazione di nuovi presidi. E' l'inizio di una più generale pianificazione delle opere di difesa portata avanti successivamente dai Borbone con l'allestimento di nuovi impianti difensivi nelle due piazzeforti marittime di Gaeta e Baja; un significativo ruolo sarà attribuito da quel momento alle isole pontine tanto che, negli anni successivi, per realizzare un più sicuro presidio verrà avviata la politica per il popolamento di Ponza e Ventotene. Si orienterà la ricerca anche nel controllare le ulteriori modifiche del sistema di protezione del regno attuate durante il decennio francese: il nuovo ruolo nel progetto per la difesa affidato al al litorale flegreo richiese la revisione di importanti presidi in precedenza abbandonati quali Pozzuoli, Miseno, Nisida, e Baja. Nello scacchiere difensivo progettato dai francesi un importante ruolo venne attribuito ai castelli sulle isole di Ischia, Procida e Capri strutture alle quali la storiografia ha in passato dedicato scarsa attenzione.