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UNITA' DI RICERCA

italiano - english
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Programma di ricerca

Società multiculturale, immigrazione e sicurezza: problemi di integrazione sociale
Università di riferimento
Università degli Studi di FIRENZE - TEORIA E STORIA DEL DIRITTO - FIRENZE(FI)
Responsabile dell'Unità di ricerca
Emilio SANTORO
Descrizione
L'ipotesi che l'unità di ricerca intende sviluppare è che la percezione della inevitabile scarsità delle risorse utilizzabili dallo Stato a scopi sociali abbia diffuso nelle opinioni pubbliche europee la convinzione che la garanzia dei diritti a favore delle maggioranze "autoctone" passi necessariamente attraverso l'esclusione dei soggetti migranti dal beneficio di questi diritti. La maggioranza degli elettori dei paesi nord-occidentali appare persuasa della necessità di impedire che un accesso indiscriminato dei migranti ai diritti di cittadinanza possa ridurre considerevolmente le garanzie sociali di cui gli "autoctoni" tradizionalmente godono. Più crudamente si può dire che i cittadini dei paesi nord-occidentali, convinti che quello dei diritti sociali sia un gioco a somma zero, temono fortemente che l'attribuzione ai migranti dei benefici del welfare state accentui la riduzione, già in corso in conseguenza dei fenomeni di globalizzazione economica e finanziaria, dei benefici di cui loro usufruiscono. Secondo la chiave di lettura che si intende proporre la carcerazione dei migranti non fa che rispecchiare la sclerosi di quella che Peter Gloz ha definito "la società dei due terzi", una società cioè in cui una quota rilevante, ma minoritaria, di individui è esclusa dal benessere e dal possesso degli strumenti politici necessari per raggiungerlo. Nei vari sistemi di welfare i circuiti dello scambio politico ed economico hanno sempre operato una discriminazione sistematica fra gli interessi protetti da organizzazioni dotate di un forte potere contrattuale, quelli protetti da associazioni che non occupano posizioni strategiche e, infine, quelli "diffusi" che non dispongono di alcuna protezione efficace. Su questi fenomeni si è innestato, da almeno un ventennio in Europa e da molto più tempo negli Stati Uniti, quello dell'immigrazione di masse di diseredati, provenienti da aree continentali caratterizzate da un tasso di sviluppo scarso o nullo e da un'elevata densità demografica, alla ricerca disperata dei vantaggi offerti dall'appartenenza a "cittadinanze pregiate". Questo processo ha posto il problema della presenza quotidiana di una massa di soggetti economicamente e politicamente molto deboli, esclusi dall'effettivo godimento di quasi tutti i diritti. La garanzia dei diritti a favore delle maggioranze e la parallela necessità di restringere le garanzie sociali per la crisi fiscale dello Stato ha trasformato, come ha sostenuto J.K. Galbraith, le democrazie opulente in "dittature di una classe soddisfatta": i ricchi, gli abbienti, i benestanti, che sono sempre esistiti, ma che in passato erano minoranza e che oggi sono diventati maggioranza. Costoro non sono più costretti a difendere i propri privilegi favorendo il ricambio sociale: possono permettersi l'immobilismo e rifiutarsi di dividere le risorse con i nuovi poveri. Queste condizioni storico-sociali hanno portato alla produzione in tutti i paesi nord-occidentali di quella che è stata definita una underclass, una sottoclasse sociale più o meno estesa, spesso connotata anche in termini etnici, cui è negato l'accesso legittimo alle risorse economiche e sociali disponibili e che viene rappresentata come pericolosa, percepita come una minaccia per la sicurezza sociale e, in conseguenza della sua esclusione, per la sicurezza fisica e patrimoniale dei cittadini. Recentemente Jonathan Simon, riferendosi agli Stati Uniti, ha sostenuto che invece di governare la criminalità, le democrazie contemporanee governano "attraverso" la criminalità: la criminalità sarebbe usata come uno strumento di creazione di egemonia e di consenso. Forse sarebbe più corretto parlare di governo attraverso la "criminalizzazione", ma fatta questa precisazione, l'idea di Simon coglie bene le modalità con cui oggi nei paesi nord-occidentali si stanno gestendo i problemi legati alla presenza dei migranti. La maggioranza dell'opinione pubblica dei paesi nord-occidentali non potrebbe mai accettare che l'accesso ai diritti di cittadinanza venga regolato sulla base di criteri xenofobi o razzisti: non accetterebbe mai, in altre parole, l'idea che i migranti siano esclusi dai diritti sociali perché di pelle nera o gialla, o perché hanno usanze "incivili". Né verrebbe facilmente accolta una prospettiva puramente egoistica: abbiamo poche risorse e quindi i migranti non possono pretendere che noi rinunciamo alle nostre pensioni, ai nostri servizi sociali, che sono già in pericolo, per consentire loro un livello accettabile di sicurezza sociale. Approcci di questo genere fanno presa solo in alcuni settori minoritari, e spesso esasperati, dell'opinione pubblica nord-occidentale. Elevare a confine dell'accesso ai diritti di cittadinanza il rispetto della legge sembra invece asettico e politically correct: sembra più facile negare diritti a chi commette reati. James Lynch e Rita Simon, analizzando i dati provenienti da Stati Uniti, Canada, Australia, Regno Unito, Francia, Germania, Giappone, mostrano che esiste una stretta correlazione tra la resistenza di uno Stato a considerarsi un paese di immigrazione (che sfocia in politiche migratorie restrittive le quali, a loro volta, portano all'estensione delle situazioni di irregolarità), e l'entità della "criminalizzazione" degli immigrati. Invece i paesi abituati a pensarsi come "paese di immigrazione", con regole chiare per tutti - immigrati e non -, sembrano meno "punitivi" nei confronti degli stranieri (e meno afflitti dalla loro criminalità). Secondo i due autori, la forza della relazione tra politiche migratorie e criminalizzazione deriva dal fatto che la condizione di irregolarità, o comunque di precarietà, comporta una limitazione delle opportunità e, di conseguenza, un minor attaccamento alla società di accoglienza (e alle sue norme). L'unità di ricerca intende in particolare analizzare il fenomeno per il quale a livello formale la criminalizzazione dello straniero si autoriproduce. La doppia paura nei confronti dei migranti, in quanto soggetti che, accedendo alla cittadinanza sociale, minacciano il nostro standard di vita e in quanto "criminali", spinge verso politiche di chiusura nei confronti dell'immigrazione, costringendo gli stranieri ad entrare nel nostro paese irregolarmente, oppure a vivere sempre sulla soglia dell'illegalità per la precarietà del titolo di soggiorno che viene loro riconosciuto. L'opera di criminalizzazione degli stranieri non potrebbe reggersi senza un forte tasso di carcerazione. Non è un caso che in Italia, dove nel corso degli anni Novanta del Novecento, dopo una lunga fase di de-carcerizzazione, il numero delle condanne a pena detentiva è aumentato sensibilmente, queste condanne si siano trasformate in vera e propria carcerazione soprattutto per gli stranieri, che, a causa della precarietà delle loro condizioni di vita, non riescono ad accedere alle modalità non-detentive di esecuzione della pena previste dall'ordinamento penitenziario. La difficoltà dei migranti di dar conto di sé rispetto a una serie di richieste, che vanno dal possesso dei documenti di identificazione a una residenza legale e stabile, a un lavoro e/o un reddito, ha come prima conseguenza una più alta applicazione nei loro confronti della custodia in carcere in attesa di giudizio. Da questa misura discende l'impossibilità di scontare fin dall'inizio con modalità non detentive la pena e, una volta in carcere, gli stessi fattori che hanno portato all'applicazione della custodia cautelare ostacolano la concessione dei "benefici" previsti in fase di esecuzione della pena per i detenuti di nazionalità italiana. Questo quadro delinea una profonda cesura nella storia del carcere. In Italia, come nel resto d'Europa, si assiste a un declino dell'ideale riabilitativo. Via via che il carcere perde la finalità risocializzante, la detenzione dei migranti appare sempre più come uno strumento di stigmatizzazione. Se lo scopo della pena detentiva è solo quello incapacitante, l'inflazione del ricorso alla pena detentiva per i migranti, anche nel caso di scarsa pericolosità sociale, sembra finalizzato a mettere i migranti in condizione di non ledere gli interessi degli "autoctoni". A questa finalità, oltre alla detenzione, assolve il ricorso all'espulsione dello straniero dal territorio nazionale. Per questo, in molti casi il carcere si trasforma in una zona di attesa nella quale i migranti sono reclusi prima di essere espulsi. La politica penale, finora costretta alla scelta tra la soppressione fisica e la necessità di rendere il soggetto inoffensivo, vuoi attraverso la deterrenza, vuoi attraverso la rieducazione (o il disciplinamento), riacquista nei confronti dei migranti una dimensione, andata perduta dopo i fallimentari tentativi di deportazione di fine Settecento, e sconosciuta alla penalità del secolo scorso: l'espulsione dallo spazio politico. In conseguenza di questa scoperta il carcere muta funzione: da strumento contenitivo-deterrente-disciplinante si avvia a trasformasi in strumento al servizio di questa nuova dimensione spaziale delle politiche penali. Se il modello teorico qui delineato per spiegare l'alto tasso di incarcerazione dei migranti si rivelerà corretto, si cercherà come ultimo stadio della ricerca di mettere in luce i problemi che esso pone sul piano dell'assetto costituzionale. E' infatti evidente che alla luce del modello proposto si delinea un conflitto tra democrazia (le scelte volute dalla maggioranza dei cittadini) e Stato di diritto (tutela dei diritti dei soggetti migranti, in primo luogo del loro diritto all'uguale trattamento rispetto a quel catalogo di diritti che la nostra Costituzione afferma essere "diritti dell'uomo" e non esclusivamente "diritti del cittadino"). L'ipotesi che ci sentiamo di avanzare è che, come è accaduto in altri momenti in cui storicamente è emerso un nuovo gruppo sociale, il conflitto giudiziario (nel caso specifico quello che si esprime nei processi in cui viene impugnato il decreto di espulsione e nei procedimenti per reati contro la proprietà o per violazione della legge degli stupefacenti o per falsificazione dei documenti) si rivela l'unica forma di proceduralizzazione del conflitto politico oggi disponibile per i migranti. Non solo, ma la via giudiziale sembra anche l'unica via attraverso cui i migranti posso vedersi riconosciuti i loro diritti, eventualmente attraverso l'approdo delle questioni relative alla tutela di questi di fronte alla Corte Costituzionale. La normativa attualmente vigente esclude dal diritto a risiedere sul territorio nazionale i migranti irregolari ed è ipotizzabile che qualsiasi normtiva futura escluderà questi migranti dal diritto di voto qualora questo sarà loro concesso. Per cui i migranti che arrivano senza visto sul nostro territorio con tutto il loro carico di "problemi privati" non potranno mai decidere su come devono essere trattati, potranno esclusivamente ricorrere alle Corti per fare valere i loro diritti. Il fatto che l'esclusione dei migranti sia praticata soprattutto attraverso processi di criminalizzazione rende la via del riconoscimento del diritto di voto ai migranti una soluzione insufficiente anche per i migranti che sono entrati regolarmente. La normativa attualmente vigente esclude infatti la possibilità che possa permanere legittimamente sul nostro territorio il migrante che è solo accusato di aver commesso uno qualsiasi tra un grandissimo numero di delitti (a partire da quelli che i migranti regolari commettono più comunemente). Una eventuale concessione del diritto di voto costruita su questo dato consentirebbe dunque comunque ai processi di criminalizzazione di escludere i migranti dall'arena del conflitto democratico. La concessione del diritto di voto ai migranti regolari non potrebbe escludere uno scenario simile a quello che si sta dispiegando negli Stati Uniti dove l'esclusione dei devianti attraverso il carcere non colpisce solo i loro diritti sociali, ma si estende anche ai diritti politici, trasformandosi così in un meccanismo capace di perpetuare il dominio democratico delle classi agiate. Andrew Shapiro ha stimato che agli inizi degli anni Novanta 4 milioni di americani avevano perduto il diritto di voto a causa della reclusione in carcere. Attualmente sono dodici gli Stati che hanno adottato leggi che prevedono la perdita del diritto di voto per molte categorie di condannati. Fra questi ci sono Stati come la Florida e l'Alabama, dove, come conseguenza di tali disposizioni, quasi un quarto dei maschi neri sono definitivamente privati del diritto di voto. A questo dato va aggiunto quello della sospensione del diritto di voto per i detenuti durante l'esecuzione della pena, sospensione prevista dalle legislazioni di quasi tutti gli Stati. E' sufficiente porre questi dati in relazione con la percentuale di adulti neri reclusi per comprendere che, anche se non in modo definitivo, questo sistema contribuisce a escludere dal voto una larga fascia della popolazione afroamericana. Molti analisti sottolineano il rischio che, a causa della esclusione degli ex-detenuti dal godimento dei diritti politici prevista dalle legislazioni di molti Stati, gli Stati Uniti stiano costruendo un vero e proprio regime di apartheid. Per svolgere la sua attività l'Unità di ricerca svilupperà "L'ALTRO DIRITTO. Centro di documentazione su carcere, marginalità e devianza" (l'indirizzo del sito è: http://dex1.tsd.unifi.it/altrodir/index.htm). già attivi presso il Dipartimento di Teoria e Storia del Diritto dell'Università di Firenze. L'attività del comprenderà, oltre alla gestione del Sito Internet, seminari interni e seminari allargati (con l'intervento di studiosi italiani e stranieri), convegni, missioni e soggiorni di studio, pubblicazioni scientifiche (convenzionali e informatiche). Un'attenzione particolare sarà rivolta, accanto all'attività propriamente scientifica, alle esigenze di laureandi, dottorandi e in genere di giovani studiosi -- italiani e stranieri -- che siano interessati alle ricerche teoriche proposte dal Centro.