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UNITA' DI RICERCA

italiano - english
Bibliografia
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Wacziarg, R. and K. H. Welch (2003), “Trade Liberalization and Growth: New Evidence”, NBER Working Paper No. 10152

Programma di ricerca

Istituzioni e crescita economica
Università di riferimento
Università Commerciale "Luigi Bocconi" MILANO - Economia politica - MILANO(MI)
Responsabile dell'Unità di ricerca
Guido TABELLINI
Descrizione
Come illustrato precedentemente il progetto affronta tre domande distinte ma collegate tra di loro: a) Quali sono le conseguenze economiche di leggi elettorali alternative nelle democrazie moderne? In particolare, come la legge elettorale influenza il potere politico dei cittadini poveri vs ricchi, e attraverso questo canale, come contribuisce a determinare il livello generale della tassazione? b) Cosa succede alla politica economica ed alla crescita economica quando una nazione diventa una democrazia? Quali caratteristiche delle democrazie favoriscono una buona performance economica e quali, al contrario, possono ritardare lo sviluppo economico? c) Qual è il ruolo delle istituzioni informali, come la cultura e le norme sociali, nello spiegare le differenze nel livello di sviluppo tra le regioni europee? Le prime due parti del progetto sono in collaborazione con Torsten Persson della University of Stockholm, la terza parte no. Ogni parte si svilupperà in uno o più lavori scientifici. Tali lavori verranno presentati e discussi all'interno di un gruppo di ricerca internazionale sulle istituzioni e la crescita economica di cui faccio parte, e che sta per formarsi. Il gruppo è organizzato dal CIAR (Canadian Institute for Advanced Research), con il coordinamento di Elhanan Helpman della Harvard University, e con il coinvolgimento di circa 20 eminenti studiosi internazionali in varie discipline (economia, scienza politica e storia economica), che include un recente vincitore del Premio Nobel. Queste tre parti affrontano domande diverse ma legate da un tema comune: gli effetti economici delle istituzioni. La prima parte analizza gli effetti delle istituzioni formali delle democrazie moderne sulla politica fiscale. La seconda parte studia la distinzione tra democrazie e non-democrazie, con riferimento ad una varietà di indicatori di politica economica. La terza parte analizza il retaggio storico delle istituzioni politiche del passato attraverso attitudini individuali e norme sociali. Qui di seguito descrivo il progetto di ricerca specifico e la metodologia applicata a ciascuna delle problematiche. a) Le conseguenze delle leggi elettorali alternative. In Persson, Roland and Tabellini (2003), abbiamo confrontato la politica fiscale nell'ambito di leggi elettorali proporzionali e maggioritarie. La nostra conclusione fondamentale (basata su un'analisi teorica ed empirica) era che le leggi elettorali proporzionali portano ad un sistema partitico più frazionato, a più frequenti governi di coalizione, e , attraverso questo canale, ad una maggiore spesa pubblica generale. In tale lavoro, il meccanismo per cui i governi di coalizione spendono di più era il cosiddetto "common pool problem": ciascun partito nella coalizione vuole orientare la redistribuzione al fine di beneficiare i propri elettori, e i costi che gravano sui contribuenti nel complesso non sono pienamente internalizzati. In tale formulazione, il conflitto economico alla base delle divergenze politiche era su "targeted benefits". Ma questa è solo una (e probabilmente non la principale) delle fonti di conflitto economico nelle società moderne. Un altro e più tradizionale conflitto economico è tra ricchi e poveri, o più in generale, tra "sinistra e destra": come viene risolto questo conflitto con leggi elettorali diverse? La struttura teorica recentemente sviluppata in Persson, Roland and Tabellini (2003) può essere estesa per rispondere a questa domanda. L'idea generale alla base di questo nuovo progetto di ricerca è che l'influenza politica di gruppi marginali di elettori molto poveri può essere maggiore con leggi elettorali proporzionali rispetto a quella con elezioni maggioritarie. La ragione è che, con le elezioni proporzionali, questi gruppi marginali di elettori sono rappresentati in Parlamento da un partito, e dunque hanno una possibilità concreta di appartenere ad un governo di coalizione. Quando ciò accade, essi possono esercitare una notevole influenza sulla politica economica. Nel caso di elezioni maggioritarie, invece, i gruppi estremi di elettori hanno molte meno possibilità di essere rappresentati in parlamento; il sistema partitico è strutturato tipicamente in due grandi partiti che sono in competizione tra loro nell'ottenere l'appoggio delle classi medie. Per cui, gli elettori della fazione di estrema sinistra (e più in generale i gruppi marginali di elettori) saranno meno influenti sia nella competizione elettorale sia nella formazione del governo. In linea di principio, questa caratteristica delle elezioni maggioritarie può penalizzare sia i gruppi marginali di destra e di sinistra, e quindi non creerebbe una differenza sistematica nella dimensione del governo. Ma data l'asimmetria nella distribuzione del reddito, l'effetto della legge elettorale sulla influenza della fazione di sinistra potrebbe essere predominante. Questo effetto della legge elettorale può essere rafforzato dalla endogeneità della partecipazione al voto. Si sa che l'affluenza di elettori alle urne è maggiore con elezioni proporzionali piuttosto che maggioritarie: ciò potrebbe riflettere la percezione secondo cui , effettivamente, nel caso di elezioni maggioritarie, gruppi marginali di elettori della fazione di sinistra non sono molto influenti, rafforzando ulteriormente l'impatto della legge elettorale sulla politica economica. Intendiamo affrontare questo problema sia a livello teorico sia attraverso un'analisi empirica. Innanzitutto risolveremo il modello teorico, estendendo il modello in Persson, Roland and Tabellini (2003) per incorporare questa nuova dimensione del conflitto economico tra ricchi e poveri. Confronteremo poi le previsioni teoriche con i dati cross country e panel. La maggior parte dei dati sono stati già raccolti. Ma dovremo raccogliere nuovi dati, sulle posizioni ideologiche dei partiti nella legislatura e nel governo, e sulla distribuzione delle preferenze ideologiche degli elettori. Analizzare questo problema è importante per capire i meccanismi precisi attraverso cui le leggi elettorali influenzano le decisioni di politica economica. Questo a sua volta è essenziale per caratterizzare il "tradeoff" normativo che una nazione ha davanti a se quando riforma o progetta il suo sistema elettorale, e come questo "tradeoff" interagisce con la specifica situazione economica e politica. b) Democrazia vs Non-democrazie e sviluppo economico. La letteratura sintetizzata nel punto 2.4 più sopra, sull'interazione tra democrazia e sviluppo, ha preso principalmente in considerazione raffronti cross-country (implicitamente ed esplicitamente) Episodi di transizione da autocrazia a democrazia che sfruttano la variazione nel tempo all'interno di un paese, invece, non sono stati studiati attentamente. Inoltre, quasi tutta la letteratura si è concentrata esclusivamente sull'interazione tra sviluppo e democrazia, trascurando la questione di come la democrazia influenzi specifiche scelte di politica economica. Infine, l'ampia eterogeneità tra democrazie e non-democrazie è stata trascurata. Nella nostra ricerca intendiamo focalizzare la nostra attenzione su questi aspetti del problema fin ora trascurati. Ora esiste un ampio "data set" sulle istituzioni politiche dal 1800 (il dataset POLITY IV). Sulla base di questi dati, abbiamo in programma di studiare episodi di transizione da autocrazia a democrazia e viceversa. Abbiamo già iniziato a raccogliere alcuni dati e condotto alcune analisi preliminari. Abbiamo trovato alcune robuste regolarità empiriche. Innanzitutto, la politica economica e la performance economica tendono a migliorare in seguito in seguito a episodi di riforma del commercio e liberalizzazioni economiche. Ciò ci aiuta a identificare esempi di riforme economiche significative e efficaci, confermando precedenti risultati di Sachs and Werner (1995) e di Wacziarg and Welch (2003). In secondo luogo, abbiamo scoperto che episodi di liberalizzazioni economiche tendono ad essere preceduti da liberalizzazioni politiche. La successione degli eventi suggerisce fortemente che la causalità passa dalle riforme politiche a quelle economiche e non viceversa. Prima, una nazione diventa una democrazia. In seguito liberalizza la propria economia e migliora le proprie istituzioni economiche. Ma nonostante il legame positivo con liberalizzazioni economiche successive, in media i passaggi alla democrazia non sembrano essere seguiti da accelerazioni nella crescita né da miglioramenti nelle politiche economiche. Come mai e come può essere coerente questo con l'associazione positiva tra democratizzazione e liberalizzazione economica? Diverse congetture alternative potrebbero spiegare questo problema. Una possibilità è che sia la combinazione di liberalizzazione economica e politica a promuovere politiche migliori e miglioramenti istituzionali. Un'altra possibilità, suggerita anche dai risultati preliminari in Persson (2004), è che sia il tipo di democrazia (parlamentare o presidenziale, ad es.) a fare una grande differenza. In particolare, il passaggio verso una democrazia debole potrebbe essere controproducente, rispetto a rimanere una non-democrazia, forse a causa del rischio elevato di capovolgimento. In generale, nell'affrontare tali problemi, intendiamo studiare nel dettaglio questi episodi di riforme economiche e politiche, al fine di cercare di ottenere una solida comprensione di quali caratteristiche delle istituzioni democratiche sono utili allo sviluppo economico e quali caratteristiche invece potrebbero essere controproducenti. Fare progressi verso la soluzione di queste questioni è essenziale, sia per aiutare le nuove democrazie emergenti, sia per ottenere una migliore comprensione delle determinanti più profonde degli incentivi governativi a mettere in atto politiche economiche efficienti. c) Istituzioni politiche del passato, valori individuali e differenze nello sviluppo all'interno delle regioni europee. Nella terza parte del progetto di ricerca, ho intenzione di studiare il legame tra istituzioni politiche del passato e valori individuali o norme sociali di comportamento, per cercare di capire perché le istituzioni formali sembrano avere effetti così duraturi nel tempo. Il mio obiettivo è quello di cercare di spiegare almeno parte delle differenze osservate nello sviluppo economico nell'ambito delle regioni europee come risultato delle differenti attitudini e valori dei suoi abitanti. La ricerca empirica sfrutterà la banca dati del World Value Survey, che contiene opinioni individuali e valori su un'ampia varietà di questioni su scala europea. Tali valori e opinioni cercano di misurare la fiducia nel prossimo, ma anche la fiducia nello stato e nelle altre istituzioni, la propensione al rischio, la volontà di innovazione, la propensione a imbrogliare/ prendersi gioco dello stato, la fiducia nei sistemi di mercato, ecc. Le differenze regionali osservate con riferimento a questi valori e opinioni sono molto ampie. La strategia di analisi è la seguente. Per evitare ovvi problemi di causalità inversa, cercherò rintracciare le origini di queste attitudini culturali nella differente storia politica delle diverse regioni europee. Metterò in relazione degli indicatori sintetici dei valori individuali, da un lato con la storia politica della regione, dall'altro con la sua performance economica attuale. La storia politica dell'Europa è molto ricca. Molte regioni europee che ora appartengono alla stessa nazione (in Italia ma anche in parti della Germania e del Belgio) erano governate da istituzioni politiche molto differenti nel 1700 e nella prima metà del 1800. Tale varietà può essere sfruttata per spiegare le differenze regionali attualmente osservate nei valori e nelle opinioni individuali. Il passo successivo è quello di chiedere se queste differenze determinate storicamente nei valori e nelle opinioni a loro volta possano spiegare le differenze attualmente osservate nello sviluppo economico, dopo aver preso in considerazione altre determinanti dello sviluppo. Data la storia politica ed economica dell'Europa, la realizzazione di questa analisi empirica a livello regionale (piuttosto che a livello nazionale) dovrebbe consentire di identificare l'effetto delle istituzioni politiche del passato, o di altre differenze storiche tra regioni. Fin troppi studi si sono soffermati sul confronto tra paesi, trascurando invece la varietà di situazioni economiche e di storie passate all'interno dei singoli paesi. L'analisi proposta assomiglierebbe al primo lavoro di Putnam (1993), ma sarebbe sviluppata su scala europea, con una più ampia serie di misure dei valori e delle opinioni individuali, con metodi quantitativi più sistematici e rigorosi.