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UNITA' DI RICERCA
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Bibliografia
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Programma di ricerca
Intellettuali versus democrazia nell'Europa sud-orientale alla metà del Novecento (1933-1953)Università di riferimento
Università degli Studi ROMA TRE - STUDI INTERNAZIONALI - ()Responsabile dell'Unità di ricerca
Francesco GuidaDescrizione
Premessa: A partire dalla fine della Grande Guerra in settori sempre più ampi del mondo intellettuale balcanico cominciò a diffondersi una certa avversione nei confronti dei modelli di sviluppo politico ed economico importati dall’Occidente, considerati in contrasto con le radici, le tradizioni, la cultura e gli interessi delle popolazioni locali. Queste considerazioni indussero molti intellettuali a manifestare più o meno apertamente la loro adesione nei confronti dei movimenti di estrema destra nazionalisti, xenofobi e antisemiti; ciò avvenne in Romania con la Legione dell’Arcangelo Michele o in Croazia con il movimento ustaša. Allo stesso tempo non mancarono uomini di cultura che, pur immuni da atteggiamenti e idee scioviniste ed estremiste, furono propensi però a mostrare scetticismo nei confronti delle pratiche democratiche. Le crescentii difficoltà nei quali i loro Paesi si dibattevano, il clientelismo e la corruzione che erano connaturati alle fragilissime democrazie balcaniche li spinsero a voltare le spalle alla cultura democratica considerata ormai screditata e inefficace in rapporto ai bisogni delle popolazioni, mettendosi di fatto al servizio di una particolare forma di governo autoritario che si impose in tanti Paesi dell’Europa Sud-orientale: la dittatura reale.Il lavoro di ricerca dell’Unità è mirato all’esame di alcuni casi ritenuti indicativi in questa prospettiva comparata della crisi del modello democratico manifestatasi nei Paesi dell’Europa balcanica fra gli anni 30 e 40 del secolo scorso. Obiettivo del progetto è chiarire con quali modalità e con quali differenze e/o affinità, le culture politiche di tre fra i maggiori Stati dell’area (Bulgaria, Jugoslavia, Romania) mostrarono marcata simpatia verso modelli politici anti-democratici.
Tale organizzazione consentirà una piena integrazione con i progetti di ricerca delle altre due unità coinvolte e permetterà di fare emergere alcuni caratteri comuni alla storia e alla cultura dei Paesi presi in esame(retaggio culturale ottomano, complessità etnica della popolazione, recente formazione dello Stato nazionale, modernizzazione lenta e contraddittoria). Più in generale si potranno mettere in luce le caratteristiche delle società romena, jugoslava e bulgara entro i termini cronologici 1933-1953, evidenziando in particolare l'atteggiamento del ceto intellettuale. A tale scopo si studieranno - nel contesto indicato - alcuni casi rappresentativi riguardanti singoli personaggi e movimenti. I casi oggetto specifico del lavoro dei singoli ricercatori saranno quelli di Bogdan Filov, del circolo Zveno (ambedue concernenti la Bulgaria), di Mile Budak e del movimento ustasa (Jugoslavia) e infine quello di Lucretiu Patrascanu e della crisi della democrazia romena sfociata nell’instaurazione della dittatura comunista in Romania.
La ricerca è pertanto articolata in quattro settori. I ricercatori collaboreranno a tutti i quattro, ma ognuno avrà un campo privilegiato di studio. Antonio D'Alessandri centrerà il suo impegno sul settore 1; Alberto Basciani sul settore 2; Paola Storchi sul numero 3; Francesco Guida sul numero 4. Qui di seguito si descrivono i detti ambiti di studio.
1. Jugoslavia, Mile Budak (1889-1945)
Mile Budak, scrittore croato, è noto, più che per l'attività letteraria, per il ruolo rivestito nel movimento ustaša e durante il regime di Pavelic, quando, dopo l’occupazione italo-tedesca della Jugoslavia nell’aprile 1941, fu creato lo Stato indipendente croato (Nezavisna Država Hrvatska – NDH), in realtà sotto il rigido controllo delle forze dell’Asse. Dopo una giovinezza caratterizzata da difficili rapporti con le autorità asburgiche (ad esempio nel 1912 fu arrestato per il ruolo avuto nel tentato assassinio del bano croato Slavko Cuvaj), all’indomani del Primo conflitto mondiale, iniziò a svolgere attività politica e culturale in favore dell’autonomia e dell’indipendenza della Croazia dalla neonata Jugoslavia egemonizzata dall’elemento serbo. Entrato a far parte del Partito croato del diritto (Hrvatska Stranka Prava – HSP), B. avviò una significativa opera propagandistica e ideologica in favore dell’HSP e del suo leader, Pavelic, il quale, dopo la messa al bando dei partiti nel 1929 decisa dal re Aleksandar Karadjorgevic trovò ospitalità in Italia da dove continuò a dirigere il movimento politico di estrema destra ustaša (dal verbo ustati, insorgere). Nel 1938 fondò e diresse il settimanale Hrvatski narod (Il popolo croato) che fu chiuso dalle autorità jugoslave nel 1940. Dopo la nascita dello Stato indipendente croato, divenne ministro dell’Educazione e degli Affari religiosi, dicastero chiave dal punto di vista ideologico nel quadro del nuovo regime. Fu arrestato e giustiziato nel 1945 dai partigiani di Tito. Mile B. fu probabilmente l’intellettuale che seppe meglio interpretare l’ideologia nazionalistica croata basata sull’esaltazione dell’identità contadina e cattolica della popolazione (specialmente nei suoi romanzi e drammi). Questa dottrina fu alla radice del movimento ustaša. Di particolare interesse è la produzione giornalistica di B., l’esame della quale consentirebbe una più ampia e approfondita comprensione del ruolo avuto dal ceto intellettuale croato nella formazione del regime di Pavelic. Il periodo oggetto della ricerca copre gli anni Trenta e Quaranta del XX secolo durante i quali il fragile esperimento “democratico” del Regno jugoslavo fu messo a dura prova da un lato dall’autoritarismo della classe dirigente serba e, dall’altro, dalle spinte indipendentistiche delle altre popolazioni le quali trovarono facili alleati nei regimi europei di destra, come l’Italia fascista e la Germania nazista.
2. Bulgaria, Bogdan Filov (1883-1945)
Tra quanti simpatizzarono per la modernizzazione guidata dal monarca (in Romania Silviu Dragomir e persino Nicolae Iorga, in Jugoslavia Milan Stojadinovic) si annovera in Bulgaria Bogdan Filov.
Nato in seno a una famiglia tradizionalmente impegnata in politica, Bogdan F. (1883-1945) era al momento del suo debutto in politica uno degli intellettuali bulgari più importanti come testimoniano le prestigiose cariche di rettore dell’Università di Sofia e presidente dell’Accademia delle scienze ricoperte negli anni precedenti. Soprattutto aveva dedicato una parte importante della sua vita allo studio del lontano passato della Bulgaria tanto da essere considerato anche oggi una delle figure più rilevanti dell’archeologia bulgara. Significativamente il suo ingresso nella politica avvenne solo dopo il golpe di Boris III (1935) che se per un verso mise fine al governo dittatoriale del circolo dello Zveno, per un altro segnò il tramonto definitivo della giovane democrazia bulgara. Nel 1938 F. fu nominato ministro dell’Istruzione e quindi nel febbraio del 1940 il re lo designò primo ministro. La nomina di F., noto anche per le sue aperte simpatie per la Germania, coincise con una delle fasi più attive e decisamente revisioniste della politica estera della Bulgaria nei confronti dei Paesi vicini e in particolare contro la Romania con cui esisteva un contenzioso riguardo lo spinoso problema del possesso della Dobrugia meridionale. Il 1° marzo del 1940 la Bulgaria aderì formalmente all’alleanza con le Potenze dell’Asse, misura considerata necessaria sia per evitare l’occupazione militare tedesca che per ottenere il placet del potente alleato alla annessione della Macedonia e della Tracia da sempre rivendicati dal nazionalismo bulgaro. Con l’alleanza con le Potenze nazi-fasciste ebbe inizio anche la politica antisemita che però non ebbe un seguito concreto grazie alla coraggiosa opposizione del vicepresidente del Parlamento bulgaro, Dimitar Pešev: fu evitata a migliaia di ebrei bulgari la fine tragica toccata in sorte a milioni di loro correligionari di altri Stati. Alla luce dei tumultuosi avvenimenti che coinvolsero la Bulgaria in questo periodo lo studio di una personalità come quella di F. che nel 1945 pagò con la vita la collaborazione con il regime di Boris, appare senza dubbio interessante per cercare di comprendere meglio non solo una pagina decisiva della storia contemporanea bulgara ma anche quel controverso legame che unì tanti intellettuali come lui con il potere. Quel legame li portò ad accantonare l’esperienza democratica e a offrire i loro servigi a un potere personale che irrimediabilmente si dimostrò soluzione insufficiente a risolvere (e spesso solo anche ad affrontare) i ponderosi problemi che gravavano sui Paesi del Sud-Est dell’Europa, Bulgaria in primis. Tali questioni solo da poco tempo sono affrontate dalle storiografie locali; personalità come quelle di F. fino al 1989 venivano frettolosamente liquidate con il marchio di fascisti impedendo ogni seria discussione. Invece lo studio di carte d’archivio, della più recente produzione scientifica e dei testi da lui stesso scritti può aiutare a gettare una luce nuova e originale su quel lato oscuro, spesso difficile da analizzare e comprendere, che fu il fascino esercitato dal potere sugli uomini di cultura e il rigetto mostrato da tanti di loro per le regole e le istituzioni della moderna democrazia.
3. Bulgaria, lo Zveno (1934-1935)
L’associazione dello Zveno (anello) nacque nel 1927 in un primo tempo attorno all’omonima rivista allora fondata da Dimo Kazacov, uno dei pubblicisti più importanti della Bulgaria. Presto i membri dell’associazione istaurarono un saldo legame con alcuni influenti militari e da questo momento lo Zveno operò attivamente per la conquista del potere, la restaurazione del primato assoluto dello Stato e la modernizzazione autoritaria della Bulgaria. Molti zvenari erano di tendenza repubblicana ma si dichiaravano apolitici: il loro obiettivo era porre fine alla vecchia politica bulgara e soprattutto ai particolarismi dei partiti. Nella notte tra il 18 e il 19 maggio 1934 con un colpo di Stato lo Zveno divenne padrone del Paese attuando tutta una serie di misure atte a rendere lo Stato più efficiente e ad eliminare l’organizzazione terroristica macedone. Il governo zvenaro durò appena un anno; nell’aprile del 1935 un nuovo colpo di Stato consegnò tutto il potere allo zar Boris III. Però alla fine della II guerra mondiale lo Zveno ebbe un ruolo nell’instaurazione del regime comunista in Bulgaria. Studiare lo Zveno significa addentrarsi in una pagina affascinante ma poco conosciuta della storia contemporanea bulgara. Esso rappresenta uno degli aspetti più originali della recente storia balcanica. Dopo l’oblio seguito all’instaurazione del regime comunista vanno ancora inquadrati e studiati i legami che legarono il gruppo dirigente con gli ambienti militari e con quelli della massoneria bulgara. Va compreso l’autentico spirito che muoveva quel progetto riformatore e modernizzatore. Alla luce della documentazione d’archivio originale resa ormai disponibile e dei più recenti risultati della storiografia bulgara e straniera, la ricerca si propone di fornirne una lettura del tutto innovativa.
4. Romania, Lucretiu Patrascanu (1900-1954)
Il caso di Patrascanu, importante esponente del Partito comunista romeno (PMR/PCR), caduto in disgrazia sino dal 1948 e ucciso nel 1954 per volontà del regime, merita un’attenzione particolare. L’accusa che principalmente gli mossero i suoi avversari (e compagni) riguardò il suo “sciovinismo”, cioè l’avere fatto dichiarazioni tali da mettere in allarme la minoranza ungherese, e la sua tendenza ad allontanarsi dalla linea fissata dagli organismi di partito. Secondo Denis Deletant “i sovietici si trovavano alle spalle delle accuse” lanciategli contro. In sostanza, tenendo presente la fase preliminare dell’inchiesta contro P. si potrebbe anticipare l’inizio delle purghe staliniane (tradizionalmente collocato nel 1949 con il caso dell’ungherese László Rajk) poiché egli sarebbe stato vittima della campagna, prima incipiente e poi aperta, mossa da Mosca contro la Jugoslavia. Significativa è un’altra accusa, di avere proposto la collaborazione con la borghesia – o una sua parte – e con l’intera classe contadina, senza distinguere i kulakì o chiaburi dagli altri contadini: era ciò che Stalin rimproverava a Tito. Inoltre P. sembrava propenso a sostenere il progetto di federazione balcanica tra Jugoslavia, Romania, Bulgaria ed Albania, che già era valso una dura rampogna di Stalin a Dimitrov. P. era la vittima giusta per il “giro di vite” che Stalin preparava per l’intero blocco sovietico.
Il caso è di particolare interesse perché si intreccia e insieme si distingue dalle altrettanto note purghe contro i leaders della cosiddetta corrente moscovita, Ana Pauker, Vasile Luca e Teohari Georgescu. Esistono ancora margini di ricerca per capire quale sia stata la dinamica interna ai vertici del partito dopo la caduta in disgrazia di P. e in relazione all’inchiesta. Tale dinamica certo non fu molto lineare e si ha l’impressione che ancora oggi alcune affermazioni della storiografia siano più dei luoghi comuni che frutto di certezze documentate. La pubblicazione di larga parte del materiale relativo al processo può aiutare a sciogliere solo parzialmente tali dubbi, poiché è necessario analizzare anche la documentazione proveniente dagli archivi del PCR. Importante è accedere alla documentazione ex sovietica, visto il ruolo degli agenti di Stalin nella vicenda. Neanche lo studioso russo I.E. Russu utilizza a fondo tale documentazione.
Le caratteristiche del personaggio permettono però di andare ben oltre l’interesse per la sua fine e le dinamiche politiche a essa connesse. P. fu un intellettuale di notevole livello che aveva dato prove di sé già prima del secondo conflitto mondiale. Ricostruire la sua biografia e soprattutto il suo percorso intellettuale può fare comprendere come una parte dell’intelligencija romena cercasse la risposta alle proprie aspirazioni ed ansie nel comunismo pur conoscendo già gli aspetti più pesanti e odiosi della sua realizzazione pratica in URSS. Di più, le purghe staliniane avevano coinvolte anche militanti romeni rifugiati in terra sovietica, tra i quali Marcel Pauker, marito della pasionaria romena. Allo stesso tempo è notevole che dopo la presa del potere da parte comunista le opinioni di uomini come P. siano state pesantemente contrastate proprio in sede di dibattito tra storici, un dibattito peraltro marcatamente condizionato dalla dirigenza e dalla tattica politica. Molto stimolante è l’ipotesi che P. potesse progressivamente finire su posizioni di dissenso, come avvenne in Jugoslavia con Dijlas. Della sua tendenza a dare una dimensione nazionale alla linea politica del partito si è fatto rapido cenno: in ciò egli anticipava una scelta che negli anni successivi divenne possibile in tutte le democrazie popolari e particolarmente pesò in Romania. Si vociferò anche di una sua ipotesi di fuga all’estero e di una disponibilità a rimettere in discussione la linea del Blocco democratico che aveva ricacciato all’opposizione i maggiori partiti tradizionali (poi sconfitti solo grazie a sesquipedali brogli elettorali). Insomma esistono indizi per immaginare che egli potesse farsi portatore di un diverso modello di socialismo. Molti anni dopo persino Ceausescu giunse ad affermare che se le condizioni sociali e storiche lo avessero permesso il regime si sarebbe potuto realizzare per altre vie e senza ricorrere alle maniere forti. Ciò che più interessa è il fatto che nel caso di P. questa opzione pacifica trovasse un retroterra culturale e non concernesse la pura tattica politica. I saggi che furono scritti molti anni fa da Leo Valiani ed Enrico Vitello non poterono usufruire di molte informazioni venute in luce più tardi, ma contengono alcuni spunti utili e degni di essere ripresi in questo nuovo studio che vorrebbe essere un marcato progresso nell’acquisizione della verità storica, nonché la base per diffondere in ambito accademico, ma anche al di fuori di esso (utilizzando internet) gli esiti della ricerca, ma pure una parte della documentazione utilizzata.



