Contenuto
Ti trovi in: HOME »Programmi, progetti e risultati »I progetti »PRIN - Programmi di ricerca di Rilevante Interesse Nazionale»Programma di ricerca»Unità di ricercaINIZIO_TESTO_DA_INDICIZZARE
UNITA' DI RICERCA
italiano - english
Bibliografia
Alexander, S. The triple Myth. A Life of Archibishop Alojzije Stepinac, New York 1987Baton, D. Mladi Stepinac. Pisma zaruenici (Il giovane Stepinac. Lettere alla fidanzata), Roma 1975
Bauer, E. Aloisius Kardinal Stepinac. Recklinghausen 1979
Beluhan, Kostelic, E. Stepinac govori (Stepinac parla), Valencia 1967
Benigar, A. Alojzije Stepinac - Hrvatski kardinal (Alojzije Stepinac - Cardinale croato) Roma 1974
Cavalli, F. Il processo dell'Arcivescovo di Zagabria, Roma 1947
Dragoun, Th. Le dossier du cardinal Stepinac, Paris 1958
Eterovic, F. Aloysius Cardinal Stepinac. A spiritual Leader. Chicago 1970
Istranin, N. (Anonymous) Stepinac - un innocente condannato. Vicenza 1982
Kreuzer, P. Fahrt zu Stepinac. Würzburg 1954
Landeroy, M. Le Cardinal Stepinac, martyr des droits de l'homme. Parigi 1981
Nikolic, V. Stepinac mu je ime - Zbornik uspomena, svjedocanstava i dokumenata (Stepinac e il suo nome - Atti di memorie, testimonianze e documenti) (2 vol.) Monaco di Baviera/Barcelona, 1978-1980
O'Brien of Thomond, A. H. Archbishop Stepinac. The Man and his Case. Westminster 1947
Pattee, R. The case of Cardinal Aloysius Stepinac. Milwaukee 1953
Pezet, E. Stepinac - Tito. Contextes et éclairages de "L'Affaire". Parigi 1959
Piovanelli, M. Un vincitore all'Est...". Profillo biografico del Cardinale Stepinac. Milano 1961
Pizzardo, G. I quattordici anni di martirio del cardinale Stepinac. Roma 1960
Prcela I. - Krtic S. The Man of God and his People. Cleveland 1961
Raymond, M. The Man for this Moment. The Life and Death of Aloysius Cardinal Stepinac. Nuova York 1971
Stepinac, A. Pisma iz suanjstva (Lettere dal carcere). Zagabria 1988
Stefan, Lj. Stepinac i Zidovi (Stepinac e gli ebrei) Zagabria 1988
Wallace, B. The Trial of Dr. Aloysius Stepinac, Archbishop of Zagreb, Londra 1947
Programma di ricerca
Intellettuali versus democrazia nell'Europa sud-orientale alla metà del Novecento (1933-1953)Università di riferimento
Università degli Studi di ROMA "La Sapienza" - STORIA MODERNA E CONTEMPORANEA - ()Responsabile dell'Unità di ricerca
Rita TolomeoDescrizione
L’Unità di ricerca si compone di cinque ricercatori i quali opereranno in stretta collaborazione, ma allo stesso tempo tratteranno ciascuno uno specifico tema. Giuliano Caroli cercherà di ricostruire la storia politica dell’effimera esperienza dello Stato indipendente croato. Rita Tolomeo esaminerà lo specifico ruolo ecclesiastico di Stepinac e i suoi rapporti con la Santa Sede, nonché la sua dimensione di intellettuale di rango nell’area slavo- meridionale. Cinzia Maggio studierà i rapporti tra Stepinac e il governo ustasa che crearono i presupposti, almeno in parte, per la successiva persecuzione da parte del regime comunista titino: in particolare sarà indagato il versante culturale di tali rapporti, cioè il nesso creatosi tra i vertici ecclesiastici, il ceto intellettuale e le istituzioni culturali (come la Matica Hrvatska). Valentina Stazzi potrà esaminare nel dettaglio la vicenda giudiziaria del processo al capo della Chiesa cattolica croata e le reazioni nel ceto intellettuale. Laura Fortunato esaminerà gli echi della stessa vicenda sul piano internazionale e soprattutto nel mondo intellettuale cattolico.Poiché Stepinac è personaggio noto all'opinione pubblica croata e agli specialisti, ma non è altrettanto conosciuto in Occidente a tanti anni di distanza dal processo che portò il suo nome su tutti i giornali (un risveglio di interesse vi è stato solo in occasione della discussa recente beatificazione), qui di seguito si fornisce una scheda biografica, che include alcuni spunti critici.
In tempi davvero difficili per la Croazia si trovò ad operare Stepinac, uomo di cultura e di fede, vissuto a cavallo tra due sistemi di governo tra loro antitetici, quello dello “Stato indipendente Croato” di Ante Pavelic e il regime comunista di Tito, che lo videro allo stesso modo personalmente coinvolto. Ordinato sacerdote il 26 ottobre 1930, già nel 1934 fu scelto come coadiutore dell’Arcivescovo di Zagabria, mons. Antonio Bauer, nonostante fosse il membro più giovane della cancelleria arcivescovile. Per molti giorni la stampa del paese si occupò di lui. Anche i giornali tedeschi, boemi e ungheresi parlarono del giovane ecclesiastico che, a trentasei anni di età e dopo soli quattro anni di sacerdozio, il 28 maggio 1934 era stato designato Arcivescovo coadiutore con diritto di successione. La sua consacrazione episcopale fu circondata dal generale entusiasmo dei croati, ma, sin dal primo giorno del suo ministero pastorale, vi furono ad attenderlo eccezionali difficoltà, le stesse che avrebbe dovuto attraversare anche la Chiesa in Jugoslavia. La sua azione fu caratterizzata da modernità nei metodi di apostolato: utilizzò la radio, l’altoparlante nelle piazze, la stampa, le visite fin nei villaggi più sperduti e forme organizzative moderne tra gli operai, gli studenti e i professionisti. La sua opera lo portò ad agire, dunque, contemporaneamente sul piano della fede e della politica. Il contesto in cui operò, mosso, secondo quanto egli stesso affermava, dall’amore per la propria nazione, fu quello dello “Stato indipendente di Croazia”, costituitosi nell’aprile del 1941, cui egli stesso diede la propria adesione, poiché quella costruzione gli sembrava incarnare l’aspirazione del popolo croato alla propria unità etnica, politica e religiosa. Nel processo intentato a suo carico, nel settembre del 1946, dal regime comunista di Tito, durante il quale fu accusato di collaborazione con il governo ustaša, di complicità nei crimini da esso perpetrati, soprattutto ai danni dei serbi ortodossi, e di resistenza e cospirazione contro il regime comunista, egli dichiarò:
“sarei stato un vile se non avessi sentito pulsare in me il cuore del popolo croato, che nell’antica Jugoslavia era schiavo […] non si permetteva ai croati di giungere ai gradi più elevati nell’esercito o d’entrare nella diplomazia, se non a patto di cambiare religione o di sposare una donna di altra religione. Qui si trova il fondamento reale e lo sfondo delle mie circolari e dei miei discorsi. Quanto io ho detto sul diritto del popolo croato alla libertà e all’indipendenza è conforme ai principi della morale e nessuno può negarglielo…Non potrà un vescovo cattolico, un arcivescovo, dire una parola su questo argomento? Se è necessario dare la vita, noi la daremo perché abbiamo fatto il nostro dovere […] (Fiorello CAVALLI, Il processo dell’Arcivescovo di Zagabria, Roma, 1947, pp.149-150).
Uno degli aspetti più controversi della figura di Stepinac riguarda l’appoggio dato al regime ustaša: fu motivato dal fatto che si trattava di un movimento politico che mirava all’indipendenza croata oppure, al contrario, era un’adesione piena che avallava l’ideologia ustaša e i crimini commessi in nome di essa? Totalmente dicotomiche risultano le posizioni degli avversari e dei sostenitori, passati e presenti, dell’Arcivescovo croato. I suoi avversari lo ritennero colpevole di aver dato la propria benedizione a buona parte della stampa cattolica croata, che sembrerebbe aver svolto un ruolo non secondario in sostegno al regime di Pavelic Dalle pagine di giornali quali la “Hrvastska straza” (La guardia croata); “La voce croata”, il “Giornale cattolico” risuonarono lodi al Poglavnik Pavelic e alle idee fasciste. Come avrebbero testimoniato i due periodici cattolici “Katolicki List” e “Hrvatski Narod”, tra le altre vi furono anche le lodi espresse dall’Arcivescovo, quando già erano noti i massacri compiuti da Ante Pavelic e dal suo regime a danno di serbi, ebrei, vescovi e pope ortodossi (Branimirv STANOJEVIC, Alojzije Stepinac, zlocinac ili svetac (Alojzije Strepinac, criminale o santo), Belgrado, Nova Knjika, 1985). La stampa cattolica sembrò essere schierata dalla parte degli ustaša, anche quando diede spazio all’attività dei “Krizari” (crociati), un gruppo di derivazione ustaša, che attuò la resistenza armata contro i comunisti di Tito. Gli avversari di Stepinac lo ritenevano responsabile di aver in qualche modo favorito e sostenuto l’attività dei Krizari, benedicendo le loro bandiere, accogliendo alcuni crociati nella cappella arcivescovile, esaltandone la simbologia, come avvenne durante il pellegrinaggio a Marija Bistrica nel 1941 e nel 1944. Stepinac però precedentemente si era spinto ben più in là: aveva accolto sin dall’inizio con calore l’arrivo di Ante Pavelic diffondendo una lettera pastorale che incitava a dare pieno appoggio al nuovo Stato, in quanto rappresentante della Chiesa cattolica. Tra gli aspetti positivi del governo ustaša, indicati dall’Arcivescovo croato in una lettera inviata al cardinal Maglione il 24 maggio 1943, vi sarebbero stati l'aver lottato energicamente contro la diffusione dell’aborto, sostenuto soprattutto da medici “giudei e ortodossi”, di aver proibito la pornografia, abolito la massoneria e combattuto il comunismo, di aver emanato decreti contro la blasfemia, favorito l’educazione cattolica nell’esercito e nelle scuole, di aver aumentato le dotazioni dei seminari, degli istituti ecclesiastici e dei sacerdoti e di aver favorito la Chiesa, preoccupandosi anche della creazione e riparazione dei luoghi di culto. Dunque Stepinac era accusato di aver collaborato alle conversioni forzate di massa, e al tempo stesso di aver avuto rapporti stretti con molti esponenti di primo piano del governo ustaša. Tramite lui si sarebbe inoltre realizzata la collaborazione tra Pavelic e il Vaticano. Tutto ciò non poteva non rendere inviso l'Arcivescovo croato al regime comunista di Tito, che mirava ad una netta separazione tra Stato e Chiesa in Croazia e a combattere ogni forma di opposizione al nuovo ordine comunista, compresa quella cattolica. La tensione tra il governo comunista e le autorità ecclesiastiche e, in particolare con l’Arcivescovo di Zagabria, era andata crescendo già sul finire della guerra. A farla esplodere fu la lettera collettiva dell’episcopato jugoslavo, diretta al popolo croato nel marzo 1945, recante come prima firma quella dell’Arcivescovo di Zagabria. Nella lettera, oltre alle proteste per le violenze commesse dal regime ustaša, era contenuta un’aperta denuncia contro gli eccessi dei partigiani jugoslavi e più in generale contro la persecuzione religiosa messa in atto dal regime comunista. Ciò valse a Stepinac il “tristissimo processo”, come lo definì Pio XII, e la condanna a sedici anni di lavori forzati tramutata poi in arresti domiciliari, che lo condussero, tra prigionia e malattia, alla morte. L’Arcivescovo fu accusato di essere “un traditore e un criminale”, accuse peraltro non diverse da quelle imputate a tutto il clero croato, tacciato di esser composto di “nemici del popolo, fascisti, reazionari e traditori”, come erano tutti coloro che non simpatizzavano per il comunismo. Stepinac e i suoi sostenitori usarono quel processo per confutare tutte le accuse. Si faceva notare come già il 20 novembre 1941, ovvero pochi mesi dopo la costituzione del nuovo Stato, Stepinac aveva inviato a Pavelic una lunga lettera di denuncia degli atti di violenza compiuti dagli ustasa. Niente affatto cordiali sarebbero stati i rapporti tra i due, secondo i difensori di Stepinac né con i più autorevoli esponenti del regime ustaša, che lo ritenevano responsabile del mancato riconoscimento del nuovo Stato da parte della Santa Sede. Per quanto concerneva inoltre le informazioni contenute nella stampa cattolica croata, non andava dimenticato che essa era stata sottoposta a censura in quel periodo, come accadeva in ogni regime autoritario. Al processo, l’Arcivescovo croato sembrò incarnare, di fronte al regime di Tito, il ruolo di denuncia delle persecuzioni messe in atto contro la Chiesa e il cattolicesimo. Stepinac fu costretto a confrontarsi con le modalità di affermazione del comunismo in Jugoslavia, che prevedevano anche l’eliminazione sistematica di ogni oppositore del regime. L’uomo inviso, secondo i suoi difensori, a Pavelic e ai tedeschi, risultò un elemento scomodo anche per i comunisti.
Per apportare elementi nuovi sul caso Stepinac si intende allargare il campo dell’indagine storica a nuova documentazione, quale quella conservata presso l'archivio storico diplomatico del Ministero Affari esteri italiano e presso l'Archivio dell'Ufficio storico dello Stato Maggiore dell'Esercito (Roma). Inoltre sarà particolarmente importante la ricerca e l'analisi di documentazione proveniente dall'Archivio segreto Vaticano, per il quale è prevista l'apertura dei fondi fino al 1939, e dalla documentazione del Capitolo di Zagabria. Tra i fondi vaticani crediamo utile consultare soprattutto l'Archivio della Sacra Congregazione dei santi. Infine per la parte inerente ai rapporti tra la Chiesa cattolica e il PCJ, saranno consultati sia gli Archivi di Stato di Zagabria e Belgrado, sia gli Archivi ex sovietici.



