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UNITA' DI RICERCA
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Bibliografia
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Programma di ricerca
Intellettuali versus democrazia nell'Europa sud-orientale alla metà del Novecento (1933-1953)Università di riferimento
Università degli Studi di ROMA "La Sapienza" - STUDI POLITICI - ()Responsabile dell'Unità di ricerca
Roberto ValleDescrizione
Intellettuali tra fascismo e comunismo nel Sud-Est europeo:Ivo Andric,Miloš Crnjanski, Milovan Djilas, Dmytro Doncov.
Tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta il Sud-Est europeo è stato attraversato da movimenti politici e culturali che, con diverse modalità, si sono richiamati al fascismo e al comunismo ed è stato un singolare teatro della “guerra civile europea”. La ricerca progettata da questa Unità si propone di indagare tale complessa vicenda politico-ideologica, affrontando, attraverso la personalità e l’opera di alcuni significativi esponenti dell’intelligencija, due casi emblematici: quello della Jugoslavia quale luogo di esperimento tra fascismo e comunismo e quello del poco conosciuto nazionalismo ucraino.
Nel contesto geopolitico del Sud-Est europeo un caso particolare è rappresentato dallo spazio jugoslavo: la costituzione e la dissoluzione della prima Jugoslavia (1918-1941) fu caratterizzata dall’insorgenza delle questioni nazionali che, nella temperie dell’epoca, assunsero una coloritura ideologica messianico-totalitaria; nel corso del secondo conflitto mondiale le ideologie messianico-totalitarie costituirono il substrato culturale della guerra civile jugoslava. Dal canto suo, la seconda Jugoslavia fu comunista in nome della “fratellanza e dell’unità” degli slavi del sud (versione locale dell’”internazionalismo proletario”) senza aver risolto le questioni nazionali. Fin dagli anni Trenta i comunisti avevano difeso l’unità del popoli della Jugoslavia, affermando che il nazionalismo borghese era ormai trascolorato nel fascismo, per cui era necessario operare per il crollo di quella democrazia borghese che era all’origine del fascismo. Paradossalmente, l’unità dei popoli della Jugoslavia si rivelò essere una variante del nazionalismo (come dimostra lo rottura tra Tito e Stalin nel 1948), il prototipo di un “supernazionalismo” degli slavi del sud che mal si conciliava con quell’universalismo apocalittico e rivoluzionario del marxismo che voleva approdare al “regno della libertà” a partire dalla tabula rasa.
Nel contesto jugoslavo alcuni intellettuali sono stati interpreti dei “tormenti” di un secolo animato da quel “desiderio di perfezione e di grandi altezze” che si è rivelato “diabolico”. Emblematici, in tal senso, sono i casi dello scrittore bosniaco Ivo Andric (1892-1875) e dello scrittore serbo Miloš Crnjanski (1893-1977) che possono essere annoverati tra quei moralisti ed esistenzialisti che, pur attratti dalla tentazione totalitaria, hanno rivelato la tragicità e il fondo biologico della storia dei popoli del Sud-Est europeo. Andric aveva intrapreso la carriera diplomatica (nel 1920 fu segretario presso il consolato jugoslavo in Vaticano e nel 1939 fu nominato ambasciatore jugoslavo a Berlino) e fu anche consigliere dell’ufficio politico del ministero degli Esteri con il governo del primo ministro Milan Stojadinovic che aspirava a diventare il Mussolini jugoslavo. Nel secondo dopoguerra Andric fu “accettato” dal regime comunista entrando nella “storia tumultuosa” della Jugoslavia socialista, “un paese che è stato sempre teatro e vittima di grandi scontri”. Negli anni Venti Andric dedicò una serie di articoli alla “genesi del fascismo” (ancora inediti in italiano): per lo scrittore jugoslavo il fascismo mostrava “natura rivoluzionaria” e la dittatura di Mussolini aveva assorbito il “nazionalismo conservatore” in un movimento dalle basi più ampie e capace di essere il “contrario” del comunismo. Andric, però, fu avversario del fascismo croato (“clerico-ustaša”) e fin dagli anni Quaranta considerò il comunismo titoista (lo scrittore aderì al partito comunista dopo lo scisma titino) come una sorta di incarnazione dello “spirito jugoslavista” e del supernazionalismo jugoslavo.
Dal canto suo, il poeta e scrittore Miloš Crnjanski (che è stato attaché culturale del Regno di Jugoslavia a Berlino, Lisbona e Roma) nei suoi scritti pubblicistici tra le due guerre ha oscillato tra idee contrarie alla libertà e al progresso e il ribellismo socialista. Dopo la seconda guerra mondiale, Crnjanski è emigrato in Gran Bretagna e ha fatto ritorno in Jugoslavia nel 1965, portando con sé Migrazioni il grande romanzo dell’insoddisfazione serba alla ricerca di quel “regno celeste” che non si era inverato nel comunismo.
Diversamente da Andric e da Crnjanski, lo scrittore montenegrino Milovan Djilas (1911-1995) ha aderito fin dal 1932 al partito comunista jugoslavo, è stato il comandante delle forze partigiane in Montenegro e in Bosnia durante la seconda guerra mondiale. Nel 1948, Djilas era alla guida della delegazione jugoslava a Mosca per dirimere il contrasto con Stalin. Dopo l’espulsione della Jugoslavia dal Cominform, Djilas fu uno dei principali ideologi dell’autogestione jugoslava e di un modello di comunismo che avrebbe dovuto ricollegarsi direttamente ai tempi messianici della lega dei comunisti di Marx. In un articolo del 1954, Anatomia di una morale, Djilas criticò lo stile di vita della nomenklatura comunista che si era costituita in “nuova classe”: i “rivoluzionari di professione” erano diventati una “burocrazia politica” che giustificava il proprio potere in nome della felicità e della libertà universale. Perdute le illusioni del comunismo idealista, Djilas fu espulso dal partito e divenne un dissidente impegnato a denunciare le derive nazionaliste dei comunismi del Sud-Est europeo.
Nell’estremo limes orientale, nell'Ucraina compresa tra le pianure russe e il mar Nero, un caso emblematico è quello di Dmytro Doncov (1883-1973), il principale ideologo dell’identità ucraina e del “nazionalismo d’azione”. Invocando il “fuoco dell’impegno fanatico” e la “forza d’acciaio dell’entusiasmo”, Doncov fondò nel 1929 l’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini ed elaborò un’eclettica dottrina di marca fascista incentrata sull’idea della naciokratija, del potere della nazione incarnato da un dittatore-demiurgo.
Tutti i componenti l'Unità di ricerca collaboreranno tra di loro e confronteranno i risultati della propria indagine scientifica, ma al contempo ognuno di loro porrà un'attenzione particolare a uno dei temi oggetto dello studio. Roberto Valle indagherà soprattutto sui casi di Andric e Djilas, Sbutega esaminerà il caso di Crnjanski, mentre Caruso analizzerà quello di Doncov.
I materiali disponibili a Roma e in Italia sono alquanto limitati e dunque sarà necessario reperirne molti altri nelle biblioteche e negli archivi di Belgrado, Cettinje, Sarajevo, Mosca e Kiev. Dopo un trimestre di esame della letteratura storica più facilmente acquisibile, da sei a dodici mesi dovranno essere dedicati appunto al reperimento di ulteriori materiali che rendano lo studio più originale e consentano di raggiungere gli obiettivi che l'Unità si prefigge.



