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INIZIO_TESTO_DA_INDICIZZARE

UNITA' DI RICERCA

italiano - english
Bibliografia
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Tavoosi, M., with notes by R.N. Frye (1989), An Inscribed Capital dating from the time of Shapur I, Bulletin of the Asia Institute 3,
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Programma di ricerca

Monumenti epigrafici e letterari del medioevo iranico, centrasiatico e indiano: filologia e lessicografia.
Università di riferimento
Università degli Studi di ROMA "La Sapienza" - STUDI ORIENTALI - ()
Responsabile dell'Unità di ricerca
Carlo Giovanni Cereti
Descrizione
Nel presente progetto si propone lo studio finalizzato all’edizione e all’informatizzazione di testi medio-persiani la cui rilevanza filologica, storica e culturale è di spiccato interesse scientifico.
Tale analisi si svolgerà in tre distinti indirizzi: quello epigrafico, quello letterario e quello numismatico. Lo studio del materiale epigrafico si baserà sull’esame del corpus di iscrizioni minori in medio-persiano; questa proposta era compresa nel precedente progetto PRIN 2005, ma non è stata portata a termine a causa della riduzione del finanziamento previsto, si è infatti preferito raggiungere gli obiettivi concernenti lo studio del VII libro del Denkard, portato a termine dal Dr., ora Prof., Enrico Raffaelli e la collezione di bullae provenienti da Khoy, materiale analizzato congiuntamente dal prof. Cereti e dal dott. Sinisi.
La Dott.ssa Chiara Barbati preparerà l'edizione delle iscrizioni scelte. Tra i materiali epigrafici da informatizzare sono state scelte tre iscrizioni minori mediopersiane, che presentano differenti peculiarità di carattere storico, linguistico e paleografico: l'iscrizione di Abnun (Tavoosi con note di Frye 1989; Gignoux 1991; Skjaervo 1992 e Mackenzie 1993); l'iscrizione di Mishkinshahr (Gropp 1968, Nyberg 1970, MacKenzie 1993, Frye- Skjærvø 1996); l'iscrizione di Firuzabad (Henning 1954).
L'iscrizione di Abnun, rinvenuta nella seconda metà degli anni 80 a Barm-e Delak, località del Fars a dieci km ad est di Shiraz, ha conosciuto la sua prima edizione, ricca di documentazione fotografica, nel 1989 ad opera di Tavoosi con note di Frye. Essa è posta sulla parte superiore del basamento di un altare del fuoco, erroneamente interpretato come capitello da Tavoosi e Frye (1989). Sotto l'iscrizione quattro nicchie, una per ogni facciata, riportano legende relative ai quattro personaggi raffigurati. Quest'iscrizione dedicatoria, riletta correttamente da Gignoux (1991) e Skjaervo (1992), testimonia l'erezione di un tempio del fuoco da parte del funzionario-capo del gineceo, Abnun, in seguito alla vittoria di Shabuhr I a Misikhé. Datata al terzo anno del regno di Shabuhr I (241-272), è la testimonianza epigrafica sasanide più antica in nostro possesso; come ben emerso dal lavoro di Skjærvø (1992), questo testo presenta interessanti particolarità linguistiche rispetto alle altre iscrizioni coeve, come ad esempio la traccia di un imperfetto mediopersiano direttamente raffrontabile con l'ottativo aumentato anticopersiano.
La seconda iscrizione è stata scoperta da una missione archeologica iraniana, nell'estate del 1966, vicino alla piccola città di Mishkin nell'Azerbaijan iraniano orientale. La documentazione fotografica fu interamente pubblicato per la prima volta da Gropp (1968), tuttavia la mancanza di foto soddisfacenti ha inficiato la lettura e l'interpretazione del testo da parte di Nyberg (1970).
Grazie a calchi in lattice, eseguiti da Frye nel 1967, si è potuta migliorare in parte la lettura dell'iscrizione (Frye- Skjærvø 1996), che pur tuttavia non è stata presa in esame nella raccolta di Back (1978).
L'iscrizione, posta su un grande masso, reca la data del 27° anno del regno di Shabuhr II (309-379) e testimonia la fondazione di una fortezza in una regione strategica per il controllo dell'Armenia, al centro delle contese tra la Persia sasanide e l'Impero romano.
L'ultima iscrizione da studiare è stata rinvenuta da Herzfeld nel 1924, sulle rovine di un ponte lungo la strada di accesso al grande sito archeologico di Firuzabad. La prima edizione del materiale fotografico è dovuta a Ghirshmann (1947), ma la sua corretta interpretazione si deve a Henning (1954) e fu resa possibile grazie a calchi in lattice e nuove foto che l'autore stesso si procurò durante vari sopralluoghi. Ancora oggi la documentazione fotografica è assai modesta e di scarsa utilità. In base ai dati paleografici e alla ricostruzione linguistica, Henning giunse alla conclusione che la fondazione del ponte, di cui l'iscrizione è una celebrazione, si
deve a Mihr-Narseh, primo ministro che dominò la scena politica del Regno sasanide nel corso del quinto secolo d.C. L'iscrizione è importante per lo studio paleografico dell'evoluzione del ductus mediopersiano, poiché già presenta differenze stilistiche rispetto alla grafia delle grandi iscrizioni del terzo secolo; inoltre questa risulta essere ad oggi l'unica iscrizione appartenente al quinto
secolo in nostro possesso.
Per quanto riguarda la ricerca filologica condotta sui testi letterari zoroastriani il Dott. Gianfilippo Terribili prenderà in esame un insieme di capitoli coerenti per tematica, appartenenti al III libro del Denkard, ponendo in luce la specificità e la funzionalità storica di un particolare aspetto della polemica mazdea contro le altre religioni. L’interesse sarà rivolto in specifico a quei capitoli che pongono l’accento sul concetto di identità iranica e sulla percezione dell’avversario. Il Denkard, letteralmente “Atti della Religione”, è il maggiore libro pahlavi che ci sia stato trasmesso, composto da nove libri di cui se ne sono preservati sei. Di tutta l’opera il terzo libro appare quello più corposo contando ben 420 capitoli che nell’insieme descrivono la razionale difesa della fede mazdea di fronte agli attacchi ostili delle altre religioni, Cristianesimo, Giudaismo, Manicheismo e principalmente Islam. Gli argomenti, invero, non si susseguono secondo un filo logico,rendendo assai complesso ricomporre le diverse tematiche che animano lo spirito apologetico dei singoli capitoli; tuttavia il contenuto complessivo risulta, al contrario, essere coerente ed indirizzato ad uno scopo specifico. Obiettivo cardine della critica mazdea, attorno al quale si dischiudono tutte le diverse argomentazioni, è la giustificazione del relativo dualismo attraverso la promozione dei propri dogmi e per il tramite della critica logica al monoteismo che si basa principalmente su un’accusa d’irrazionalità diretta contro la dottrina ontologica del Bene e del Male.
L’analisi si avvarrà degli studi che si sono finora interessati al Denkard III, fra i quali i testi basilari risultano essere Madan (1911), de Menasce (1958), de Menasce (1973), Dresden (1966). Come lo stesso de Menasce (1973) sottolinea, quest’insieme di capitoli dal tenore apologetico erano rivolti alla formazione spirituale della comunità mazdea che viveva sotto la dominazione musulmana e la cui esistenza veniva minacciata dal crescente aumento delle conversioni e delle apostasie. Di particolare interesse risultano essere la terminologia e le forme letterarie che l’invettiva mazdea assunse per delineare la figura dello straniero usurpatore e per connotare negativamente colui che, abbandonando la propria tradizione culturale favoriva l’incremento delle forze malvagie.
Per quanto concerne l’edizione del testo convenzionalmente conosciuto col nome di Ayadgar i Jamaspig e, più in generale, sulla tradizione del Jamaspi, si prevede la partecipazione di una figura a contratto.
La suddetta opera risulta essere una composita miscellanea di testi redatti in diverse lingue: pahlavi, pazand e persiano, riconducibili ad un’unica tradizione testuale che attribuisce alla figura mitologica di Jamasp una serie di profezie di genere apocalittico ed escatologico. Il contenuto letterario di tali testi si dischiude in una cifra stilistica assai peculiare che si basa su una serie di domande che il sovrano Wishtasp pone al suo consigliere Jamasp, cui si attribuiscono straordinarie facoltà cognitive e di veggenza. Nonostante nei testi a noi pervenuti, la forma letteraria della lingua si presenti piuttosto recente, in realtà è stato più volte ipotizzato (Boyce 1989) come il nucleo originario appartenga ad un epoca assai più arcaica, nello specifico quella partica, e della quale le redazioni recenziori non mostrino che flebili tracce relative al genere, alla trama e al contenuto dell’opera. Le uniche edizioni filologiche (Modi 1903; West 1904; Messina 1939)risultano oggi assai datati. Benché i capitoli più studiati siano quelli apocalittici, che, pur ricalcando per grandi linee la narrativa conosciuta da altri testi, quali lo Zand i Wahman Yasht, contengono alcuni particolari originali, anche i capitoli nei quali il veggente Jamasp descrive paesi lontani e i loro abitanti sono molto interessanti. Alcuni fra essi mostrano un’insospettabile conoscenza geografica ed etnografica e trattano dei paesi che confinano con l’Iran.
Il Prof. Carlo G. Cereti- coordinatore dell’intero progetto- si occuperà dell’edizione di una selezioni di capitoli tratti dal Bundahishn. Si tratta della più importante opera zoroastriana di cosmologia e di cosmogonia a noi pervenuta, redatta direttamente in mediopersiano, ma compilata sulla base della conoscenza dettagliata delle fonti avestiche. Il Bundahishn mostra una conoscenza enciclopedica dello Zand avestico e molti passaggi che derivano direttamente dal commento e dalla traduzione mediopersiana delle scritture avestiche. Di questo testo esistono due versioni: una, più lunga, nota come Bundahishn iranico o maggiore, l’altra, molto più breve, conosciuta con il nome di Bundahishn indiano. Pur non avendo alcuna notizia precisa sulla redazione del Bundahishn, la maggior parte degli studiosi concorda nell’attribuire i primi trenta capitoli al tardo periodo sasanide e nel considerare gli ultimi sei, almeno nella loro ultima redazione, come aggiunte più tarde.
Quest’opera tratta di diversi argomenti fra i quali i più rimarchevoli sono: la creazione primordiale, la natura del mondo e delle creature; mentre una sezione ci offre un grande affresco della storia dell’umanità, da quella mitica a quella reale, soffermandosi lungamente sulla dinastia dei Kayanidi, che rappresenta il modello mitico di regalità cui fa riferimento la cultura iranica; la trama dello scorrere delle diverse epoche termina, in una visione escatologica, col grande Rinnovamento finale. Benché tradotto più volte, specie nella variante minore, il Bundahishn non possiede alcuna edizione scientifica al passo con le odierne conoscenze. La versione pubblicata da Anklesaria (1956), e fondata sulla redazione iranica, pur rimanendo la migliore a nostra disposizione, presenta limiti filologici. L’unica edizione che almeno all’epoca in cui fu redatta, potesse essere considerata soddisfacente, la tesi di dottorato di Sir H.W. Bailey, non è mai stata pubblicata. Recente è l'edizione testuale di F. Pakzad, della quale è uscito il solo primo volume, nel quale è contenuta una translitterazione, ma non la traduzione. (2005)
Fondamentale in qusto studio sarà la consulenza fornita dal prof. Gherardo Gnoli, specie per quanto attiene al campo del lessico religioso in gran parte di derivazione avestica.
Il presente progetto prevede un ulteriore ambito di ricerca dedicato allo studio delle leggende numismatiche sulle monete coniate dai sovrani sasanidi (III-VII d.C.). Tali attestazioni, seppur brevi, offrono interessanti testimonianze in merito a questioni riguardanti il lessico della regalità, ma anche temi storico-sociali e geografico-amministrativi. Il Prof. C. G. Cereti si avvarrà dell’esperienza in tale settore della Prof.ssa P. Calabria collaborando con lei all'immisione di dette leggende. L’indagine avrà come basilare strumento di analisi i cataloghi della Silloge Nummorum Sasanidarum, in corso di realizzazione a Vienna e che una volta completata rappresenterà il migliore strumento per lo studio della numismatica di epoca sasanide.Tutti i testi summenzionati saranno informatizzati e confluiranno nel database multimediale elaborato per il Middle-Persian Dictionary Project, progetto internazionale, promosso dal Prof Sh. Shaked e dalla Hebrew University of Gerusalem, e che vede dal 2001 il Prof. C. G. Cereti e la sua équipe collaborare attivamente.