Lavori scientifici, l’Italia al terzo posto nel mondo

Una ricerca che sorprende, eccelle, resiste e talvolta arretra: l’Italia scientifica raccontata attraverso numeri che parlano con forza

I dati elaborati da David A. King, consigliere scientifico del governo inglese, hanno fotografato nel 2004 una realtà sorprendente per la ricerca italiana.

Ricerca universitaria
Lavori scientifici, l’Italia al terzo posto nel mondo – ricercaitaliana.it

Lo studio, pubblicato su Nature, collocava il nostro Paese al terzo posto mondiale per numero di lavori scientifici prodotti da ciascun ricercatore, subito dopo Stati Uniti e Regno Unito. Un risultato inatteso, soprattutto se confrontato con la dimensione ridotta della comunità scientifica italiana nel panorama internazionale.

Il rapporto evidenziava come i ricercatori italiani avessero presentato nel VI Programma Quadro europeo un numero di proposte di finanziamento poco inferiore a quelle di Germania e Regno Unito. E ancora più significativo era il dato sugli interventi accettati: 538 per la Germania, 452 per la Francia, 448 per il Regno Unito e 420 per l’Italia. Tutto questo nonostante in Italia sia presente il più basso numero di ricercatori per unità di PIL tra i Paesi industrializzati. La percentuale dei ricercatori sulla popolazione attiva era infatti pari allo 0,33%, contro lo 0,61% di Francia e Germania e lo 0,55% del Regno Unito.

Nei grandi progetti internazionali, in particolare nei cosiddetti “Progetti Integrati”, l’Italia risultava comunque terza per numero di gruppi coinvolti, posizionandosi dietro soltanto a Germania e Francia. E non meno rilevante era la presenza nelle reti di eccellenza: i ricercatori italiani partecipavano a ben 66 reti approvate, confermando una capacità di collaborazione ad ampio raggio.

Un altro indicatore in forte crescita riguardava i brevetti depositati presso l’EPO e l’USPTO. Tra il 2000 e il 2003 il numero passò da 2.879 a 4.235, con un incremento del 47% in soli quattro anni. È un segnale concreto della capacità di trasferire conoscenza verso applicazioni industriali e tecnologiche.

L’impatto della produzione scientifica italiana nell’area OCSE mise in evidenza un ulteriore miglioramento. La quota di pubblicazioni sul totale internazionale crebbe dal 4,59% del 1998 al 4,97% del 2002, con un aumento di circa il 9%. Stessa tendenza per citazioni e lavori altamente citati: nessun altro Paese mostrò un incremento così marcato, fatta eccezione per il Giappone, che partiva però da una quota complessiva più alta.

Accanto ai risultati positivi, le analisi dell’ISTAT introdussero però elementi di forte criticità. Nel 2003 il personale impegnato in attività di ricerca e sviluppo scese a 161.830 unità, in lieve calo rispetto alle 164.023 dell’anno precedente. I ricercatori passarono da 71.242 a 70.333. La flessione era riconducibile soprattutto al settore produttivo: nelle imprese il personale R&S diminuiva del 3,2% e i ricercatori del 4,1%.

La situazione nelle università non era molto diversa: dopo anni di crescita, il numero di ricercatori accademici registrò un calo dell’1,9%. In controtendenza, invece, le amministrazioni pubbliche, che segnarono un aumento del 3% dei ricercatori impegnati.

Il dettaglio settoriale offriva una fotografia disomogenea. La crescita maggiore interessava la fabbricazione di autoveicoli (+25,6%) e altri mezzi di trasporto (+18,6%). Incrementi più modesti riguardavano edilizia (+13,2%) e sanità (+12,3%). Al contrario, le riduzioni più pesanti si registravano nella fabbricazione di prodotti in metallo (-40,2%), negli apparecchi di precisione (-29%) e nelle attività professionali e imprenditoriali (-24,5%).

Nelle imprese la perdita complessiva era di oltre 1.100 ricercatori nel 2003, una contrazione significativa se confrontata con l’aumento di 1.500 unità registrato nel 2002. Il calo colpiva quasi esclusivamente il settore manifatturiero, con un picco negativo nell’ambito degli apparecchi di precisione, dove si persero 670 ricercatori. Nel comparto dei servizi, invece, la situazione rimaneva tendenzialmente stabile, pur con una forte riduzione nei servizi di R&S, che da soli perdevano 500 addetti.

Il quadro complessivo restituisce un Paese capace di ottenere risultati scientifici rilevanti nonostante una base numerica ridotta e risorse limitate. Un sistema che esprime qualità e competitività, ma che al tempo stesso mostra fragilità strutturali nella capacità di trattenere, impiegare e far crescere il proprio capitale umano nella ricerca.

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