Se amate i film horror, il vostro cervello non è in cerca di guai. È in cerca di senso. La paura, quando è incorniciata, diventa esperienza
Buio in sala, mani sudate, un sussurro che passa di fila in fila: “Stavolta non mi fregano”. Poi il mostro salta fuori e l’intera platea sobbalza come una cosa sola. Quando le luci si riaccendono, però, succede l’altra magia: ridiamo, ci guardiamo, respiriamo forte. È quel brivido pulito che ci fa tornare, ancora e ancora.

Durante un jump scare si attiva l’amigdala, il nostro allarme interno. Il cuore accelera. La pelle suda. L’aria si ferma a metà gola. In parallelo, la corteccia prefrontale ci tiene al guinzaglio e sussurra: “È solo un film”. Questa doppia voce crea una tensione controllata. Ed è qui che scatta la teoria del trasferimento dell’eccitazione: l’eccitazione accumulata con la paura non sparisce quando la scena finisce; si trasferisce. Diventa euforia, diventa sollievo. Per questo, a fine proiezione, ci sentiamo più leggeri.
Un monitoraggio su spettatori ha registrato aumenti medi della frequenza cardiaca di 20–30 battiti al minuto durante le scene più intense, con picchi oltre i 120.
Ricerche sperimentali hanno osservato anche un aumento temporaneo della soglia del dolore subito dopo la visione. Il corpo rilascia un cocktail: adrenalina che spinge all’allerta, endorfine che anestetizzano il disagio, dopamina che marchia l’esperienza come gratificante. Questo mix spiega la piccola “dipendenza” dal brivido: vogliamo rivivere quel passaggio dal buio alla luce.
Questa alchimia funziona perché c’è una distanza di sicurezza. Ci serve una cornice. Lo schermo, il divano, il telecomando: sono cinture di sicurezza emotive. Come sulle montagne russe, il cervello accetta la caduta perché sente l’imbrago. Senza cornice, la stessa immagine ci schiaccerebbe.
Una palestra antica (e sociale)
Gli horror sono palestre emotive. Alleniamo la risposta all’ignoto senza rischi reali. È un’abilità antica. I nostri antenati si raccontavano storie di fantasmi attorno al fuoco per simulare minacce e imparare a riconoscerle. Oggi il fuoco è lo schermo, ma la funzione resta: provare, prevedere, prepararsi.
In questo allenamento c’è anche selezione delle paure: casa infestata, sconosciuto alla porta, buio in corridoio. Non c’è un dato univoco su “quanto” questo ci renda più resilienti nella vita reale, ma diversi studi indicano benefici sulla regolazione emotiva quando la fruizione è volontaria e contestualizzata.
Poi c’è il gruppo. Guardare un horror in compagnia crea legame sociale. Condividere uno stress acuto sincronizza il respiro e le reazioni. Ci stringiamo, ridiamo a scoppio ritardato, commentiamo a bassa voce.
L’eccitazione condivisa aumenta il senso di appartenenza e la protezione reciproca. Effetto collaterale curioso: l’arousal può colorare di positivo anche chi ci sta accanto. È il vecchio “ponte sospeso” applicato al salotto.
Il premio arriva con la catarsi finale. Quando il protagonista, o noi con lui, “sopravvive” ai titoli di coda, scende una calma piatta, quasi tattile. È un piccolo trionfo neurochimico: la minaccia si ritira, la mente aggiorna la mappa del possibile. La prossima paura farà meno rumore? Forse no. Ma sapremo già il percorso per attraversarla. E allora, la prossima volta che scegliete un brivido, quale mostro volete addestrare: quello sullo schermo o quello che vive, silenzioso, dietro la porta di casa?